La bioeticista Giorgia Brambilla: “la diagnosi prenatale richiede un’attenta valutazione etica”


Di Giorgia Brambilla*

L’ABC DELLA BIOETICA”: CONTRIBUTI BREVI E ALLA PORTATA DI TUTTI PER ENTRARE, A PICCOLI PASSI, IN QUESTA DISCIPLINA CHE È PIÙ “QUOTIDIANA” DI QUANTO POSSA SEMBRARE…

Il ricorso alla diagnosi prenatale, se in alcuni casi può essere la premessa per un’efficace assistenza perinatale al bambino affetto da certi tipi di patologie, quando assume la veste della diagnosi eugenetica, essa tradisce le aspettative che la società civile ripone nella tecnologia biomedica e nei progressi della genetica.

La diagnosi mette in gioco lo stesso significato epistemologico della medicina prenatale, la cui finalità e i cui mezzi finiscono per essere orientati alla mera “selezione”, anziché alla tutela della vita e della salute del concepito.

Il legame della diagnosi prenatale con la scelta dell’aborto appare ancora più inquietante quando si consideri che se inizialmente essa si era sviluppata per poter individuare patologie gravi, oggi è disponibile anche per condizioni che hanno un impatto minimo o addirittura incerto sulla salute del nascituro e che possono apparire solo in età adulta (diagnosi predittiva).

Nel nuovo appuntamento con l’ABC della Bioetica, ricordo che la diagnosi prenatale non è uno strumento neutrale, ma che, come ogni altra forma di potere e di conoscenza che la tecnologia conferisce all’uomo, è un mezzo che chiama in causa diversi valori e richiede un’attenta valutazione etica.

 

 

*Dottore di ricerca in Bioetica e Teologa moralista


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