Happycrazia, la fabbrica delle passioni tristi


LA “PANDEMIA” HA FATTO LETTERALMENTE ESPLODERE QUELLE CHE IL CELEBRE FILOSOFO DELLA MODERNITÀ BARUCH SPINOZA (1632-1677) CHIAMAVA LE “PASSIONI TRISTI”

Di Emiliano Fumaneri

Lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle. La tristezza, la sfiducia e il pessimismo dilagano producendo una sensazione generalizzata di incertezza. Con esiti devastanti: le passioni tristi si accompagnano a pensieri neri, portano a richiudersi in sé stessi, a considerare il mondo come una minaccia alla quale rispondere armandosi fino ai denti. E così, per autodifesa, ci si corazza contro le avversità diventando duri, cinici, spietati.

Dalle passioni tristi alle identità armate, il passo è breve.

È un rischio tanto più grande in una società come la nostra, una società opulenta convinta di aver bandito per sempre i problemi maledetti dell’umanità: la malattia, la guerra, la fame. I quali però si ostinano, oggi come ieri, a funestare la storia dell’uomo.

La messa tra parentesi del lato oscuro dell’esistenza è il peccato originale di quella che filosofo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han ha definito «società del positivo»: una società che non tollera alcun sentimento negativo, arrivando a occultare perfino la morte.

Un po’ come accade ad Orano, la città algerina nella quale Albert Camus (1913-1960) ambienta il suo celebre romanzo La peste (racconto del 1947 ma di strettissima attualità). Anche Orano è una società del positivo. I suoi abitanti condividono una specie di religione della felicità: una felicità individualistica e materialistica che ha il culto della performance. Lo stile di vita di Orano è efficientistico, esige la buona salute e, per i malati – come per tutti gli inefficienti e gli improduttivi – c’è solo una estrema solitudine. Non c’è posto per loro.

Lo scoppio della peste sconvolge questo quadro a tinte chiare costringendo la popolazione a fare i conti con tutto il lato tragico della vita. Il racconto di Camus rende appieno quel senso di oppressione che tutti, in misura differente, stiamo sperimentando. E può dirci tanto sul momento che stiamo attraversando.

La diffusione del morbo sconfessa in primo luogo la grande bugia di ogni società del positivo, che promette ciò che non può mantenere: una felicità terrena, senza passioni tristi. È il mito della società-utopia, dove tutto deve filare liscio e veloce, dove tutto deve girare al positivo. Il dolore, che rallenta e ostacola gli ingranaggi della macchina della felicità, deve essere sottaciuto, occultato come una piaga vergognosa. L’imperativo impone di mostrarsi felici e spensierati: felicità obbligatoria per tutti!

Orano è una happycrazia. La felicità, prima ancora che un diritto, è un obbligo. Disattendere la legge della felicità obbligatoria condanna alla solitudine. I deboli, i fragili, i sofferenti sono le prime vittime di questa infernale macchina della felicità universale.

Insomma, lo schema è chiaro: la società positiva alterna la dipendenza e la repressione. La stessa mano che ci droga di passioni positive è la stessa che rimuove le passioni tristi. Una ricetta illusoria quanto la falsa sensazione di pulizia che si può provare nel nascondere la polvere sotto il tappeto… La sofferenza taciuta, presto o tardi, torna a riaffacciarsi sotto forma di nevrosi. Allora non stupisce che il sentimento dominante del nostro tempo sia tutt’altro che positivo, tanto è vero che terapeuti come Miguel Benasayag e Gerard Schmit definiscono la nostra come l’epoca delle passioni tristi.

La cancel culture, in questo come in altri campi, alimenta ed esaspera ciò che voleva sopprimere. Come nel mito dell’idra di Lerna, il mostro a nove teste affrontato da Ercole in una delle sue dodici fatiche, un mostro tanto potente da poter uccidere un uomo col solo suo respiro (un altro tratto che appare di stretta attualità). Il fortissimo Ercole affronta l’idra, ma ogni volta che mozza una testa del mostro ecco ricrescere altre due teste dal moncherino. Per vincere la bestia nemmeno uno sforzo erculeo, individuale e solitario, può bastare; l’eroe riesce a sconfiggere l’idra solo con l’aiuto del nipote Iolao che cauterizza il moncherino col fuoco per impedirne la ricrescita.

Ercole rappresenta la risposta armata, corazzata e aggressiva al male. Ma il suo insuccesso simboleggia l’insufficienza di una simile risposta. È l’illusione di riconquistare la felicità perduta con la forza e la volontà umane. Alla base c’è lo stesso errore della religione della felicità terrena: la ricerca di una felicità dal respiro troppo corto, una felicità a misura d’individuo e nei limiti della sola ragione.

La società del positivo si fonda su un ottimismo umano, troppo umano, destinato inevitabilmente a rovesciarsi nel suo contrario: un pessimismo cronico, impotente davanti all’esperienza del limite.

Come rispondere allora al dilagare delle passioni tristi che proliferano come le teste dell’idra? Spinoza contrapponeva loro le passioni gioiose.

Ma come restare nella gioia quando tutto attorno è cupezza, quando tutto attorno è tragedia? La volontà individuale non basta. Per un cristiano la gioia è un dono di Dio, non una conquista individuale. È una «grazia», come ricorda Papa Francesco in un colloquio con Chiara Amirante di Nuovi Orizzonti.

«Senso dell’umorismo, pace e gioia vanno insieme», sottolinea il Santo Padre, che si spinge a dire che «il senso dell’umorismo è l’atteggiamento umano più vicino alla grazia di Dio».

Quella del Papa è un’affermazione molto forte anche per tempi ordinari. E lo è tanto più in un momento straordinariamente tragico come questo.

Eppure, se ci pensiamo bene, c’è molta verità nelle parole di Francesco. Può aiutarci a coglierla il sociologo Peter Berger (1929-2017) che nel suo Homo ridens attira la nostra attenzione sul legame tra l’umorismo e la trascendenza.

Il senso dell’umorismo, ci spiega Berger, si oppone al senso del tragico.

La tragedia è una sofferenza senza respiro, una sofferenza senza via d’uscita che ha il sentore della catastrofe e della fatalità. Il tragico rivela l’ostica fattualità della condizione umana segnata dall’esperienza del limite. L’orizzonte della tragedia è l’immanenza: circoscrive un mondo rinserrato in sé stesso, senza via di fuga.

L’umorismo, all’opposto, si apre alla trascendenza. Per dirla con le parole di Berger, il sense of humor è il «presagio di un mondo al di là del nostro», una «promessa di redenzione» che rimanda a un mondo liberato dalla sofferenza. Quando nel linguaggio corrente parliamo di una risata liberatoria è a questo genere di liberazione che aneliamo, che ne siamo coscienti o meno. Senza la trascendenza, l’ottimismo e il pessimismo si alternano sotto il segno della disperazione. L’umorismo, barlume di speranza ultraterrena, dà respiro alla sofferenza facendoci intravedere, nella notte di questo mondo, la luce di un mondo di gioia.


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