Negli Stati Uniti adesso vogliono diagnosi affrettate di morte cerebrale in pazienti ancora in buona salute


VERSO UNA NUOVA VALUTAZIONE DELLA MORTE CEREBRALE

A cura di Angelica La Rosa

Negli Stati Uniti d’America del Presidente Biden ancora una volta il concetto di morte cerebrale, con tutte le sue ambiguità, è al centro del dibattito e una proposta di revisione della legge relativa alla definizione di morte cerebrale sta suscitando l’opposizione di molti professionisti.

Infatti, le modifiche proposte potrebbero, tra le altre cose, portare a diagnosi affrettate in pazienti ancora in buona salute. Attualmente la diagnosi di morte si basa sui criteri stabiliti nella legge intitolata Uniform Determination of Death Act (UDDA).

Tre scienziati – Ariane Lewis, Richard Bonnie e Thaddeus Pope – hanno appena proposto una modifica significativa di questi criteri: un’idea ripresa dalla Uniform Law Commission (ULC) che sta preparando una versione rivista del testo legislativo chiamato RUDDA. Per giustificare il RUDDA, i tre scienziati si affidano all’attuale confusione tra i diversi criteri per determinare la morte cerebrale di un paziente. L’obiettivo è semplice: per loro si tratta di armonizzare la legge con le linee guida – molto più ampie e sfocate – messe in atto dall’American Association of Neurology (AAN).

Ma un collettivo di cento “esperti in medicina, bioetica, diritto e filosofia” sul Journal of Medicine and Philosophy ha affermato che, anche se l’UDDA deve evolversi, la metodologia con cui questa revisione si sta operando “non è quella giusta”, perché si rischia una regressione preoccupante e irresponsabile.

Non a caso l’American Association of Neurology ha sconsigliato un esame che dimostri il completo arresto della funzione cerebrale al di là del semplice elettroencefalogramma (EEG) eseguito direttamente al letto del paziente. Ma va ricordato al riguardo che ciò che è “verità” da questa parte dell’Atlantico (in Francia), stia per diventare “errore” nell’altra sponda…

Infatti, la legge francese che definisce la morte cerebrale prevedeva, nella sua prima espressione datata 24 aprile 1968 – circolare Jeannerey -, l’EEG come esame complementare. Poiché questo metodo è stato considerato insufficiente dai medici e dal pubblico, i criteri sono stati modificati nel tempo. In pratica, il criterio EEG è stato gradualmente abbandonato in Francia, perché tutti i medici lo considerano insufficiente e sostituito o dall’angiografia cerebrale o dalla scansione, sostituzione sancita dal decreto e dall’ordinanza del 2 dicembre 1996.

Ariane Lewis, Richard Bonnie e Thaddeus Pope desiderano, inoltre, eliminare il termine “tutte” dalla seguente frase: “arresto irreversibile di tutte le funzioni cerebrali”, per escludere la funzione ormonale relativa al tronco cerebrale. E si tratta davvdero di un paradosso. Nel citato decreto francese del 1996, è stato precisamente aggiunto in modo specifico: “Fine di tutti i riflessi del tronco cerebrale”, per una maggiore sicurezza.

Infine, la revisione proposta negli Stati Uniti non richiederebbe più al professionista di ottenere il consenso della famiglia prima di eseguire esami che potrebbero portare a una diagnosi di morte cerebrale.

Tutto questo evidenzia un doppio problema: 1) la natura profondamente utilitaristica di queste leggi sulla morte cerebrale. Mirano a stabilire le condizioni in base alle quali l’espianto di organi può essere legalmente eseguito. Il fatto stesso che i medici prima abbiano praticato e poi richiesto la loro evoluzione mostra la loro insufficienza e stabiliscono con certezza che dei vivi sono stati uccisi dagli espianti; 2) l’innegabile successo dei trapianti ha moltiplicato la pratica. Questo ha portato a una cronica carenza di organi da innestare: ci sono stati medici che si sono lamentati che la riduzione della velocità in Francia ha ridotto la possibilità di trapianti… Questa mancanza ha portato a sua volta alla ricerca di nuovi criteri per ampliare i candidati alla donazione di organi, con inevitabili derive. Soprattutto perché la nozione stessa di morte cerebrale è molto discutibile.

In conclusione, sono quindi del tutto illegittime le inquietanti modifiche che hanno portato il gruppo di scienziati contrari alla RUDDA nella sua forma attuale, a denunciare “il notevole pericolo di una diagnosi errata di un paziente che erroneamente si crederebbe morto”.

Il collettivo di cento “esperti in medicina, bioetica, diritto e filosofia” sul Journal of Medicine and Philosophy ha affermato che la legge non dovrebbe, per diagnosticare la morte, basarsi su criteri “circa i quali gli esperti dibattono vigorosamente tra loro”, non portando quindi alcuna certezza scientifica unanime. Ma, disgraziatamente, l’evoluzione della pratica dei trapianti non va nella direzione del miglioramento morale in questa settore del campo medico.

 


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