La partecipazione del lavoratore all’impresa e il primato del lavoro sul capitale


IL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, NELLA SECONDA PARTE, APPROFONDISCE LE VARIE REALTÀ SOCIALI CON LE QUALI L’UOMO ENTRA IN CONTATTO E, DOPO AVER PARLATO A LUNGO DELL’IMPORTANZA DELLA FAMIGLIA, PRESENTA NEL CAPITOLO SESTO IL RILIEVO DEL LAVORO UMANO PER L’EDIFICAZIONE DEL BENE COMUNE E PER L’OPERA DI SANTIFICAZIONE PERSONALE (CFR. NN. 255-322)

Di Don Gian Maria Comolli*

Nell’enciclica Rerum novarum (1891) Papa Leone XIII ha scritto: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale» (n. 276).

Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, dopo aver riproposto questa affermazione di principio, esamina il termine “capitale” da tre prospettive, quella economica, umana e sociale.

Anzitutto l’espressione “capitale” dal punto di vista economico indica i mezzi materiali di produzione nell’impresa, o le risorse finanziarie investite in iniziative produttive o in operazioni nei mercati borsistici. Sotto il profilo umano identifica, sebbene in modo riduttivo e improprio, l’insieme degli uomini che operano nel mondo del lavoro, accrescendo la loro conoscenza e la loro creatività. Dal punto di vista sociale per “capitale” s’intende la capacità di collaborare tra i soggetti di una comunità che deriva da legami fiduciari reciproci (cfr. Compendio, n. 276).

La DSC, fin da quand’è nata, ha sempre affermato in tutte le circostanze ed i contesti economico-sociali la priorità del lavoro sul capitale. Si tratta di una precisazione evidente che emerge dall’ esperienza storica dell’uomo, poiché il lavoro da sempre, è una causa efficiente primaria, mentre il capitale, essendo l’insieme dei mezzi di produzione, resta unicamente uno strumento o la causa strumentale. Questo concetto, inoltre, appartiene al cosiddetto patrimonio stabile della Dottrina sociale cattolica. Ebbene, è la sollecitazione a riconoscere il lavoratore la risorsa principale e il fattore decisivo e determinante di ogni processo produttivo. Dovrebbe divenire la nuova visione del mercato del lavoro e ciò richiede la capacità di superare vecchie organizzazioni che alienavano, deresponsabilizzavano e appiattivano la persona. Ciò, però, prosegue anche oggi con il lavoro nero, sottopagato, sfruttato o con quello minorile.

Il Compendio della DSC, concludendo la Parte seconda (nn. 255-322), mette in guardia anche nei riguardi di un’altra alienazione dell’uomo lavoratore che inverte mezzi e fini, ovvero «il super-lavoro, il lavoro-carriera che talvolta ruba spazio a dimensioni altrettanto umane e necessarie per la persona, l’eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria e talvolta impossibile la vita familiare, la modularità lavorativa che rischia di avere pesanti ripercussioni sulla percezione unitaria della propria esistenza e sulla stabilità delle relazioni familiari» (n. 280).

Anche il lavoro come partecipazione passa attraverso il rapporto con il capitale. Scrive infatti il Compendio: «Il rapporto tra lavoro e capitale trova espressione anche attraverso la partecipazione dei lavoratori alla proprietà, alla sua gestione, ai suoi frutti» (n. 281).

A questo fine si pone l’istanza del superamento, per quanto possibile, della distanza presente tra proprietari del capitale e lavoratori che usufruiscono talvolta di contratti irrisori. La partecipazione del lavoratore alla gestione dell’attività ed ai profitti dell’azienda o dell’organizzazione economica, favorirebbe invece il superamento della dicotomia capitale/lavoro e, al tempo stesso, di quel più ampio processo di “autonomizzazione” della «ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali» che perseguano «i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita» (n. 281).

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*Don Gian Maria Comolli, ordinato sacerdote nel 1986, da trent’anni è cappellano ospedaliero. Dopo aver conseguito un dottorato in Teologia, una laurea in Sociologia ed aver frequentato diversi master e corsi di perfezionamento universitari, attualmente collabora con l’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano ed è segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia.

Testo pubblicato per gentile concessione dell’autore (tratto dal blog: www.gianmariacomolli.it).


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