Il concetto di etica e il quadro storico dello stoicismo

Il concetto di etica e il quadro storico dello stoicismo

NELL’AMBITO DELLA STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA, UN POSTO DI RILIEVO SPETTA INDUBBIAMENTE ALLO STOICISMO, SISTEMA DELL’ETÀ ELLENISTICA AL QUALE HANNO ADERITO GRANDI PERSONALITÀ, FRA LE QUALI LUCIO ANNEO SENECA (4 A.C.-65 D.C.). ECCONE LE COMPONENTI PRINCIPALI, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALL’ETICA

Di Sara Deodati

Lo stoicismo è una scuola filosofica del periodo ellenistico (323 a.C.-31 a.C.)  fondata da Zenone di Cizio intorno al 300 a. C. L’età ellenistica che si apre a partire dalla morte di Alessandro Magno è caratterizzata da uno spezzettamento del suo immenso impero in vari regni, i più importanti dei quali sono la Macedonia, l’Egitto e l’Asia. Le antiche città-stato della Grecia decadono e Atene perde il suo ruolo centrale, pur rimanendo un punto di riferimento della filosofia. Sorgono così nuove scuole che, pur utilizzando mezzi differenti, cercano di dare una risposta ai maggiori interrogativi che riguardano la felicità, il dolore, il piacere, la morte, le virtù. Le più importanti fra queste scuole sono lo scetticismo, l’epicureismo e lo stoicismo, quest’ultima fondata da un filosofo di origine fenicia. Zenone, non essendo cittadino ateniese, era impossibilitato ad acquistare un edificio nel quale insegnare e, così, dovette intraprendere la sua predicazione nella Stoà poikìle, cioè il portico dipinto dal pittore e bronzista Polignoto da Taso (V sec. a.C.), dal quale deriva, appunto, alla corrente qui fondata, la denominazione di Scuola del portico o, più comunemente Stoà.

Con Zenone per la prima volta tutti possono ascoltare dei discorsi filosofici, comprese le donne, gli schiavi e gli stranieri poiché, come afferma il maggiore degli esponenti dello “stoicismo romano”, Lucio Anneo Seneca, «La virtù non è preclusa ad alcuno, è permessa a tutti, accoglie tutti, chiama a sé tutti, liberi, liberti, schiavi, re, esuli. Non sceglie la casa o il censo, si accontenta dell’uomo nudo».

Lo stoicismo viene storicamente suddiviso in tre fasi:

  • “stoicismo antico”, caratterizzato dall’insegnamento del suo fondatore,
  • “stoicismo medio”, con principali esponenti Panezio di Rodi e Posidonio (II sec. a.C), che apportarono alla dottrina stoica influenze platoniche ed aristoteliche,

  • “stoicismo romano”, che con Seneca, Marco Aurelio e Cicerone riporterà l’insegnamento di questa scuola filosofica alle prime origini.

Cicerone

Gli stoici identificano essenzialmente la filosofia con lo studio delle virtù e la suddividono in fisica, logica ed etica (naturalis, rationalis, moralis). La prima si occupa dell’oggetto del conoscere, la seconda del procedimento del conoscere e, infine, l’etica, la componente più importante, che si occupa della condotta conforme alla natura razionale.

Volendo ricorrere ad un esempio per individuare gli elementi che compongono la filosofia stoica della virtù, possiamo dire che la logica è il recinto che delimita il terreno, la fisica l’albero piantato su di esso e l’etica è il frutto di quest’ultimo. Per ciò che concerne l’origine dell’etica (l’albero), possiamo osservare che la fisica stoica, alla maniera dei presocratici, si configura come una scienza che si occupa della totalità del reale: ovvero Dio, l’uomo, il mondo. Gli stoici identificano quindi il reale con la natura, con la materia, dalla quale tutte le cose traggono essere e vita. Questa realtà è considerata sotto quattro aspetti fondamentali:

sostanza, principio della realtà in quanto ente,

qualità, ciò che determina la realtà così come è e non diversamente,

modalità, ovvero il modo accidentale con cui il soggetto conosce la realtà e, infine,

– relazione, come rapporto che intercorre tra realtà e modalità con cui viene conosciuta.

Mentre la sostanza e la qualità interessano la realtà nella sua natura, fisica e metafisica, modalità e relazione implicano l’attività conoscitiva del soggetto. La corporeità che gli stoici attribuiscono a tutto il reale, conduce a definirli “materialisti attivi”, poiché per essi ogni corpo necessariamente opera, può compiere o subire un’azione. Ciò significa che è composto da una materia e una forma immanente che è il logos o ratio.

