L’eutanasia al Palazzaccio… ma gli amici dei sofferenti combatteranno sempre contro la legalizzazione!

L’eutanasia al Palazzaccio… ma gli amici dei sofferenti combatteranno sempre contro la legalizzazione!

UN MILIONE E 200MILA FIRME SONO STATE DEPOSITATE VENERDÌ SCORSO IN CASSAZIONE PER CHIEDERE IL REFERENDUM SULLA “EUTANASIA LEGALE”. PRESENTI IL TESORIERE MARCO CAPPATO E IL LEGALE FILOMENA GALLO DELL’ASSOCIAZIONE “LUCA COSCIONI”, CHE HA DATO VITA FIN DAL 2013 AL COMITATO PROMOTORE DELLE LEGALIZZAZIONI (DAPPRIMA DEL “TESTAMENTO BIOLOGICO”). TUTTO NASCE, COME SPIEGA IL BIOETICISTA DON GIAN MARIA COMOLLI NEL SUO ULTIMO LIBRO “EUTANASIA. SE LA CONOSCI LA COMBATTI”, DAL SUICIDIO ASSISTITO DI FABIANO ANTONIONI (DJ FABO), EFFETTUATO IN SVIZZERA CON L’AIUTO DI CAPPATO IL 27 FEBBRAIO 2017, SUCCESSIVAMENTE LEGALIZZATO CON UNA MOLTO DISCUTIBILE GIURISPRUDENZA ITALIANA CHE HA ASSOLTO “PER NON AVER COMMESSO IL FATTO” L’EX PARLAMENTARE ED ESPONENTE DEI RADICALI ITALIANI

Di Giuseppe Brienza

Venerdì scorso sono state depositate in Cassazione dal Comitato promotore guidato da Marco Cappato e Filomena Gallo le firme per richiedere il referendum sulla “eutanasia legale”.

Il giornalista e bioeticista Don Gian Maria Comolli (qui sotto in una foto con Papa Francesco), in questi giorni, ha fatto opportunamente uscire un saggio che può utilmente contribuire alla battaglia contro l’introduzione dell’eutanasia in Italia. Il sacerdote ambrosiano ci ha quindi rilasciato un’intervista per presentare, in esclusiva e in sintesi, il suo “Eutanasia. Se la conosci la combatti. Dall’ideologia al reale” (Youcanprint, 2021, pp. 110, € 12), i cui proventi saranno devoluti alle Associazioni che operano in difesa del diritto alla vita dal concepimento fino alla morte naturale.

Comincerei con una domanda un po’ provocatoria: perché chi è a favore dell’eutanasia, che quindi ci dovrebbe maggiormente interessare come interlocutore per un confronto, dovrebbe leggere un libro come il suo?

Anzitutto perché il testo non intende persuadere nessuno. Ha unicamente l’ambizione di presentare fatti sconosciuti e, di conseguenza, stimolare il pensiero dei lettori memori del detto di Socrate: “Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare”.

Nell’Introduzione al suo libro Lei sostiene che ci sono attualmente parecchi ostacoli ad un confronto chiaro e razionale sul tema dell’eutanasia, ci può spiegare perché?

Anzitutto anche in questo caso gli strumenti di comunicazione stanno esponendo gli argomenti definiti “eticamente sensibili” collegati all’eutanasia con un’impostazione prevalentemente ideologica, puntando sul “sentire emotivo e pietistico” o dando per scontate alcune affermazioni pseudo-etiche che non lo sono affatto. In questo modo, com’è ovvio, vengono messi da parte il rigore logico e la ricerca della verità, cercando di commuovere e impietosire facilmente la pubblica opinione. Tale errata e ingannevole metodologia è stata attuata nel dibattito sul “fine vita” fin dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale sul suicidio assistito e, naturalmente, ha accompagnato la raccolta di firme dell’Associazione Luca Coscioni che porterà molto probabilmente ad una prossima consultazione popolare per la legalizzazione dell’eutanasia. Altro ostacolo da superare per una razionale e oggettiva discussione della tematica è il pregiudizio di molti, che intrecciando l’umano con il religioso, reputano ogni diniego alla legalizzazione dell’eutanasia associato al cattolicesimo. È questo un enorme errore di prospettiva sia nei confronti dell’aborto che dell’eutanasia come più volte ribadito da Papa Francesco.

