Tolleranza zero verso chiunque attenti alla sicurezza fisica o psichica delle persone


LO STATO E LE ORGANIZZAZINI INTERNAZIONALI DOVREBBERO PERSEGUIRE IN TUTTE LE SEDI POSSIBILI E REPRIMERE CON OGNI MEZZO CHIUNQUE ATTENTI ALLA SICUREZZA DELLE PERSONE, DEI RAPPORTI SOCIALI, DEL CREDITO ETC. PARTICOLARE SEVERITÀ, COME INSEGNA IL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, ANDREBBE RISERVATA VERSO CHIUNQUE CORROMPE O TENTA DI VIOLARE, ALL’INTERNO DEL MONDO DELLA SCUOLA, DEI MEDIA E DELLO SPORT, I GIOVANI (CFR. n. 157)

Di Giuseppe Brienza*

La “tolleranza zero” verso qualsiasi forma di violenza non significa solo disincentivazione o punizione del crimine (che già sarebbe comunque tanto…), ma anche collaborazione positiva all’opera di educazione e formazione delle giovani generazioni. Lo Stato, invece di baloccarsi con una improbabile professione di “neutralità” o relativismo, dovrebbe agevolare quest’ultima indispensabile “prevenzione” di ogni genere di reato, appannaggio dei genitori, delle famiglie e delle varie agenzie educative presenti sul territorio. L’obiettivo dovrebbe tradursi concretamente nell’elaborazione di programmi di prevenzione ben studiati che diano vita ad un sistema legale chiaro e ben conosciuto che stronchi i fautori e responsabili di: 1) pedofilia, 2) pornografia e violenza sessuale, 3) diffusione delle droghe; 4) tratta delle persone, 5), reati ambientali e degrado di città e beni culturali 6) cyberbullismo; 7) teppismo negli stadi, 8) doping sportivo.

Tolleranza zero nei settori appena elencati è questione d’interesse sociale ed economico oltre che di giustizia. Chi segue la Dottrina sociale della Chiesa, quindi, per la difesa della vita e la sicurezza delle persone non potrebbe che promuovere una pena che sia umana e tenda verso il recupero del reo ma, sicuramente, sia anche certa. Solo la certezza della pena è in grado, infatti, di garantire l’ordine pubblico che non è solo questione di leggi, di uomini e di mezzi, ma anche, e soprattutto, di scelte “filosofiche”. Cosa s’intende per “filosofia” nella gestione della sicurezza? Quanto abbiamo accennato poc’anzi: pene ragionevoli e puntare sulla prevenzione prima che sulla repressione dei reati.

È interessante notare a questo proposito che, dal 2012, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 6 febbraio come Giornata internazionale della tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili (Mgf). Mi sembra che questo tipo di sensibilizzazione internazionale per un crimine odioso contro donne e ragazze possa costituire una buona applicazione del principio che dovrebbe stare alla base della “filosofia della sicurezza”, ovvero l’universalità dei diritti umani fondamentali. Il cedimento al relativismo etico, infatti, indebolisce in radice qualsiasi sistema di prevenzione e repressione, impedendo oltretutto ogni azione sinergica e globale contro i reati.

Secondo l’Onu più di 200 milioni di donne e ragazze hanno subito mutilazioni genitali e almeno quattro milioni di giovani sono esposte a questa terribile pratica ogni anno, come pensare di stroncare questa barbarie solo all’interno dei confini nazionali? Si tratta, evidentemente, di una violazione universale che lede non solo i diritti alla salute, sicurezza e integrità fisica delle vittime, ma anche il loro diritto alla vita quando la pratica ha conseguenze letali.

Anche se praticate principalmente in 30 Paesi di Africa e Medio Oriente, le mutilazioni genitali femminili rappresentano un problema per il mondo intero, perché persistono anche in alcuni Stati dell’Asia e dell’America Latina, nonché tra le popolazioni immigrate che vivono in Europa occidentale, Nord America, Australia e Nuova Zelanda, soprattutto di religione islamica. L’infibulazione (altro nome per identificare le Mgf) è pratica, infatti, soprattutto diffusa in ambito islamico, sebbene l’origine di questa barbarie sia molto anteriore alla fondazione della religione di Maometto (VII secolo). È un fatto, però, che le mutilazioni genitali femminili trovino solitamente tolleranza nei sistemi che applicano la Shari’a (legge sacra dell’islamismo, basata principalmente sul Corano e sulla sunna o consuetudine), i quali relegano come noto la donna ad una condizione di minorità. La tolleranza zero dimostrata nei confronti di tali pratiche arcaiche da parte dell’Occidente post-cristiano dimostra la permanenza di tracce di Vangelo nella cultura delle classi dirigenti che, per molti altri versi, hanno optato per il relativismo.

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* Vedi qui il canale YouTube curato dall’autore di questo articolo: Temi di Dottrina sociale della Chiesa.


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