Crimini comunisti: oggi Giorno del Ricordo dell’Holodomor, la grande carestia del popolo ucraino


Di Sara Deodati

L’HOLODOMOR È UNO DEI PIÙ GRANDI CRIMINI DEL NOVECENTO, UN GENOCIDIO ORGANIZZATO CONTRO IL POPOLO UCRAINO. LE VITTIME DI QUESTA CARESTIA ARTIFICIALE CAUSATA NEL 1932-1933 DALL’UNIONE SOVIETICA SONO STATE OLTRE SETTE MILIONI

Oltre sette milioni di morti, episodi di cannibalismo, distruzione completa del mondo contadino. Questo è l’Holodomor dell’Ucraina, il cui anniversario ricorre oggi, come ogni quarto sabato di novembre, per decisione del Presidente Viktor Yushchenko che, il 29 novembre 2006, ha firmato la Legge che lo definisce un evento provocato, e poi sfruttato, in base a una precisa e dimostrabile scelta politica. Il 23 ottobre 2008 il Parlamento Europeo ha quindi approvato una risoluzione di condanna dell’Holodomor come «spaventoso crimine contro il popolo ucraino e contro l’umanità». Nel novembre dello stesso anno il Sacro Sinodo della Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca ha definito l’Holodomor come un atto di genocidio.

Quello che ricorre oggi, insomma, è il Giorno del ricordo in cui tutto un popolo onora per commemorare le sue vittime. Il 27 novembre gli ucraini di tutto il mondo si uniscono alla loro madrepatria e alla comunità internazionale per ricordare le vittime dell’Holodomor del 1932-33, il genocidio del popolo che, pur essendo una pagina terribile della storia nazionale, non ha spezzato l’unità della nazione nella sua ricerca di dignità e libertà.

Holodomor è una parola che custodisce un significato agghiacciante: è un termine composto che deriva dall’espressione moryty holodom cioè “infliggere la morte mediante la fame”.

Il termine è stato coniato per descrivere quella che è stata una delle pagine più buie e dimenticate della storia del comunismo, una vicenda che mette in evidenza l’intenzionalità di procurare la morte di una intera nazione attraverso la mancanza di cibo. Così come il termine shoah anche Holodomor esprime l’orrore di una violenza di massa pianificata. Tra l’autunno del 1932 e l’estate del 1933, infatti, si stima che oltre sette milioni di persone furono lasciate morire di fame in Ucraina e nel Kuban, una regione del Caucaso del Nord che apparteneva alla Repubblica russa ma che era abitata in prevalenza da Ucraini.

I responsabili di questo sterminio per fame furono Stalin e i suoi più stretti collaboratori che, temendo soprattutto il sentimento patriottico del popolo ucraino, attraverso pesanti pianificazioni economiche e sociali – collettivizzazione forzata, liquidazione dei kulaki, requisizione armata dei prodotti agricoli ecc. –, già a partire dal 1928-29 avevano dato il via ad un micidiale meccanismo mortifero. In questi anni l’URSS, per dare una svolta all’economia socialista che stava arretrando, aveva varato un ambizioso programma in due punti: creare una possente industria di Stato (industrializzazione forzata) e aziende collettive nelle campagne (collettivizzazione), misure che avrebbero fatto decollare, secondo il PCUS, l’economia pubblica.

Stalin pretendeva che tutte le fattorie ucraine passassero sotto il controllo del Governo Centrale che le avrebbe gestite direttamente. Ma queste erano possedute dai kulaki (contadini possidenti) da molte generazioni ed ovviamente tutti erano fortemente contrari a queste imposizioni esterne. Per coloro che non volevano abbandonare le loro fattorie Stalin impose un forte regime di tassazione e così molti furono costretti a pagare tributi esorbitanti. Non riuscendo più a sostenere tali vessazioni economiche, molti kulaki furono costretti a trasferire il controllo delle fattorie al Governo. Inoltre circa 300.000 contadini vennero mandati nei gulag. Anche quest’ultimo crimine, assieme alla collettivizzazione e alla siccità, peggiorò gravemente la produttività delle fattorie. Si verificò così quella grande carestia che oggi si ricorda.

I kulaki, come se non bastasse, furono accusati dalla propaganda sovietica di essere degli “sporchi capitalisti” e di nascondere il grano per far morire di fame gli operai comunisti. Per questo motivo l’Urss adottò per la popolazione ucraina delle politiche a dir poco criminali. Innanzitutto le fattorie erano obbligate a produrre  ogni anno almeno una certa quantità di generi alimentari e, qualora questo non fosse accaduto, le fattorie ed i distretti in cui si trovavano, venivano inseriti in “elenchi neri” comportando il divieto di commerciare con gli altri distretti o con gli altri Stati dell’Unione Sovietica. Inoltre il cibo prodotto e gli animali veniva sequestrato dal governo e così i contadini e le loro famiglie furono abbandonati a loro stessi.

Il 7 agosto del 1932 fu promulgata la legge “delle cinque spighe” che comminava la fucilazione o la detenzione superiore ai dieci anni per chi fosse sorpreso a rubare beni appartenenti ai kolchoz, ovvero le aziende agrarie collettive. Il governo non voleva che i contadini fossero aiutati: fu impedito loro di uscire dalle fattorie, di andare nelle città a chiedere aiuto e, così, furono chiusi i confini dell’Ucraina anche per impedire che le informazioni arrivassero agli altri Stati dell’Unione Sovietica e in Occidente.

Alla stampa fu impedito di parlare del genocidio in atto; furono zittiti sia i giornalisti sovietici che quelli esteri che, non potendo comunque uscire da Mosca, non potevano vedere con i loro occhi cosa stesse succedendo. L’obiettivo di Stalin fu raggiunto. La popolazione ucraina fu decimata e i sopravvissuti resi esausti. Ogni possibilità di rivolta fu sedata. Il popolo ucraino ha sofferto molto ma ha saputo superare l’orrore dell’Holodomor. Crediamo abbia dimostrato il suo spirito e la sua capacità di recupero e, per questo, alla fine è stato in grado di creare una società libera e democratica.


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