Uno dei massimi penalisti, di sinistra, spiega cosa non va nel ddl Zan


IL PROF. GIOVANNI FIANDACA: “L’USO DELLA LEGGE PENALE QUALE STRUMENTO DI PROMOZIONE E AFFERMAZIONE DI NUOVI DIRITTI, SPECIE QUANDO LA LORO FONTE SCATURISCE DA IDEOLOGIE O CONCEZIONI MORALI NON DA TUTTI CONDIVISE”

A cura di Angelica La Rosa

“Premetto il mio pregiudiziale sfavore verso l’uso della legge penale quale strumento di promozione e affermazione di nuovi diritti, specie quando la loro fonte scaturisce da ideologie o concezioni morali non da tutti condivise. Da penalista di orientamento liberale, mi piacerebbe dunque che anche il problema dell’omofobia venisse affrontato soprattutto sul terreno dell’evoluzione culturale spontanea, del confronto dialogico e dell’azione educativa. Ma, una volta che si opti – a torto o a ragione – per la soluzione repressiva, che almeno si legiferi con sapienza in modo da contenere i potenziali effetti controproducenti”.

Così ha scritto su Il Foglio il noto prof. Giovanni Fiandaca, tra i massimi penalisti italiani, coautore del manuale di diritto penale sul quale si sono formate intere generazioni di magistrati, avvocati e giuristi.

Professore emerito di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo, nel 2014 è stato candidato dal Partito Democratico alle elezioni europee nella circoscrizione Sicilia-Sardegna.

Il testo del ddl Zan così come approvato dalla Camera appare tutt’altro che esente da difetti ma, scrive Fiandaca,  “sottoporlo a critica, diversamente da quanto sospettano molti dei suoi difensori, non equivale necessariamente a volerlo sabotare. È la stessa Corte costituzionale che, ormai da qualche decennio, ammonisce (purtroppo, con scarsi risultati!) i legislatori di turno a scrivere le norme penali con un linguaggio il più chiaro e univoco possibile, in vista di un duplice obiettivo costituzionalmente rilevante: garantire ai cittadini il diritto di percepire in anticipo, cioè prima di agire, il discrimine fra condotte lecite e condotte punibili; nello stesso tempo, consentire ai giudici di identificare senza troppe incertezze i fatti che costituiscono reato”.

“È esente da obiezioni la scelta di equiparare, in termini di disvalore etico-sociale e normativo, la transomofobia all’intolleranza razziale, etnica o religiosa, trattandosi in ogni caso di manifestazioni di odio ai danni di soggetti appartenenti a minoranze vulnerabili?”, Smsi è chiesto il penalista palermitano.

“A volere sottilizzare, non andrebbe trascurato che le motivazioni culturali e psicologiche di queste diverse forme di avversione non sono coincidenti, per cui non tutte giustificano la medesima reazione censoria: è forse superfluo rilevare che un atteggiamento omofobico può anche derivare da condizioni di disagio o sofferenza psichica (come, ad esempio, una incerta autopercezione sessuale o una omosessualità rimossa), le quali solleciterebbero comprensione e aiuto psicologico piuttosto che severi giudizi di disapprovazione”.

A giudizio del prof. Fiandaca, sembra “eccessiva la dettagliata specificazione delle cause della discriminazione o della violenza, individuate in motivi rispettivamente fondati ‘sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere’ (nonché, infine, sulla disabilità)”. Per Fiandaca si tratta di “distinzioni tutt’altro che chiare a livello di senso comune, e per questo lo stesso ddl si preoccupa all’articolo 1 di fornirne una definizione del significato di ciascuno dei concetti richiamati. L’intento chiarificatore riesce o fallisce? Direi che ci troviamo in presenza di un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, dal momento che almeno alcune di queste definizioni mantengono un grado di complessità poco accessibile a quanti non dispongono di una cultura di base medio-alta”.

Come giurista, il prof. Fiandaca rileva che “le definizioni legislative sono predisposte proprio per avere rilevanza giuridica quali parametri di riferimento vincolanti per guidare non solo i giudici, ma prima ancora i cittadini: se così è, una eccessiva complessità può risultare più disorientante che orientante innanzitutto nei confronti di questi ultimi, i quali non vengono appunto posti preventivamente nella condizione di ben comprendere quali siano le condotte vietate. Inoltre, una lunga esperienza penalistica dimostra che una disciplina normativa eccessivamente dettagliata, lungi dal giovare, rischia di dar luogo a complicazioni inutili anche nella valutazione giudiziaria dei casi concreti”.