Secondo Zenone sono due i principi intrinseci a tutte le cose, quello passivo, che è la sostanza materiale priva di forma e quello attivo, corrispondente alla ragione divina immanente alla materia. Dio è perciò il principio determinante della natura e di tutta la realtà: gli stoici ne parlano quindi come di un logos seminale, richiamando una visione che ricorda quella di Eraclito. Quest’ultimo, infatti, da filosofo presocratico, rappresenta la realtà cosmica come un immenso organismo in cui Dio è fuoco vivificatore e compenetrante l’intera realtà. In questo modo Dio dà a tutte le cose origine e vita.

Lo stoicismo con la sua fisica offre una visione panteista nella quale Dio è visto come “pneuma divino”, cioè principio presente in tutto. Un Dio, quindi, che è come ogni altra realtà, corporeo, fuoco intelligente, unito eternamente alla materia. Ma questo Dio è anche in qualche modo “provvidente”, in quanto la sua azione è in ogni parte. Per lo stoico quindi nulla si crea e nulla si distrugge, non esiste l’imperfetto e il perfettibile perché tutto nella realtà è perfetto in quanto effetto di una causa immanente che è il Dio-logos. Questo divino fuoco pulsa in ogni ente e in tutto l’universo. Con ciò ogni accadimento è frutto della serie inevitabile di cause predeterminate e, all’uomo, rimane ben poca scelta. Egli può, in ultima analisi, o ribellarsi o resistere al destino ma, in questa sua resistenza al destino, si rinviene la causa essenziale della sofferenza umana. Un esempio lo si ha con la famosa metafora stoica che paragona la relazione uomo-Universo a quella di un cane legato ad un carro. Il cane ha solo due possibilità: seguire la marcia del carro o resistergli. La strada da percorrere sarà la stessa in entrambi i casi ma, se ci si adegua all’andatura del carro, il tragitto sarà armonioso. Se, al contrario, l’uomo oppone resistenza, l’andatura sarà tortuosa, poiché egli verrà trascinato dal “carro” contro la propria volontà. L’idea centrale di questa metafora è espressa in modo sintetico e preciso da Seneca, quando sostiene che «il destino guida chi lo accetta e trascina chi è riluttante» (Ducunt volentem fata, nolentem trahunt). Si tratta, com’è evidente, di un concetto assai distante da quello cristiano di Provvidenza divina, in virtù della quale, al contrario, «gli uomini, creature intelligenti e libere, devono camminare verso il loro destino ultimo per una libera scelta e un amore di preferenza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 311).

Passando ora alla logica per gli stoici, essa è suddivisa concettualmente in due branche: dialettica e retorica. Entrambe costituiscono la verità: la prima procede per argomenti, la seconda sviluppa il discorso in maniera oratoria. Base della verità è la rappresentazione comprensiva ma, affinché una rappresentazione sia vera, non basta il sentire perché è necessario l’intelletto tramite il quale il logos presente nell’anima presta il suo assenso. Solo questa rappresentazione diventa criterio di verità, poiché dare l’assenso vuol dire trovarsi di fronte a una oggettiva evidenza.

Per gli stoici l’anima inizialmente è una sorta di tabula rasa che acquisisce le conoscenze per l’impulso originario della sensazione, la quale si imprime negli organi di senso e poi passa all’anima sotto forma di alterazione, o impronta materiale, dando luogo alla sopra citata rappresentazione. L’anima giudica con la sua parte razionale ogni singola rappresentazione e dà il suo assenso solo a quelle che sono particolarmente chiare ed evidenti.

L’etica stoica è e resta a tutt’oggi il contenuto più forte e significativo della scuola della Stoà. Il suo messaggio fondamentale consiste in un richiamo all’uomo a vivere secondo natura, al fine di condurre nel modo migliore la sua esistenza (nel senso di vivere il meglio possibile e più a lungo). Per seguire la natura, l’uomo dovrebbe vivere secondo ragione evitando le passioni e le emozioni, che costituiscono stravolgimenti innaturali, nemici del logos e da reprimere in maniera costante e determinata. Il saggio stoico deve essere quindi apatico, perché solo così sarà felice. Vivere secondo ragione è per l’uomo un dovere, al quale è necessario tributare ogni energia, così da assolverlo compiutamente. Esistono perciò comportamenti sempre positivi, perché razionali e comportamenti sempre negativi, in quanto legati alle emozioni. Per questo lo stoico dovrebbe vivere isolato seguendo la massima dell’abstine et sustine, cioè astenersi dalle passioni e sopportare indefettibilmente le alterne vicende della vita.

