L’inquisizione cattolica, al contrario di quella protestante, fece da argine al fanatismo popolare


INQUISIZIONE E STREGHE: AD ACCENDERE I ROGHI FURONO PIUTTOSTO I PROTESTANTI

A cura di Pietro Licciardi

Per gli specialisti è ormai assodato: i tribunali dell’inquisizione, nati nell’immaginario collettivo a causa del fanatismo clericale, furono in realtà modelli di equità e umanità, di fronte ai quali i nostri sistemi giudiziari laici e moderni non possono che arrossire di vergogna.

Si cominciò a sfatare la leggenda nera sull’ Inquisizione negli anni Sessanta, quando due studiosi francesi nel volume L’Inquisition arrivarono alla conclusione che «il Sant’Uffizio era talvolta l’organismo più obbiettivo della sua epoca». La rivista Critica storica ha scritto addirittura che con gli anni e il boom delle ricerche d’archivio si è «continuato ripetendo continuamente elogi sulla razionalità delle procedure e sulla mitezza dei tribunali dell’Inquisizione». «Una istituzione dotata di regole razionali e capace all’occorrenza di moderare l’uso della tortura e di scoraggiare denunce e delazioni». Luigi Firpo, lo storico più laicista d’Italia, a cui il cardinale Ratzinger volle aprire le porte dell’Archivio dell’ex Sant’Uffizio, arrivò a dichiarare: «Davanti a quel tribunale, più che dei colpevoli di reati di opinione, dei paladini della libertà di pensiero, comparvero delinquenti comuni, persone colpevoli di atti che anche il diritto moderno considererebbe reati… Gli Ucciardone e le Rebibbia di oggi sono vere bolge infernali rispetto alle troppo diffamate celle dell’Inquisizione… era per esempio prescritto che le lenzuola e federe si cambiassero due volte la settimana: roba da grande albergo (…). Una volta al mese i cardinali responsabili dovevano ricevere uno a uno i prigionieri per sapere di cosa avessero bisogno».

Eppure il mito sopravvive, perpetuato da autentici falsi storici come Il nome della Rosa di Umberto Eco, che dipinge l’inquisitore Bernardo Gui come un torvo ed esaltato sanguinario. Stupidaggini di fronte alle quali persino uno storico come Jacques Le Goff, che per la Chiesa non ha mai dimostrato molte simpatie, ha preso le distanze (cfr. Tuttolibri, 18 ottobre 1986). Le Goff cita il manuale dell’inquisitore scritto da Bernardo Gui nel XIV secolo, dove emerge una saggezza giuridica e un senso dell’umanità che sono ben rari nelle magistrature: «in mezzo alle difficoltà e ai contrasti» scriveva Gui «l’inquisitore deve mantenere la calma, né mai cedere alla collera e all’indignazione… Non si lasci commuovere dalle preghiere e dall’offerta di favori da parte di quelli che cercano di piegarlo; ma non per questo egli dev’essere insensibile sino a rifiutare una dilazione oppure un alleggerimento di pena, a seconda delle circostanze e dei luoghi».

Di citazioni a confutazione dei luoghi comuni che circolano sull’Inquisizione, medievale, spagnola e romana, se ne potrebbero fare ancora molte altre ma qui interessa soffermarci su un’altra “leggenda nera” che aleggia su questa istituzione ecclesiastica, ovvero la presunta strage di streghe.

L’ossessione per le streghe e la loro caccia è un fenomeno tutto moderno, iniziato alla fine del 1400 e terminato due secoli dopo, soprattutto nei Paesi protestanti. Tra gli ultimi tragici episodi vi è quello di Salem, nel New England, la terra nuova della tolleranza protestante e dei diritti dell’uomo, dove furono bruciate venti presunte streghe. «Non devono avere alcuna compassione per queste malvagie, vorrei bruciarle tutte» sentenziava Martin Lutero. Calvino poi, nella sua Ginevra, fu un vero piromane. Il regno di terrore non colpiva solo i cattolici e i dissidenti. Lo storico francese Jules Michelet (1798-1874) ha scritto che nel 1513, in soli tre mesi, bruciarono 500 streghe.

