Albinati e il “fracco di legnate” a Borgonovo: quando la violenza (sinistra) è cosa buona e giusta


EDOARDO ALBINATI PUÒ PERMETTERSI DI SCRIVERE CHE UN GIORNALISTA DI DESTRA MERITEREBBE DI ESSERE FRACCATO DI LEGNATE PER LE SUE POSIZIONI SUL DDL ZAN, SENZA CHE ALCUNO SI INDIGNI

Di Dalila di Dio

In prima elementare avevo un compagnuccio, molto carino e intelligente, che mi rubava la merenda e mi tirava le treccine. Pare – così dissero le maestre a mia madre – che quel compagnuccio avesse un debole per me ma, non sapendo come manifestare il suo interesse, passava il tempo a infastidirmi.

Quel compagnuccio mi è tornato in mente un paio di giorni fa, quando mi sono capitate sottomano alcune pagine di “Velo pietoso”, ultima fatica letteraria di Edoardo Albinati, premio Strega 2016, noto alle cronache – oltreché per quel libro lungo lungo che gli valse il più ambito dei feticci sinistri – per aver desiderato che nel 2019 sulla nave Aquarius carica di migranti in attesa di un porto, “morisse un bambino”. Così, giusto per dare una lezioncina al perfido Salvini che aveva osato negare l’approdo.

Il compagnuccio e Albinati, dicevo. 

O il compagnuccio Albinati, che forse è meglio: maglioncino a collo alto, tono pacato e monocorde e sontuosa prosopopea fanno di lui il progressista modello.

E in quanto tale, anche lui è avvinto nel cono di impunità che gli attribuisce la certezza di poter dire qualunque cosa, anche la più atroce, rimanendo assolutamente impunito: è successo qualche giorno fa, con il rettore Tomaso Montanari, custode della cultura come “vaccino contro il fascismo”, che ha minimizzato sulla tragedia delle foibe, protetto dalla corazzata dei suoi sodali, e si è presto trasformato da ignobile mistificatore in vittima di tentativi di epurazione di stampo fascista. 

Succederà anche con Edoardo Albinati, che, a quanto pare, può permettersi di scrivere che un giornalista di destra meriterebbe di essere fraccato di legnate per le sue posizioni sul DDL Zan, senza che alcuno si indigni.

Albinati, uomo con una strana fissazione per le dimensioni che lo porta a ripetere compulsivamente di aver scritto un romanzo di 1300 pagine (lungo lungo per davvero!), nel suo libello “Velo pietoso” – di sole 160 pagine ma pieno di “schegge di bellezza e verità che ci permettono di muoverci dall’abulia e andare avanti” (così recita la descrizione su ibs.it)-  si profonde in un delirio che trasuda frustrazione, ignoranza e odio, con passaggi di pura proiezione da manuale di psicologia, innaffiati con la codardia sinistra di chi tira il sasso e nasconde la mano.

L’uomo da 1300 pagine pare particolarmente infastidito da un giornalista di destra: «un tipo magrolino, pacato nei modi e rigido negli argomenti, che vorrebbe apparire dialogante e ben educato, con la barbetta curata… aria da seminarista».

Non ha neppure il coraggio di nominare il destinatario della sua intemerata ma è chiaro che a turbare così tanto il suo sensibile animo di difensore dei diritti sia Francesco Borgonovo, vicedirettore de La Verità, colpevole di attentare con la sua «logica capziosa» alla legge «studiata per impedire che qualcuno impunemente offenda, oltraggi, molesti, discrimini e magari alla fine riempia di botte omosessuali&Co».

Con l’originalità che contraddistingue un intellettuale della sua caratura, Albinati accusa Borgonovo di volere che si continui «a essere liberi di chiamare frocio un frocio» – cosa che, addì 5 settembre 2021, è già reato ma non diciamolo all’uomo dai lunghi libri – e conseguentemente ritiene che sia necessario «farne emergere la vera natura» e «mentre con modi sempre più striduli sta rivendicando le sue opinioni, gridargli “A Frooociooo!”».

Albinati decide di farsi carico dell’oneroso compito perché Borgonovo manifesterebbe uno «straordinario accanimento contro i “diversi”» dettato da «timore, disgusto di sé, desiderio di distanziarsene e così via»: col più classico dei meccanismi di proiezione, il fine pensatore pare attribuire al «pretino di estrema destra» turbe che sembrano essere tutte sue.

D’altronde, Albinati non fa mistero dei suoi problemi con la virilità quando arriva a parlare di «regime virilista» che, a suo dire, ingabbierebbe gli uomini costringendoli ad essere altro da sé: Borgonovo quindi, dietro la difesa della famiglia e il culto «di una mascolinità incontaminata” (qualunque cosa voglia dire), occulterebbe «dentro di sé l’esatto opposto di questi valori.»

«Ci ho già scritto su decine, anzi centinaia di pagine» scrive Albinati, tradendo ancora una volta la sua inveterata necessità di celebrare la lunghezza, «non ci tornerò sopra». 

Tuttavia, il ragionamento è chiaro: il tipo magrolino con la barbetta curata appare troppo eterosessuale per esserlo davvero, quindi deve necessariamente essere «frocio» e qualcuno deve urlarglielo a gran voce. 

Qualcuno di sinistra, possibilmente, a cui sia consentito usare la parola con la F, senza essere radiato dal genere umano.

Non solo: a Borgonovo qualcuno dovrebbe dare «un fracco di legnate» per spiegargli come si sta al mondo: lo merita per essersi opposto a una legge «che protegge omosessuali e trans».

Legnate, dunque. Ma di quelle buone, progressiste, date a fin di bene. 

Per rieducare, ricondurre all’ordine, raddrizzare. 

Consentite, anzi doverose. Come gli insulti alla Meloni, i libri capovolti, gli strali contro gli omosessuali non allineati e le epurazioni dei pericolosi professori sovversivi di destra.

Eppure, sostiene lo stesso Albinati, «l’aggressività è l’estrema risorsa a cui si ricorre quando i maschi scoprono di non poter essere quelli che si pretende che siano…il modo migliore per mascherare la propria debolezza e per evitare un rapporto con gli altri maschi di tenerezza, di dolcezza che in un regime virilista verrebbe visto come una cosa effeminata. Allora per evitare la propria effeminatezza, viene fuori una mascolinità parodistica sovraccarica di aggressività».

Quell’aggressività che allora portava il compagnuccio delle elementari a tirarmi i capelli.

La stessa che oggi conduce Albinati a desiderare di fraccare di legnate Francesco Borgonovo.

Capito come?


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