Otto marzo e travasi di bile progressisti: Beatrice, il Direttore, le suona ai benpensanti


IPOCRISIA DOPO IPOCRISIA, C’È CHI PUÒ E CHI NON PUÒ

Di Dalila di Dio

Da un lato la crociata di Boldrini, Murgia & co. contro la Treccani sessista.

Dall’altro la grazia, il talento e la bellezza di Beatrice Venezi donna che non ha bisogno della desinenza “giusta” per sentirsi adeguata al ruolo che ricopre.

In mezzo un pittoresco ometto scheletrico, tutto tatuato, impiumato e biascicante che, rotolandosi sul palco dell’Ariston, ci spiega che dobbiamo essere tutto e niente e dobbiamo fregarcene di ogni cosa in nome della libertà, compiendo un atto di trasgressione del tutto inedito e sorprendente: baciare un maschio.

Così, il Bel Paese si avvicina ad una delle ricorrenze più controverse dell’anno: l’8 marzo.

Per qualcuna una festa, un pretesto per liberarsi dei freni inibitori e comportarsi come quelle che la fascistissima Treccani definirebbe donne di mondo, per altre una commemorazione, un’occasione per riflettere su questioni concrete che interessano la quotidianità delle donne normali, per le neofemministe il momento più alto di un anno intero passato a polemizzare su qualsiasi sostantivo declinato in maniera non gradita.

Dopo la lotta al manspreading, gli assorbenti per “persone con il ciclo” e la rivendicazione di un plotone di sottosegretarie femmine per bilanciare quegli inaccettabili ministri tutti maschi, in occasione dell’8 marzo le progressiste della penisola hanno imbracciato le armi contro la Treccani e la sua definizione di donna che sarebbe sessista e misogina e deve essere, pertanto, immediatamente emendata.

Lontani i tempi dell’Arno, la lingua italiana oggi deve essere risciacquata in un brodo di politicamente corretto au caviar, per essere degna di albergare nelle dotte dissertazioni di nostra signora delle Migrazioni Laura Boldrini e di sua eccellenza Michela #Matria Murgia.

Tuttavia, mentre la rivoluzionaria petizione marciava spedita sulla stampa mainstream, qualcosa è andato storto: sul palco di Sanremo, venerdì sera, è apparsa una donna piena di talento, bellissima e, soprattutto, sana di mente.

Una donna che ha rivendicato il suo ruolo, senza personalismi ed amenità politicamente corrette: «Io sono direttore d’orchestra…la posizione ha un nome preciso e nel mio caso è quello di direttore d’orchestra, non di direttrice».

Con chiarezza, spontaneità ed eleganza, Beatrice Venezi ha spiegato il proprio punto di vista in quello che, negli ultimi giorni, era diventato il tempio della libertà più totale.

Quello in cui ciascuno può essere chiunque voglia, vestirsi come gli pare, farsi chiamare come più gli aggrada in nome dell’autodeterminazione.

Ma, a quanto pare, a Sanremo come in ogni angolo dell’occidente, si è liberi solo se si sta dalla parte giusta e Beatrice Venezi, nel rivendicare il primato del talento, della professionalità e della preparazione sugli asterischi e le desinenze, si è posta dal lato sbagliato della barricata: una dichiarazione di assoluto buonsenso, peraltro compulsata dal conduttore, si è trasformata in una provocazione che in pochi minuti ha fatto il giro del web, scatenando attacchi ferocissimi.

Pare che chiedendo di essere chiamata per ciò che è – un direttore di orchestra – la Venezi abbia rinnegato la fondamentale battaglia del linguaggio e commesso un terribile errore storico, arrecando un danno irreparabile alla battaglia per la parità di genere nel nostro Paese.

Così, la conferenza delle donne democratiche Toscana, con una presa di posizione che suona molto come una minaccia, ha invitato il Direttore Venezi a chiedere «scusa a tutte le donne per questa uscita infelice e decisamente poco connessa col paese reale, quello delle donne e degli uomini che ogni giorno combattono per una società di #diritti per tutte e tutti».

Davvero strano.

Non ci è parso di sentire intimazioni del genere nei confronti del Professore Draghi, quando al. suo esordio in Senato aveva appellato per ben due volte Maria Elisabetta Alberti Casellati “signor Presidente”.

Insomma, ipocrisia dopo ipocrisia, c’è chi può e chi non può.

Rimane il fatto che nel mondo petaloso dei democratici a corrente alternata, se sei Roberto e pretendi di essere chiamato Jessica, stai esercitando una inalienabile libertà individuale.

Se sei Beatrice e chiedi di essere appellata nel modo corretto ed adeguato al ruolo che ricopri, sei una pericolosa minaccia per la società e devi chiedere scusa.

Awoman.


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