Il mondo protestante fu davvero scatenato nei confronti delle streghe, poiché l’ossessione del demoniaco e del male irredimibile proprio della Riforma ebbe effetti dilanianti per le coscienze religiose dell’epoca, aumentando enormemente il senso di insicurezza personale e collettiva il che portò ad un abominevole massacro i cui più convinti fomentatori furono le élite intellettuali del tempo. come Coke, Bacone e Releigh, i cervelli della Rivoluzione inglese. E poi Boyle, Ugo Grozio e Cartesio. Il fior fiore della cultura laica del tempo: «Se questi due secoli» scrive Hug Trevor-Roper, storico e pubblicista inglese, specialista di storia dell’età moderna, «furono un’epoca di lumi dobbiamo ammettere che, sotto un certo aspetto, l’epoca delle tenebre fu più civile».

«Tutta la cultura dell’epoca» scrive Giorgio Galli «si schiera per la prosecuzione della caccia, che in Inghilterra tocca il culmine proprio nel periodo della Rivoluzione con Matthew Hopkins come grande cacciatore, a conferma della connessione tra persecuzione e affermazione della democrazia parlamentare e rappresentativa». Il campione intellettuale della caccia alle streghe fu però Jean Bodin, il quale oggi è ritenuto il pensatore politico dello Stato moderno e il teorico della tolleranza religiosa.

Ben diverso l’atteggiamento cattolico. Innanzitutto i più autorevoli esponenti della Chiesa e dell’Inquisizione romana di fine ‘500 conservavano un certo scetticismo sulla stregoneria, tanto è vero che tutto il Medioevo cristiano fu immune dalla follia della caccia alle streghe. Per tutti i cosiddetti “secoli bui”, non esistono né cacce, né roghi di streghe: il pronunciamento della Chiesa, che fa testo per tutto il Medioevo, su quel fenomeno è il Canon episcopi, attribuito al Concilio di Ancira del 314d.C., che dissolve con tolleranza, scetticismo e perfino ironia tutte le tenebrose superstizioni – comprese le streghe – che le popolazioni europee avevano ereditato dall’antichità pagana.

Probabilmente fu proprio la distruzione della rete protettiva assicurata dal cristianesimo tradizionale operata dai protestanti, ad aver contribuito ad innescare le spinte persecutorie assieme al fondamentalismo biblico che le caratterizza, lo zelo intransigente, la propensione al bagno di sangue purificatore, proprio dei seguaci di Lutero e Calvino. Al contrario là dove la Chiesa cattolica era ancora salda attraverso i suoi tribunali introdusse – dicono oggi gli storici – un potente principio di trasparenza, di moderazione e di diritto evitando il più possibile episodi di giustizia sommaria ed esemplare come avrebbero voluto il potere politico e il popolo. E difatti nelle cattoliche Italia, Spagna e Portogallo la caccia alle streghe iniziò con più moderazione del resto d’Europa e molto presto il già iniziale scetticismo del Sant’Uffizio divenne una vera e propria barriera di regole che soffocò questa ossessione.

Lo storico e sociologo statunitense Rodney Stark, nel suo For the Glory of God, confuta pure un altro luogo comune riguardo la caccia alle streghe osservando come la storiografia più recente ha ridimensionato la stima delle vittime, valutata addirittura in nove milioni – che peraltro compare ancora in alcune opere di carattere meno scientifico – riducendola a una più realistica cifra di circa 60.000. Ciò naturalmente non toglie nulla alla drammaticità del fenomeno ma mostra bene con quanta disinvoltura i fautori della “leggenda nera” hanno spacciato dati tanto stratosferici quanto irreali.

Infine non si deve dimenticare che l’Inquisizione cattolica non comminava la morte, perché non aveva il potere di eseguire il rogo né degli eretici né delle streghe

Per approfondire:

Giovanni Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Sansoni, Firenze 1990.

Gustav Hennlngsen, L’avvocato delle streghe. Stregoneria basca e inquisizione spagnola, trad. it., Garzanti, Milano 1990.

Rino Cammillerl, La vera storia dell’inquisizione, Piemme, Casale Monferrato 2001.

 


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