Il prof. Fiandaca è anche preoccupato per la genericità della nozione di “discriminazione”, che solleva un problema di compatibilità col principio di determinatezza.

“Questa genericità e polivalenza della relativa nozione solleva un problema di compatibilità col principio costituzionale di sufficiente determinatezza della fattispecie incriminatrice, essendo in definitiva demandato dal legislatore al giudice il compito di stabilire in concreto quando un certo atto sia qualificabile discriminatorio. Per limitarci a un solo esempio problematico: costituirebbe istigazione punibile la promozione di manifestazioni pubbliche volte a esercitare pressioni sulle forze politiche per scongiurare la concessione di benefici economici o sussidi assistenziali anche alle coppie omosessuali?”, si è chiesto Fiandaca.

Per i sostenitori il testo Zan garantirebbe la libertà di manifestazione del pensiero, confidando nella espressa clausola di salvataggio prevista nell’articolo 4: “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Ma a giudizio di uno che di leggi penali se ne intende,  “questa clausola appare per un verso pleonastica e, per altro verso, ridondante e poco chiara. Infatti, anche in sua assenza, il diritto costituzionale alla libertà di pensiero e di espressione avrebbe dovuto comunque essere tutelato in base a princìpi già consolidati nel nostro ordinamento. Ma questo articolo 4 sovrabbonda di parole mal assortite, al punto da rischiare addirittura di produrre – paradossalmente – un effetto contrario (cioè di estensione del penalmente rilevante) rispetto a quello perseguito (cioè di restrizione della punibilità). Che vuol dire, in particolare, ‘condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte’? ‘Legittime’ vanno considerate, queste condotte, in base a quale criterio di riferimento (la normativa costituzionale, una qualche norma extra-penale o, ancora una volta, la mera opinione del giudice nel caso concreto?). Non poco dipende dalla perizia e dalla sensibilità garantista dei magistrati inquirenti e giudicanti. Né appare risolutiva, a ben vedere, la puntualizzazione normativa che deve in ogni caso trattarsi di condotte ‘non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti’. Il lettore non digiuno di diritto sa bene che, in proposito, il ddl recepisce il principio giurisprudenziale da tempo elaborato in termini anche più generali, secondo cui una condotta istigatrice punibile, per distinguersi da una legittima manifestazione del pensiero, deve risultare idonea – secondo un giudizio ex ante e in concreto – a provocare il compimento degli atti vietati. Ma deve trattarsi di un pericolo ‘concreto’ in senso stretto o basta, ai fini della punibilità, anche un pericolo ‘astratto’? Chi conosce la materia, è consapevole almeno di due cose: cioè che la stessa giurisprudenza al riguardo si mostra oscillante, continuando talvolta persino a propendere per un concetto di pericolo meramente ‘presunto’; e che, obiettivamente, non è facile operare con ragionevole certezza una simile distinzione, poiché non sempre il giudice è in condizione di apprezzare e tenere nel debito conto l’insieme delle circostanze fattuali capaci di incidere sulla valutazione del tipo e grado di pericolosità delle espressioni o delle condotte in questione. Ancora una volta, dunque, non poco dipende dalla perizia e dalla sensibilità garantista dei magistrati inquirenti e giudicanti”.

Il penalista siciliano ha concluso il suo intervento scrivendo che sarebbe opportuno procedere, “per un verso, a una semplificazione e, per altro verso, a una maggiore chiarificazione degli elementi essenziali delle nuove condotte punibili. Lo stato di diritto in generale, e la giustizia penale in particolare funzionano al meglio se i messaggi normativi risultano facilmente percepibili dai cittadini; e se gli organi deputati ad applicare le leggi non devono trasformarsi, essi stessi, in co-legislatori per tentare di attribuire una fisionomia più precisa a figure criminose che, sempre più spesso, escono dalla fabbrica legislativa, simili a prodotti semi-lavorati ancora bisognosi di definizione”.


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