Esclusivo. Il vescovo Schneider all’avv. Amato: “c’è necessità di un nuovo movimento pro-life”


INTERVISTA ALL’AVV. GIANFRANCO AMATO IN MERITO ALLA RISPOSTA ALL’APPELLO DI MONS. ATHANASIUS SCHNEIDER

Di Gian Piero Bonfanti

«Dobbiamo creare un nuovo movimento per la vita», ha detto Monsignor Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, nel Kazakistan, durante un’iniziativa dal titolo Unmasking COVID-19: Vaccines, Mandates, and Global Health.

Il prelato ha aggiunto che è «arrivato un nuovo tempo, una nuova fase, un nuovo periodo di tutti i movimenti pro-vita per protestare, in modo chiaro ed inequivocabile, contro le medicine contaminate dall’aborto, contro l’abuso delle parti del corpo del nascituro».

Inoltre mons. Schneider ha chiesto: «Come possiamo essere e proclamare di essere contro l’aborto con la massima determinazione quando accettiamo vaccini contaminati dall’aborto, quando all’inizio di questi vaccini sta l’omicidio di un bambino?».

In questi giorni è arrivata la risposta a questo appello, ovvero la nascita di un movimento pro life comprendente molte realtà ormai note, tra le quali troviamo, tra i primi promotori, l’avvocato Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per La Vita e di Nova Civilitas, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Con l’avvocato Gianfranco Amato vogliamo parlare di un tema che ha causato una profonda e dolorosa spaccatura nella Chiesa durante quest’ultimo periodo: la liceità o meno dell’utilizzo di vaccini contenenti linee cellulari di feti abortiti o con queste testati.

Avvocato Amato, qual è stata la motivazione che l’ha indotta a partecipare a questa iniziativa, ad apporre la sua firma nella lettera di risposta all’appello di mons. Athanasius Schneider, e ad esporsi personalmente su una questione così scivolosa e controversa qual è quella dei vaccini?

«Mi faccia innanzitutto sgombrare il campo da un’ingiusta accusa che sta circolando in queste ore. La risposta all’appello di mons. Schneider non ha nulla a che vedere con posizioni “no-vax” o negazioniste del Covid19. I vaccini, pensiamo per esempio all’antitetanica, sono rimedi preventivi importanti che hanno salvato moltissime persone. Così come altri vaccini. Il problema non è di essere “no-vax” ma semmai “free-vax”. Ognuno deve essere libero di decidere se vaccinarsi o meno, secondo la propria coscienza. Certo nessuno può essere sottoposto ad una sperimentazione e fare la cavia per legge con farmaci che vengono spacciati per vaccini, pur non avendo concluso le dovute fasi di sperimentazione nei dovuti tempi (3-4 anni). Ma direi che il problema posto da mons. Schneider prescinde dalla questione dei vaccini in sé. Il punto è un altro, ed è di fondamentale importanza. Riguarda la pericolosa deriva culturale, ahimè presente anche in ambito cristiano, per cui quando c’è di mezzo la tutela della vita fisica e della salute pubblica, il fine giustifica sempre i mezzi. E allora si possono utilizzare anche linee cellulari di feti abortiti. Purtroppo, sono anni che registriamo questo cedimento al compromesso anche all’interno del mondo pro-life italiano, e da parte della stessa gerarchia ecclesiastica. Ormai oggi, attraverso sofismi gesuitici, si arriva a difendere l’indifendibile, attraverso la logica distorta del “male minore”. Mons. Schneider ha il merito di aver sollevato la questione e fatto emergere l’esigenza che venga posto un limite a questa deriva, cominciando proprio dal riconoscimento che l’aborto resta un “crimen nefandum” (G.S. n.51), un delitto abominevole che non può mai convertirsi in un’azione di bene, nonostante le migliori intenzioni di questo mondo. Resta sempre valido l’insegnamento del grande San Tommaso d’Aquino: “nullum malum bona voluntate factum excusatur“. Qualcuno, purtroppo, nel mondo pro-life vuole sottrarsi a questa riflessione utilizzando l’accusa di “negazionismo”, attraverso quel metodo che i tedeschi definiscono “Totschlagargument“, ossia un artificio retorico che tenta in un colpo solo di liquidare moralmente l’avversario in modo da eludere le sue argomentazioni. Il fine è quello di evitare ad ogni costo un confronto onesto e razionale sulle questioni, bollando chi osa levare la propria voce controcorrente, con una serie di epiteti come “fascista”, “razzista”, “omofobo” e, appunto, “negazionista”. Beh, noi vogliamo sottrarci a questo metodo».

