C’è rimasto un po’ di orgoglio nazionale e amor patrio solo allo stadio…


ORMAI CI RICORDIAMO DI ESSERE ITALIANI SOLO ALLO STADIO, DOPO AVER SUBITO PER 150 ANNI LE TRAME DI CLASSI DIRIGENTI E POLITICHE CHE IN ODIO ALL’ITALIA E AGLI ITALIANI CI HANNO PRIVATO DELLA DIGNITA’ DI POPOLO E DI NAZIONE.

di Pietro Licciardi

Domenica sera la finale degli Europei di calcio, disputata allo stadio Wembley di Londra si è conclusa in un tripudio tricolore mentre in Italia in tutte le città ci sono stati i consueti caroselli di auto piene di giovani e meno giovani che con la bandiera nazionale in mano dimostravano il loro orgoglio per la vittoria.

Ebbene si festeggiamo! In fondo ancora ce lo meritiamo. Anche se chi scrive non ha potuto fare a meno di ripensare alle parole dello scrittore e saggista Rino Cammilleri, il quale intervistato da Informazione Cattolica (QUI) ci ha ricordato che ormai a noi italiani è consentito manifestare un po’ di orgoglio nazionale e amor patrio solo allo stadio.

Eh si, perché se si fa un ripassino di storia ci si rende subito conto che l’Italia, e gli italiani, dall’Unità ad oggi sono sempre stati considerati lo zerbino d’Europa. 

Erasmo da Rotterdam soleva dire: «Italiani siam noi tutti che siam colti». Poi arrivò Lutero, col suo livore antipapista e anticattolico il quale cominciò a spargere veleno e calunnie a piene mani su tutta l’Italia “rea” di rimanere, nonostante i suoi sforzi di eresiarca, cattolica e di essere, con Roma, il cuore della cristianità. Da quel momento il disprezzo dell’Europa del Nord, a maggioranza protestante, non ha mai cessato di rivolgersi contro l’Italia, che si ostinava a rifiutare non solo l’eresia luterana ma anche le sue malefiche metastasi, come l’ideologia illuminista e giacobina, introdotta nella Penisola dalle armate napoleoniche, che ovunque, da Nord a Sud suscitarono la rivolta degli italiani con le insorgenze.

Il primo grande successo i più acerrimi nemici del nostro popolo e del nostro Paese – inglesi e massoni – lo ebbero facendo in modo che una monarchia di terz’ordine come i Savoia si convertisse alla libera muratoria, diventando la longa manus della “perfida Albione”. 

Con la nascita del Regno d’Italia, che mai sarebbe stata possibile senza l’Inghilterra, i britannici ottennero un doppio successo.

Il primo fu togliere di mezzo quello che stava diventando uno scomodo avversario nel Mediterraneo, Il Regno delle due Sicilie. Il secondo lo capì molto bene Fëdor Dostoevskij, che nel 1877 nel suo diario annotò: «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un ‘idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, … un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!»

E questo “piccolo regno di second’ordine” nel 1915 non si fece scrupolo di entrare in guerra contro l’Austria, tradendo la Triplice alleanza, perché così avevano evidentemente ordinato al vassallo Savoia le logge britanniche e francesi. Una guerra costata seicentomila morti – altre decine e decine di migliaia erano stati poco più di cinquant’anni prima i patrioti italiani sterminati dai bersaglieri piemontesi nel Meridione, calunniati con l’epiteto di briganti – e dalla quale i governi, massoni, dell’epoca non riuscirono neppure a ricavare i vantaggi territoriali promessi. Anzi, fecero precipitare la nazione nella grave crisi che portò al fascismo.

Mussolini fu forse l’unico leader italiano che godette all’estero di un vero prestigio, forse perché le potenze dell’Occidente protestante e massonico – Francia e Gran Bretagna a cui si erano affiancati dopo il 1917 gli Stati Uniti – avevano capito che anche lui, come le elite risorgimentali voleva ”rifare gli italiani”, che senz’altro, considerato il carattere rivoluzionario e anticlericale del regime, avrebbero dovuto essere innanzitutto molto meno cattolici.

Tuttavia il Duce, forse per mera stupidità, forse perché abilmente menato per il naso ancora una volta dagli inglesi, decise di scendere in guerra. Questa volta però dalla parte sbagliata. 

La Seconda Guerra mondiale è stata la nostra tragedia nazionale non solo perché l’abbiamo persa – e lo abbiamo fatto pure in maniera ignominiosa, cambiando alleato in piena lotta mentre il re in fuga abbandonava il Paese al proprio triste destino – ma perché da allora ancor più l’altrui disprezzo ci perseguita e perché siamo diventati né più né meno che una colonia dei vincitori.

Se i politici che hanno preso le redini dell’Italia dopo il 1945 avessero avuto un po’ di spina dorsale – e non parliamo certo dei comunisti, quinta colonna dell’Urss fino alla caduta del Muro – forse avremmo potuto sperare di essere come la Germania, la quale anch’essa sconfitta e nonostante la vergogna del nazionalsocialismo che ancora la opprime, è tornata di fatto alla guida dell’Europa; anche se l’Europa, ridotta ad un fico secco, non è più quella che fu fino al 1939.

Purtroppo gli uomini della Dc non solo hanno dimostrato di essere nient’altro che i domestici delle potenze vincitrici ma hanno attivamente collaborato a cancellare dal cuore degli italiani ogni traccia di amor patrio e sentimento nazionale, assieme alla dignità di popolo. Lo hanno fatto lasciando mano libera ai comunisti, che hanno occupato scuola, università, case editrici, giornali, cinema e tv, i quali da settanta anni ci stanno bombardando con tutti i luoghi comuni inventati da quel neorealismo creato da cineasti diventati cinghia di trasmissione della denigrazione nazionale. Ovvero dell’italiano vigliacco, pezzente, piagnone e ladro di biciclette, ben rappresentato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman nei loro personaggi.

La nascita della Repubblica ha segnato l’inizio di una decadenza che oggi sembra ancora non aver toccato il fondo. Tutti noi infatti siamo diventati ostaggio di una classe dirigente sinistrata, ex o post sessantottina che ovunque si è insediata ha mostrato la propria nullità, il proprio odio per la patria e per gli italiani che ancora si ostinano a fare figli, ad amare, lavorare e soffrire per mandare avanti quell’Italia che i traditori e i collaborazionisti di casa nostra stanno smantellando e distruggendo un pezzo alla volta.

 


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