La crisi delle élite


QUELLE CHE COMUNEMENTE SONO CONSIDERATE LE ÉLITE OFFRONO OGGI UN BEN MISERO SPETTACOLO DI SÉ MA SENZA VERE ÉLITE UNA SOCIETÀ NON PUÒ REGGERSI. LE CONSIDERAZIONI DI MARCEL DE CORTE

A cura di Pietro Licciardi

Si rimane sconcertati nel costatare come oggi nei posti chiave della società, in politica, nei giornali, in Tv, nel mondo dello spettacolo, nelle Università, si trovino personaggi mediocri, spesso ignoranti, comunque palesemente indegni del ruolo e del prestigio che il ruolo comporta. Quelle che comunemente sono considerate le élite offrono un ben misero spettacolo di sé

Eppure le élite dovrebbero essere la parte migliore, il fior fiore della società, ovvero gli individui più brillanti, più distinti per nascita e talento e che per questo hanno l’approvazione degli altri, intesa non nel senso di suffragio universale o di elezione democratica, ma di stima più o meno diffusa in un gruppo, per una specie di riconoscimento naturale e spontaneo dei “migliori” in questo gruppo.

L’élite è espressa da una comunità gerarchicamente ordinata, e partecipa con maggior intensità e lucidità degli altri membri al suo destino. In una comunità di questo genere, ognuno condivide le vicende, siano esse piacevoli o tristi, in una reciproca dipendenza di cui l’élite assume le condizioni più dure, e gli onori che ne conseguono.

Non si può neppur pensare per un attimo all’élite di un esercito che abbandona una battaglia. Essa invece partecipa al destino comune, dal principio alla fine, poiché sua caratteristica essenziale è di riunire in sé il massimo di vicinanza e ad un tempo il massimo di distanza dall’inferiore. Per questo emerge al di sopra dei comuni mortali, e la sua esistenza è incompatibile con una struttura egualitaria e atomizzata della società.

Una civiltà non è soltanto un tesoro di opere letterarie, artistiche, scientifiche, religiose, ma essenzialmente un modo di vita, un insieme di atteggiamenti e di abitudini che distinguono l’uomo dall’animale, e che sono portate al loro punto di perfezione e di maturità proprio dai migliori, cioè dalle élites.

Purtroppo da oltre due secoli gli uomini non sanno più che cosa sono; non hanno più modelli che propongano loro d’essere uomini completi, con i piedi sulla terra e il capo levato verso il cielo. Non sapendo che cosa sono, non possono naturalmente diventare ciò che sono vagando a casaccio, alla ricerca del loro essere e s’attaccano alla prima cosa che capita. e la nostra epoca si è specializzata nella fabbricazione di pseudomodelli di uomo amputato, mutilato in pezzi, ciascuno dei quali, con incredibile montatura, si fa passare per l’uomo integrale.

Fra i tipi mutilati che hanno cercato di imporsi, bisogna ricordare l’homo oeconomicus, comune al liberalismo economico e al marxismo, che riduce l’essere umano alla sua sola qualità di produttore; l’homo civis del fascismo, che lo restringe alla sua sola qualità di cittadino: l’homo democraticus, che lo riduce ad una lista elettorale; l’homo sexualis, che lo sottopone ai soli istinti del piacere e della morte.

È facile convincere l’uomo che una parte costituisce il tutto. Le propagande politiche moderne hanno colto a perfezione questa capacità mutilante della passione e si riconducono tutte ad uno schema comune: aizzare nell’uomo l’una o l’altra delle sue passioni, e innestarla, per mezzo della propaganda, sull’istinto gregario. L’uomo-moncone si moltiplica allora con una rapidità prodigiosa: esempio, la propaganda comunista, i cui maneggi si riducono ad una tattica costante: ridurre l’uomo ai suoi bisogni materiali, impedire che il problema economico sia risolto, fare in modo che l’uomo si senta sempre indifeso, e generalizzare questo largo desiderio con la pressione pubblicitaria.

Dove scompaiono i modelli e le élites, c’è da aspettarsi la disorganizzazione interiore dell’essere umano. Svanita l’energia motrice dell’esempio ideale e vissuto, la stragrande maggioranza degli uomini si disgrega psichicamente. Se chiamiamo spirito l’insieme delle facoltà superiori che ci elevano al di là di noi stessi, e vita l’insieme delle facoltà inferiori che le fanno partecipare al mondo della natura, e le nutrono di realtà, accade che spirito e vita si disgiungano.