Il principio sul quale si basa tale sopportazione (e quindi la morale stoica) è quello detto “primo istinto”, corrispondente all’impulso di autoconservazione, secondo cui ogni vivente ricerca esclusivamente ciò che giova alla sua natura, fuggendo ciò che gli nuoce. Questa fondamentale caratteristica di tutti gli esseri viventi implica un movimento di accettazione e di desiderio nei confronti di qualcosa che si sente consono a sé. Che cos’è quindi che viene sentito come “appropriato” allo stoico? L’etica stoica afferma che l’oggetto dell’appropriazione consiste anzitutto nel proprio stesso essere, a partire dal corpo: un animale in virtù dell’istinto di sopravvivenza si rende infatti “automaticamente” conto della struttura del proprio organismo e impara a cercare ciò che gli giova, fuggendo ciò che lo danneggia. Per gli animali, dunque, vivere secondo natura corrisponde a farsi guidare dall’impulso, laddove grazie al logos proprio degli esseri razionali (perciò dotati di una più perfetta costituzione), vivere secondo natura equivale esattamente a vivere secondo virtù. L’uomo è predisposto quindi a conciliarsi prima di tutto alle cose conformi alla sua natura e, posto il principio di accogliere ciò che è conforme alla natura e respingere ciò che le è contrario, conservarsi nella sua “costituzione” rigettando ciò che le è avverso.

Per lo stoico, quindi, la virtù consiste nel vivere secondo natura e ragione perché l’ordine naturale e divino è intrinsecamente razionale. Ciò si traduce nel comportamento doveroso di assentire al corso degli eventi, cioè seguire volentieri il destino, dato che l’alternativa è essere trascinati “contro-natura”.

L’errore si genera nell’uomo quando il suo logos individuale giudica come un bene qualcosa che non è bene o come un male qualcosa che non è male. Nasce così in lui un’opinione falsa, la cui conseguenza equivale ad una passione cui sempre corrisponde un giudizio falso.

Le passioni, intese dagli stoici come stati d’animo, vengono identificate in quattro tipi: il desiderio, la paura, il piacere e il dolore. A queste passioni negative corrispondono antitetici positivi stati di salute, visioni mentali razionali proprie del saggio: al desiderio si contrappone quindi la volontà, alla paura la prudenza, al piacere la gioia, al dolore la mancanza, nel senso che ad essa non si contrappone nulla, perché il dolore è l’idea di una mancanza e al saggio non può mancare nulla.

In definitiva, si può ben dire che per lo stoico il solo bene è la virtù, perché il vizio è il contrario della virtù e, tutto il resto, è indifferente, ovvero non ha alcuna rilevanza morale.

Alcuni stati “indifferenti”, tuttavia, come la vita, la salute, la bellezza e la ricchezza, sono “secondo natura”, perché assumono per gli stoici un valore “preferibile”. Non sono, come detto, rilevanti per la morale, ma possono essere scelti razionalmente così da sostanziare il concetto di katèkhon, tradotto spesso come “dovere” ma, in realtà, corrispondente ad un bene relativo “accessorio” alla virtù, che è intesa nell’etica stoica è intesa come il bene assoluto.

In conclusione, per l’etica stoica, la virtù è guida sicura per conseguire la felicità e tutte le virtù, in fondo, corrispondono ad un’unica virtù declinata con nomi diversi a seconda del campo in cui viene applicata. Dato che l’uomo virtuoso è sapiente, vivere secondo virtù consisterà nell’acquisire la consapevolezza propria della fisica stoica, per la quale vivere secondo ragione significa servire il logos universale, anche se ciò potesse andare in contrasto con il principio della propria sopravvivenza. L’ideale del saggio stoico appare deterministico in quanto il saggio per lui fa bene tutto ciò che fa, perché lo fa con il retto logos, con il giusto spirito. Tale concezione distanzia lo stoicismo dal Cristianesimo, almeno in quel suo concetto fondamentale che è la Provvidenza, che fa dipendere, seppure in modo libero, il destino dell’uomo dalla volontà di Dio.

Altro elemento di differenziazione consiste nell’imperativo per cui il saggio stoico deve liberarsi da ogni impulso sensibile, accettando positivamente la razionalità in tutto. Deve quindi scegliere fra una vita virtuosa e felice ed una necessariamente stolta e misera. Qualora non potesse scegliere, per cause indipendenti dalla sua volontà, può ricorrere al suicidio (ulteriore elemento in totale contrasto con il Cristianesimo) piuttosto che sottrarsi al suo dovere. In tutti i casi in cui gli sia impossibile esercitare la propria esistenza razionale, o quando essa deve essere sacrificata per un bene maggiore della propria vita, il suicidio è per lo stoico del tutto coerente. In questa circostanza l’istinto di sopravvivenza passa in secondo piano di fronte ad esigenze “maggiori” o più profonde che solo il logos può scoprire. Di qui l’affermazione paradossale per cui solo il sapiente, e non lo stolto, può essere conforme a natura e così privarsi volontariamente, quando necessario, della vita.

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