La risposta all’appello di mons. Schneider si limita ad un’adesione di principio o davvero pensate possa nascere qualcosa di concreto?

«Le adesioni di principio lasciano il tempo che trovano. A noi sta davvero a cuore l’esigenza sollevata da mons. Schneider di costruire un “nuovo movimento pro-life”, che sappia difendere la vita senza se e senza ma. È ovvio che alla dichiarazione di adesione seguiranno atti concreti».

Ce ne può anticipare qualcuno?

«C’è per esempio l’idea di mettere in cantiere un grande convegno questa estate, sempre che le norme anti Covid lo permetteranno. Com’è noto, infatti, stiamo vivendo questa surreale dimensione della sospensione delle garanzie costituzionali nel nostro Paese. Viviamo in quella terra di nessuno che il grande giurista tedesco Carl Schmitt definiva Ausnahmezustand, stato d’eccezione. Contiamo di realizzare questa iniziativa, Ausnahmezustand permettendo, che avrà un rilievo internazionale. Alcune personalità degli Stati Uniti e dell’America Latina hanno già data la loro disponibilità».

L’azione si limiterà solo ad attività convegnistica o pensate di realizzare anche qualcos’altro?

«Ci sono diversi progetti in cantiere al momento. Uno dei più importante, ad esempio, è quello di fondare un Centro Studi dedicato al grande Jérôme Lejeune in cui approfondire le tematiche di carattere bioetico in difesa della vita. Sarà costituito da personalità del mondo accademico, scientifico, medico, giuridico, filosofico ed economico di rilievo internazionale. Il mondo pro-life italiano ha concentrato gli sforzi, in maniera encomiabile e meritorio, in un’attività di aiuto materiale e di sostegno in difesa della vita. Pensiamo ai CAV, al progetto Gemma e alle tantissime lodevoli iniziative di questo tipo. Crediamo sia giunto il tempo di creare un think tank, un Centro Studi, che approfondisca anche dal punto di vista culturale la difesa della vita, riunendo le migliori intelligenze attualmente in circolazione nel campo della bioetica».

I tempi che stiamo vivendo fanno emergere ancora di più questa esigenza?

«Oggi, come diceva il grande filosofo francese Gustave Thibon, “vediamo sorgere l’aurora dubbiosa e imbastardita d’una civiltà nella quale la preoccupazione sterilizzante di  sfuggire alla morte condurrà gli uomini all’oblio della vita”. Il terrore della morte – oggi una vera e propria psicosi collettiva – ha esasperato la tutela della vita nuda, della pura esistenza biologica. Al punto che oramai il fine giustifica qualunque mezzo. Forse è giunto davvero i momento di approfondire che cosa significhi vivere e quale sia l’autentico concetto di vita. Ci aiuterà il Centro Studi Jérôme Lejeune, a Dio piacendo».

Mons. Athanasius Schneider ha dato riscontro alla vostra adesione?

«Mons. Schneider, con una celerità che mi ha felicemente colpito, ci ha concesso la gioia di una risposta il 21 aprile 2021. L’incipit della risposta non lascia dubbi di sorta: “Al caos morale che sembra imporsi ormai nel mondo, alle derive transumaniste che vanno facendosi sempre più esplicite, alla cultura di morte che domina le legislazioni degli Stati contemporanei è necessario opporsi con forza, risolutamente, con l’integralità della verità e l’intransigenza della volontà nel bene”. Sua Eccellenza ha poi evidenziato la “necessità d’un nuovo movimento pro-life, senza compromessi, senza complessi d’inferiorità innanzi al mondo, mai subalterno alle ideologie della modernità”, “un movimento pro-life che affermi con coraggio e fermezza l’assoluta illiceità di qualunque attentato alla vita umana innocente dal concepimento alla morte naturale”. Assegnando anche un compito: “Questo nuovo movimento pro-life non può tacere su quella mostruosa e globale struttura di peccato che grida vendetta al cospetto di Dio: l’utilizzo abituale da parte dell’industria farmaceutica, cosmetica e alimentare di cellule umane ricavate da embrioni e feti abortiti”, proprio perché “lo sfruttamento, come riserva di materiale biologico, di embrioni e feti umani è un abominio cui ogni uomo ragionevole e di buona volontà dovrebbe opporsi denunciandone la natura perversa e diabolica”. Più chiaro di così».


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