“Fortuna”, il nuovo romanzo di Nicolò Govoni, fondatore dell’Associazione no-profit Still I Rise


L’ULTIMO LIBRO DI NICOLÒ GOVONI “FORTUNA (RIZZOLI LIBRI) INCHIODA L’ANIMA DI CHI VIVE NELLA PARTE RICCA DEL MONDO, RIBALTANDO L’IDEA COMUNE DI PROFUGO, DI POVERO, DI STRANIERO

Di Simona Trecca

Nicolò Govoni, classe 1993, è cresciuto a Cremona. A vent’anni si unisce ad una missione di volontariato in India dove vive per quattro anni e studia giornalismo.

Inizia così la terza di copertina del libro Fortuna (Rizzoli Libri, Milano 2021, pp. 416, €18), che descrive in poche righe la storia pazzesca dell’autore di neanche trent’anni. Com’è possibile rappresentare in sedici righe tutto il lavoro fatto e il miracolo del suo lavoro?

A venticinque anni fonda Still I Rise, un’organizzazione umanitaria no-profit che conta al suo attivo l’apertura di scuole in Grecia, Turchia, Siria, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Colombia (queste ultime work in progress) il cui scopo è offrire gratuitamente a migliaia di bambini e adolescenti, profughi e svantaggiati, un’istruzione e un Baccalaureato gratuito [=qualificazione riconosciuta su scala internazionale, valida per l’ammissione universitaria in più di ottanta Paesi del mondo].

Nel 2020 Nicolò è stato nominato al Premio Nobel per la Pace, poi assegnato al Programma Alimentare Mondiale (WFP), per il suo impegno nella lotta contro la fame ed il suo contributo al miglioramento delle condizioni di pace nelle aree colpite dai conflitti.

Da quando ho memoria personale, esiste la fame nel mondo, è sempre esistita e sempre esisterà. Per debellarla serve innanzitutto una volontà politica. E poiché non si vive di solo pane, Nicolò, ragazzo dal cuore d’oro e da una determinazione di acciaio, ha capovolto l’immaginario dei profughi in generale e dei bambini e adolescenti nello specifico, da vittime di un lontano colonialismo, aiutate da un patetico Occidente che si erge a benefattore, in persone che hanno dei diritti, tra cui quello dell’istruzione. Questo diritto è propedeutico a tutti gli altri. Senza l’istruzione non c’è conoscenza né consapevolezza. Non c’è speranza, né futuro.

Un po’ di conti vanno fatti per rendere meglio l’idea dell’operato di Nicolò e di Still I Rise. Come risulta dall’ultimo report finanziario 2019, l’organizzazione, con 40 volontari a supporto, ha accolto più di 1.300 studenti, distribuito 25.000 pranzi e 25.000 colazioni, insegnato inglese per 4.500 ore, matematica per 900 ore, distribuito più di 700 kit igienici agli studenti, donato 300 pacchi alimentari, più di 500 visite oculistiche e 100 paia di occhiali. Appare evidente che non si tratta di una “semplice scuola” nella quale bambini e ragazzi si recano ogni giorno a studiare. C’è molto di più. C’è un lavoro quotidiano, minuzioso, certosino, faticoso, laborioso ed elaborato che coinvolge gli insegnanti, i volontari, i dirigenti scolastici e tutti coloro che hanno a cuore prima di tutto l’essere umano in quanto tale.

C’è anche da considerare che questi bambini e ragazzi hanno alle loro spalle storie di violenze, soprusi, abbandoni, inimmaginabili per noi, vissuti che minano alla base la loro salute mentale e fisica. In più vivere in campi profughi dove non c’è garanzia alcuna di essere preservati da ingiustizie e brutalità da parte di chi dovrebbe proteggerli rende Still I Rise ancor più un’oasi di pace, tranquillità, salvezza, almeno per il tempo in cui possono frequentare le scuole.

Da questa forte esperienza, nascono i lavori letterari di Nicolò Govoni: nel 2018 il libro Bianco come Dio, che racconta gli inizi della sua storia; nel 2019 Se fosse tuo figlio, che tratta la storia incredibile di un bambino nell’Hotspot [centro di prima accoglienza dei migranti] di Samos (Grecia); nel 2020 il libro fotografico Attraverso i nostri occhi.

L’ultimo lavoro, Fortuna, racconta la storia di tre personaggi di una nazionalità che non ci aspetteremmo mai, che lottano e combattono per sopravvivere in un campo profughi surreale (mica poi tanto…). Protagonisti che vediamo passare dai propri mostri interiori alla consapevolezza di ciò che è giusto e vero e bello. Il libro ricorda per la sua struttura utopistica il romanzo “1984” di George Orwell (1903-1950), “attualizzato” per via dei like e dei post che permettono di sopravvivere.

Richiama anche il romanzo “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj (1828-1910) perché in diversi punti del racconto Nicolò snocciola assunti e princìpi del suo modo di vedere il problema dell’immigrazione e dei profughi, così come faceva lo scrittore russo citando princìpi cristiani in mezzo a guerre e balli della nobiltà del tempo. (es.: “Lo scheletrino muto dai grandi occhi grigi. Quale cliché migliore per strappare un po’ di lacrime a qualche riccastro dall’altre parte del mondo?”, pag. 119).

Personalmente, quando Juju, una dei protagonisti, palesa la sua cittadinanza mi ha infastidita, ma credo sia stato questo l’intento proprio dell’Autore. Il discorso finale via web di Juju ai benefattori, inchioda l’anima di ognuno di noi, ribalta l’idea di profugo, povero, straniero che abbiamo nella nostra mente, nonostante noi, malgrado noi. È un discorso vero nella sua ovvietà, vero nella sua logicità, vero nella sua umanità. Perché noi siamo esseri umani e tutto il resto non dovrebbe contare nulla. Non mi sono sentita in colpa perché vivo nella parte fortunata del mondo, ma ha svelato la mia ipocrisia e il mio limite di giudizio. Le accuse rivolte da Juju al mondo occidentale (che nel libro è ribaltato) sono reali. Ci hanno abituati a valutare i profughi e i poveri solo ed esclusivamente per ciò che non hanno, per dove vivono, accostandoli sempre ad immagini di brutto, sporco, triste etc… Dai media, dai libri di scuola, dai social, il profugo non è mai bianco, non è istruito, non ha soldi, né lavoro, vive nella sporcizia e nell’abbandono più assoluto.

Ma è una persona. Lo abbiamo dimenticato. Prima di tutto è una persona.

Questo libro non dà una soluzione al problema dei profughi e dell’immigrazione, e se pur i ruoli sono invertiti il risultato non cambia: strattona l’anima, risveglia le coscienze, stravolge gli sguardi, ribalta i punti di vista.

E la Nota dell’autore alla fine, nelle ultime due frasi è illuminante come l’ultima frase del Paradiso di Dante: “l’Amore che muove il sole e le altre stelle”.

Ma non posso svelarlo. Bisogna comprare il libro, leggerlo, farsi mettere in discussione e contribuire alla missione di Still I Rise.

C’è solo un rischio, però, che dalla lettura rimangano solo sensazioni. Bisogna impegnarsi invece, ognuno di noi, ad ogni livello e in ogni nostra vita ad andare incontro all’altro. Ad andare oltre le apparenze. Soprattutto a capire, che non è più il momento di stare a guardare, ma di decidersi a fare, a metterci nei loro panni, anche se non ci piacciono. Non perché siamo buoni, no. Perché, ora, è giusto farlo!


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Recensione meravigliosa…… Brava sorella!!!! 👏👏👏👏👏👏