Ci può ricordare quando il Papa è intervenuto sostenendo la necessità di un’opposizione all’eutanasia anche dal punto di vista razionale?

Certo. Ad esempio, il Pontefice, conversando con un giornalista nel viaggio di ritorno dall’Irlanda (26 agosto 2018), affermò: “Il problema dell’aborto non è un problema religioso: noi non siamo contro l’aborto per la religione. No. È un problema umano e va studiato dall’antropologia. Studiare l’aborto incominciando dal fatto religioso è scavalcare il problema poiché c’è la questione antropologica sull’eticità di far fuori un essere vivente per risolvere un problema. Io non permetto mai che si incominci a discutere il problema dell’aborto partendo dal fatto religioso essendo un problema antropologico e un problema umano”. Concetto già ribadito per l’eutanasia il 14 novembre 2014 nell’udienza all’Associazione Medici Cattolici Italiani.

Quindi l’opposizione all’eutanasia che troviamo nel suo libro non è di tipo religioso, giusto?

Esattamente. Il testo che ho appena pubblicato serve per motivare e chiarire l’orrore dell’eutanasia, ma non ruotando attorno a idee o visioni religiose bensì puntando sul “reale”, cioè evidenziando e mostrando le tragiche conseguenze della legalizzazione della “dolce morte”. La mia è una osservazione storica degli eventi accaduti negli ultimi vent’anni in alcuni di quei Paesi occidentali nei quali l’eutanasia è legale. In particolare, propongo ai lettori delle approfondite e documentate radiografie all’Olanda, al Belgio e al Canada, le prime nazioni che hanno legalizzato questa pratica. Poi prenderò in seria considerazione l’appello dell’olandese Theo A. Boer, docente all’università di Utrecht e membro di uno dei cinque Comitati Regionali di Revisione dell’Eutanasia nei Paesi Bassi. Quindi un convinto sostenitore all’inizio del XXI secolo della “dolce morte”. Dopo vent’anni dalla legalizzazione dell’eutanasia nel suo Paese si è rivolto agli italiani implorandoli: “Non fate il nostro errore”. Noi, invece, tenuti all’oscuro delle brutture e degli orrori che la pratica eutanasica consente e tollera, stiamo ripetendo pedestremente gli stessi sbagli poiché, purtroppo, come affermò Alessandro Manzoni: “La storia insegna che la storia non insegna nulla”.

Cosa è avvenuto e sta avvenendo in Olanda, Belgio e Canada riguardo alle pratiche eutanasiche?

Prima la legalizzazione del suicidio assistito, poi dell’eutanasia per i casi più gravi, infine, con il trascorrere del tempo, “le maglie si sono allargate” e tutti i “paletti” sono saltati, e ora in molti la esigono per ogni tipologia di malattia e di disabilità, anche per i minori. Ma, peggio ancora, tanti sono vittime di questa barbarie e il loro ultimo grido straziante prima della “dolce morte” è: “non voglio l’eutanasia”. Ma, ormai, è troppo tardi!

Cosa prevede per l’Italia?

Dipende da noi e da come sapremo trasmettere le idee ed i valori della vita ai giovani. Io ho sessant’anni, e forse la visione di queste atrocità la vita me le risparmierà, o magari io, tu, noi a un certo punto saremo “fatti fuori” essendo divenuti una zavorra per le nostre famiglie e dei costi ingenti per la società. Ma quello che è fondamentale è che un ventenne o trentenne di oggi, che per vivere a lungo sarebbe disposto a qualsiasi sacrificio, compresa la rinuncia a tante libertà, dovrà divenire cosciente che quando la furia eutanasica conquista i centri del potere la sua vita è a rischio indipendentemente dalle patologie e dall’età. Inoltre, ai piccoli Tommaso, Chiara, Giorgio… che magari oggi hanno sei-sette oppure otto anni, che “società” lasceremo in eredità? Legalizzando l’eutanasia senz’altro quella ipotizzata da Thomas Hobbes nel Leviatano dove si combatte quotidianamente una “guerra di tutti contro tutti”.