Lo spirito si devitalizza e si fa cerebrale, la vita si despiritualizza, e diventa animale. Nasce il conflitto: la personalità umana si divide in elementi antagonisti che si scontrano, ed ecco la psicosi, la nevrosi, la schizofrenia, le cui crisi si moltiplicano in modo inquietante nel mondo moderno. Ci cadono tutti gli sradicati dall’esistenza,

L’uomo, isolato in mezzo alle masse anonime di oggi, si spezza interiormente. Restano vere le parole di Chesterton: “Folle non è l’uomo che ha perduto la ragione, ma quello che ha perduto tutto, tranne la ragione“.

L’uomo moderno tenterà di rifare l’unità dello spirito e della vita, ma a livello più basso, ove sono precipitate le componenti del suo essere. La politica moderna ci offre innumerevoli esempi di questa confusione, nella straordinaria mescolanza di ideologia razionale e di passione irrazionale, che le serve per penetrare nel profondo dell’anima contemporanea, e farvi scattare le molle intime dell’azione: liberalismo e istinto egoista, egualitarismo e invidia, socialismo e istinto gregario, imperialismo e istinto di dominazione e di aggressività; pacifismo e paura.

La civiltà moderna, che non sa più che cosa sia l’uomo, che non propone più agli uomini di far bene il loro mestiere di uomini, ed è priva di ogni finalità, è essenzialmente una civiltà di mezzi, una civiltà tecnica. Non è più il fine che fa sorgere i mezzi, ma questi ultimi costituiscono i fini perseguiti. Non sapendo più convergere verso un tipo, le élites di oggi non hanno altra risorsa che ricorrere a tecniche artificiali di elevazione sociale.

Senza dubbio, la ricchezza materiale ha sempre giocato un ruolo importante nelle società umane, ma, pur essendo oggetto di invidia, non è mai stata in compenso oggetto di ammirazione: l’avaro che accumula ricchezze è sempre stato considerato ridicolo. Non che la ricchezza fosse disprezzata in sé, ma i nostri antenati distinguevano con rigore fra ornamento e sostanza. Per loro, la ricchezza poteva accompagnarsi soltanto ad uno sforzo creatore. Era inimmaginabile il diventar qualcuno nella società grazie alla sola ricchezza, mentre pareva normale che un uomo si elevasse nella gerarchia sociale, e diventasse perciò ricco. Quest’uomo non entrava nell’élite perché ricco, ma si arricchiva in quanto membro dell’élite.

Nel mondo moderno, la fortuna è ancora più incostante che in passato. Lungi dal radicare il suo possessore nella vita, la fortuna fa di lui un essere superficiale come il fascino che suscita. Per questo, a dispetto di ogni leggenda, lo stato moderno non incontra alcuna resistenza da parte di ricchi che possiedono la sola ricchezza come arma da opporre al suo sistema di ridistribuzione. La classe dei “rentiers” è quasi completamente scomparsa dalla faccia della terra, uccisa dalle imposte e dalle svalutazioni. La stessa plutocrazia, il cui peso sullo stato è fin troppo reale, non può opporsi all'”invidia democratica” se non venendo a patti. Lungi dall’essere conservatrice, come la si accusa, essa si allea molto spesso ai movimenti sovversivi, come il tappo alla cresta dell’onda.

Ogni società ha bisogno delle élites, ed una società vivente le fa nascere spontaneamente. Ma quando una società si devitalizza, si disperde in atomi, ne rimane soltanto la sovrastruttura, lo stato, che però oggi è privo di una società vivente che lo sostenga, poiché le famiglie, i mestieri, le province, le comunità costruite sulla misura dell’uomo sono sostituite da assembramenti astratti, definiti da rassomiglianze esteriori, come partiti, sindacati, gruppi padronali e finanziari, e così via.

Lo stato moderno è una forma senza contenuto, senza società nè gerarchie vere, che fabbrica artificialmente le élites che gli sono necessarie, con i soli mezzi di cui dispone, cioè la diffusione delle conoscenze. L’intelletto supplisce alla vita scomparsa, l’istruzione libresca al contatto con la natura delle cose, la protesi razionale al membro amputato.

Concludendo: senza delle vere élites, una civiltà non può reggersi. Se non vuole essere sommersa dalla barbarie, deve recuperarle.

(Tratto da una Conferenza tenuta da Marcel de Corte
all’Istituto Canadese di Québec nel dicembre 1959
)


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Il Gatto che si morde la coda.