Jozef Mikloško

“Arrivederci, Italia”: l’amore per il nostro Paese dell’ambasciatore slovacco Jozef Mikloško


JOZEF MIKLOŠKO, SCIENZIATO PRESSO L’ISTITUTO DI CIBERNETICA TECNICA DELL’ACCADEMIA DELLE SCIENZE SLOVACCA DAL 1963 AL 1990, DURANTE IL TOTALITARISMO COMUNISTA HA PRESO PARTE AI LAVORI DELLA CHIESA CATTOLICA SOTTERRANEA E NEL 1989 HA CONTINUATO IN LIBERTA’ IL SUO IMPEGNO SOCIALE, POLITICO E DIPLOMATICO. IN QUEST’ULTIMA VESTE, DAL 2000 AL 2005, È STATO AMBASCIATORE SLOVACCO A ROMA. NEL TESTO CHE PUBBLICHIAMO IN ESCLUSIVA PROPONIAMO I RICORDI DELL’AMBASCIATORE A 16 ANNI DALL’ADDIO ALL’ITALIA

Di Jozef Mikloško

Esattamente 16 anni lasciavo l’Italia per ritornare in Slovacchia, dopo un soggiorno di quasi cinque anni. Un amico mi disse al momento dell’addio: “se parti, bloccheremo tutte le strade e gli aeroporti“. Non avevo idea che fosse serio! Roma era letteralmente bloccata dalle auto…

Siamo andati verso l’autostrada attraversando la piazza dove c’è la chiesa parrocchiale di Santa Chiara ma abbiamo dovuto proseguire molto lentamente perché in molti hanno voluto dirmi addio. Un militare dell’Arma presidiava la rotonda affollata. Avvicinandosi verso la nostra auto ha cominciato a sorridere. Gli ho detto che saremmo tornati in Slovacchia per sempre e mi ha ricordato che era lui che ci ha fatto da scorta al ricevimento dell’anno precedente. Poi abbiamo scattato una foto insieme. Non c’era fine ai ricordi, e quando il suo collega lo vide e gli chiese, curioso, cosa stesse facendo, rispose: “siamo amici!” spiegò. Arrivederci, carissimi Carabinieri!

Anche il Grande raccordo anulare, un circuito di 73 chilometri intorno a Roma, era pieno di auto. Il traffico è continuato fino alla Madonna in Orte, la statua della Madre di Dio che ci ha sempre accolto, scortato e custodito per le strade a braccia aperte.

In seguito hanno riferito alla radio che un camion si era ribaltato dietro Firenze e la strada sarebbe stata bloccata durante la notte. Così ci siamo fermati al primo Hotel ma, quando stavamo per portare in camera i bagagli più preziosi, l’albergatore ci ha detto un po’ maliziosamente: “qui non si ruba, non siamo in Slovacchia!“.

Al mattino siamo stati accolti dai tristi pioppi e foreste della pianura padana, le cui foglie già cadevano. Più salivamo verso nord più le foreste diventavano traslucide. Raggiungiamo quindi le Alpi, con le cime aguzze, che già si levavano davanti a noi.

All’ultima stazione di servizio italiana ho provato una sensazione nuova: la tristezza e la gioia di dire addio per sempre ad un Paese che ha coinciso con la chiusura definitiva di una tappa della mia vita.

Su Radio Maria, intanto, ascoltavamo musiche di Chopin. Siamo stati accompagnati dalle nuvole, dagli alberi, dalle foglie “insanguinate” dell’edera che ricordano le visite passate. Nella prima serata eravamo finalmente a casa.

Arrivederci Italia!


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