Qualcuno potrebbe giudicare le sue parole eccessivamente pessimistiche…

No, credo siano le parole di uno che essendo anche sociologo, analizza la realtà che lo circonda, in questo caso di tre Paesi nei quali l’eutanasia è legale da vari anni. Nel mio libro presento e commenta “i fatti” che sono verità comprovate e documentate, a differenza delle opinioni che sono unicamente visioni o percezioni, quindi totalmente soggettive, memore dell’antico proverbio: “Con i ‘se’ e con i ‘ma’ la storia non si fa”.

Una domanda “tecnica”: come mai secondo Lei, nei vari dibattiti cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, non vengono mai (o quasi mai) considerate le Cure palliative come “alternativa” all’eutanasia?

Vero. Le Cure palliative dovrebbero coinvolgere tutti i malati molto gravi o terminali ma in Italia, in molte situazioni, sono assenti o notevolmente insufficienti. Inoltre, le varie associazioni che stanno promuovendo con la complicità dei mass-media la legalizzazione dell’eutanasia, non si sono mai occupate di ascoltare o sostenere chi supplica di “poter continuare a vivere con dignità”. Ovviamente, l’eutanasia, è l’indicazione più semplice e meno costosa da proporre a un malato grave ma non è certo la più umana, solidale o altruistica. Evidentemente, è più agevole legiferare sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT), sul suicidio assistito, sull’eutanasia che “spaccarsi la schiena” affinché neppure un malato nella fase terminale della vita sia trascurato e nessuna famiglia abbandonata.

Darebbe un pensiero d’incoraggiamento e di speranza a tutti i difensori del diritto alla vita che sono impegnati nella battaglia contro l’eutanasia?

Certamente. A me ha incoraggiato molto leggere di una personalità molto nota della sinistra come Luciano Violante condividere un pensiero solidale e umano riguardo al tema della dignità del morente. In un recente editoriale pubblicato peraltro da un quotidiano assolutamente favorevole all’eutanasia, infatti, l’ex magistrato e Presidente della Camera dei deputati ha scritto: “Oggi il costo di una giornata di degenza in una struttura dedicata alle cure palliative è di circa 300 euro e quello di una giornata di ricovero in un ospedale pubblico è di circa 470 euro. Quale sarà il destino dei malati vecchi e poveri in una società che invecchia, con una sanità costosa, dove sia possibile sopprimere chiunque e dove circolano idee come quelle sopra indicate?” (Referendum sull’eutanasia, il limite tra fine vita e diritti, La Repubblica, 24 agosto 2021, p. 24).

Cosa risponde a chi sostiene che l’eutanasia legale servirà ad aiutare e dare dignità alla sofferenza?

Se permette mi vorrei rivolgere non ai promotori dell’eutanasia legale ma a coloro che sono contrari. I reali “amici dei sofferenti”, infatti, non possono a mio avviso assistere passivamente a tutto ciò ma devono divenire i difensori e i protettori dei più deboli e fragili della nostra società. Il mio libro vuole essere appunto un supporto per tuti coloro che amano la vita dal concepimento alla morte naturale.

È per questo che ha voluto dedicare “Eutanasia. Se la conosci la combatti” ai medici ed infermieri che si sono fatti valere nella “battaglia” contro il Covid-19?

Sì, ho dedicato il libro ai tanti operatori sanitari che per curare migliaia di persone contagiate da Covid-19 hanno onorato la loro professione fino alla morte. Il loro meraviglioso esempio ci faccia comprendere il valore di ogni vita.

Come ultima domanda Le chiedo ancora una previsione: come vede la prossima battaglia sul fronte di chi sarà pro- e che contro al referendum sull’eutanasia legale?

La battaglia che attende nei prossimi mesi chi “amando” ogni malato e disabile desidera che possa vivere pienamente, totalmente e dignitosamente la sua esistenza fino alla morte naturale sarà ardua, difficile e faticosa poiché il “vento soffia contro”. Ma, noi, gli amici dei sofferenti, poiché non vogliamo tramutarci nei “sicari dei malati”, non arretreremo di un passo, non ci lasceremo condizionare e plagiare da nessuno e se anche perderemo, o meglio tutta la società italiana sarà sconfitta legalizzando l’eutanasia, non ci sentiremo degli sconfitti poiché ci rimarrà l’orgoglio di poter dire ai nostri figli e nipoti: “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo”.

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