Quando realtà e verità si impongono dove non te l’aspetti

Quando realtà e verità si impongono dove non te l’aspetti

Di Diego Torre

OSSERVARE, CONCATENARE E DEDURRE: DA UOMINI LIBERI, COME LUCA RICOLFI

Il sociologo Luca Ricolfi è una persona interessante. Per la sua intelligenza, per le sue competenze e per la sua onestà intellettuale. Docente universitario a Torino, è uno studioso di indubbio valore e potremmo classificarlo come politicamente di sinistra.Ha fatto rumore il suo esordio quale collaboratore de La Repubblica con l’articolo Politicamente corretto, le cinque varianti delle parole. Stranissimo che proprio quel quotidiano, che del P.C. è la gazzetta ufficiale, l’abbia pubblicato.

La lettura è ovviamente storico–sociologica ed è estesa per quanto è consentito dallo spazio di un articolo.

La premessa è che il P.C. nasce negli Stati Uniti da una sinistra che ha abbandonato i suoi tradizionali cavalli di battaglia, difesa di lavoratori e ceti subalterni, per concentrarsi  “sempre più di altre faccende, come i diritti civili, la tutela delle minoranze, l’uso appropriato del linguaggio”.

Quest’ultimo diventò lo specifico del P.C., tanto “che venne bandita la parola “negro” (sostituita con nero), e per decine di altre parole relativamente innocenti (come spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio), vennero creati doppioni più o meno ridicoli, ipocriti o semplicemente astrusi”.

Sembra il passatempo di intellettuali annoiati, ma Ricolfi vede un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti.” E poiché come sempre è accaduto le “stramberie” americane attraversano l’Atlantico e arrivano poi da noi è il caso di guardare “là” per capire cosa ci aspetta “qua” (o cosa sta già avvenendo).

Il sociologo analizza 5 mutazioni di questo virus. La prima nasce con il nuovo spazio pubblico dei social creato da internet, dove è più facile incontrarsi e scontarsi. Aumentano suscettibilità e volgarità. La seconda è il misgendering, ovvero chiamare qualcuno con un genere che non gli va. Già nelle università americane, “i professori dovrebbero chiedere ad ogni singolo allievo come preferisce essere indicato: he, she, zee, they, eccetera. Gli epigoni meno dotati di senso del ridicolo, da qualche tempo attivi anche in Italia, aggiungono regole di comunicazione scritta tipo usare come carattere finale l’asterisco * (cari collegh*), la vocale u (gentiluascoltatoru), o la cosiddetta schwa (?) (benvenut? in Italia) per essere più “inclusivi”, ovvero non escludere o offendere nessuno”.

“La terza mutazione è la cosiddetta cancel culture, secondo cui tutta l’arte e la letteratura, compresa quella del passato, andrebbe giudicata con i nostri attuali parametri etici, e censurata o distrutta ogniqualvolta vi si trovano espressioni, immagini, o segni potenzialmente capaci di turbare la sensibilità di qualcuno. Le case editrici si dotano di sensitivity readers, che passano al setaccio i manoscritti non per valutare il loro valore artistico, ma per vedere se contengono anche la minima traccia di idee che potrebbero urtare qualcuno. Le statue dei grandi personaggi del passato vengono distrutte o imbrattate. I dipinti di Paul Gaugin vengono censurati perché il pittore aveva sposato una minorenne. Il finale della Carmen di Bizet viene capovolto, perché nel finale la protagonista viene uccisa da don Josè, e noi non ce la sentiamo di mettere in scena un femminicidio (ma un omicidio messo in atto da una donna sì)”.

Tutto ciò in America è ormai cronaca quotidiana e alla luce del sole vengono vandalizzate o rimosse le statue di Cristoforo Colombo e di Amerigo Vespucci, e di presidenti come George Washington, Thomas Jefferson, e Theodore Roosevelt, tutti rei di razzismo, schiavismo e quant’altro.

Non basta ovviamente colpire gli uomini del passato. Bisogna poi discriminare i “non allineati. Professori, scrittori, attori, dipendenti di aziende, comuni cittadini perdono il lavoro, o vengono sospesi, o vengono sanzionati, non perché abbiano commesso scorrettezze nell’esercizio della loro professione, ma perché in altri contesti, o in passato, hanno espresso idee non conformi al pensiero dell’élite dominante”.

La quinta mutazione è la cosiddetta identity politics, segnala Ricolfi, “un complesso di teorie, filosofie, rivendicazioni, secondo cui quel che conta veramente non è che persona sei ma a quale minoranza oppressa appartieni. Da qui derivano le idee più strampalate, ad esempio che per tradurre un romanzo di una autrice nera tu debba essere nera (è successo). Che per parlare di donne tu debba essere donna; per parlare di omosessualità essere omosessuale; per parlare dell’Islam essere islamico; per parlare dell’Africa essere africano. Ma da qui deriva, soprattutto, l’idea che nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità, l’esperienza, ma che cosa hanno fatto i tuoi antenati. Se sono maschi bianchi eterosessuali devi lasciare il passo a chi ha antenati più in linea con l’ideologia dominante”. Una volta tutto ciò si chiamava razzismo.

Continua così in un crescendo folle e ridicolo l’avanzata del Politicamente corretto, che si insinua in tutti gli ambiti, anche religiosi, contando sulla forza repressiva della dittatura del relativismo e sulla tranquillità bovina che il conformismo assicura a tanti.  Che si tratti poi di una autentica ideologia Ricolfi lo definisce a conclusione: “Così la parabola della cultura liberal si compie. …sconfiggere le discriminazioni con l’eguaglianza, si capovolge nel suo contrario: instaurare l’eguaglianza attraverso le discriminazioni”.

 

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