L’idea, falsa, che ci sarà un tempo in cui avremo “la vera Chiesa”, è dietro al modernismo e a varie altre eresie

L’idea, falsa, che ci sarà un tempo in cui avremo “la vera Chiesa”, è dietro al modernismo e a varie altre eresie

Di Aurelio Porfiri

IL “SOGNO” DELLA CHIESA CHE VERRÀ DI GIOACCHINO DA FIORE

 

Non c’è dubbio sul fatto che uno dei temi più importanti per capire il fenomeno del modernismo è quello di una distorta idea di purezza, cioè che la Chiesa non viene vissuta per quella che è, cercando di migliorarla, ma per quello che dovrebbe essere o che è stata in un passato ricostruito secondo le proprie coordinate ideologiche.

Possiamo trovare un’idea di questo già nell’opera di Gioacchino da Fiore (1145-1202), un monaco cistercense ed esegeta che avrà una importanza da non sottovalutare nelle idee di alcuni modernisti. Si pensi ad Ernesto Buonaiuti (1881-1946), che pubblicherà lavori importanti su Gioacchino da Fiore, ai cui studi fu indirizzato anche con il desiderio di tenerlo lontano dall’insegnamento.

Nell’idea di Gioacchino c’è quella di una Chiesa che deve venire che sarà quella dove finalmente regneranno pace e libertà: “Fulcro di tutto il pensiero di Gioacchino è la considerazione dell’unità e trinità di Dio, pensate non solo nell’interiorità del processo divino, ma anche, e più, nel loro esplicarsi nella realtà storica, che va perciò intesa come il manifestarsi di una economia provvidenziale, in cui a ogni persona della Trinità corrisponde un’era storica: così al Padre corrisponde l’epoca precedente la venuta di Cristo e il relativo Libro sacro, il Vecchio Testamento; al Figlio l’epoca appunto di Cristo e della Chiesa con il Nuovo Testamento; allo Spirito Santo, un’epoca ancora futura, l’età dello Spirito. Ma come le tre persone trinitarie costituiscono l’unità divina, così le tre epoche sono legate tra loro da una corrispondenza proporzionale, per cui ogni personaggio storico della prima epoca ha l’equivalente, sempre, nella seconda: per es., Abramo e Zaccaria, Sara ed Elisabetta, Isacco e Giovanni Battista, i dodici patriarchi e i dodici apostoli. Questa corrispondenza, chiamata da Gioacchino concordia, gli permette poi d’intravedere le linee fondamentali della terza età, che sarà età di suprema libertà, di perfetta carità, di completa spiritualità. Guida del genere umano nella terza età sarà un ordine religioso perfetto (pensò ai suoi florensi? Certo i francescani pensarono al proprio ordine), che assorbirà in sé laici, clero e la stessa gerarchia ecclesiastica, avviando tutti i fedeli alla perfezione cristiana. Una Chiesa così costituita, nella terza età, può certo attendere senza timore la venuta dell’Anticristo, con le terribili persecuzioni che l’accompagneranno, e poi il giudizio di Dio. Profeta di questa nuova Chiesa, sottile ed entusiasta esegeta, Gioacchino esercitò grande influenza sui suoi contemporanei, che o lo avversarono fieramente o ne furono ardenti seguaci (gioachimiti)” (Ttreccani.it).

Certamente sono idee di grande fascino quelle del nostro monaco, che non avranno presa soltanto sui suoi contemporanei ma anche su tutti coloro che applicheranno alla Chiesa categorie rivoluzionarie, e i modernisti erano tra questi.

Così citava Gioacchino da Fiore, il succitato Ernesto Buonaiuti nella sua autobiografia Pellegrino di Roma: “«Tutti i simboli sacramentali contenuti nelle pagine della rivelazione di Dio ci instillano la  convinzione dei tre stati. Il primo stato è quello durante il quale noi fummo sotto il dominio della  Legge; il secondo è quello durante il quale noi fummo sotto il dominio della grazia; il terzo è quello  che noi attendiamo da un giorno all’altro, nel quale ci investirà una più ampia e generosa grazia. Il  primo stato visse di conoscenza; il secondo si svolse nel potere della sapienza; il terzo si effonderà nella plenitudine dell’intendimento. Nel primo regnò il servaggio servile; nel secondo la servitù filiale; il terzo darà inizio alla libertà. Il primo stato trascorse nei flagelli; il secondo nell’azione; il terzo trascorrerà nella contemplazione. Il primo visse nell’atmosfera del timore; il secondo in quella della fede; il terzo vivrà nella carità. Il primo segnò l’età dei servi; il secondo l’età dei figli; il terzo  non conoscerà che amici. Il primo stato fu dominio di vecchi; il secondo di giovani; il terzo sarà dominio di fanciulli. Il primo tremò sotto l’incerto chiarore delle stelle; il secondo contemplò la luce dell’aurora; solo nel terzo sfolgorerà il meriggio. Il primo fu un inverno; il secondo un palpitare di primavera; il terzo conoscerà la pinguedine dell’estate. Il primo non produsse che ortiche; il secondo diede le rose; solo al terzo appartengono i gigli. Il primo vide le erbe; il secondo lo spuntar delle spighe; il terzo raccoglierà il grano. Il primo ebbe in retaggio l’acqua; il secondo il vino; il terzo spremerà l’olio. Il primo stato fu tempo di settuagesima; il secondo fu tempo di quaresima; il terzo  solo scioglierà le campane di Pasqua. In conclusione: il primo stato fu reame del Padre che è il creatore dell’universo; il secondo fu reame del Figlio, che si umiliò ad assumere il nostro corpo di  fango; il terzo sarà reame dello Spirito Santo, del quale dice l’Apostolo: dove è lo Spirito del Signore  ivi è la libertà»”.

Buonaiuti poi avvertiva che il sogno di Gioacchino ancora attendeva il suo compimento. Certo, si comprende come i voli di Gioacchino potessero affascinare i suoi contemporanei e come ancora affascinano vari pensatori. Eppure, malgrado il loro valore quasi poetiche, dobbiamo ben guardarci da quello che implicano, disprezzando il cammino storico della Chiesa, certo sempre nel bisogno di convertirsi. Questa idea che ci sarà un tempo in cui avremo “la vera Chiesa” qui sulla terra non è solo dietro al modernismo, ma a varie altre eresie.

Luca Parisoli (in iliesi.cnr.it) così ci avvicina il nome di Gioacchino con un certo cristianesimo esoterico e con le suggestioni moderniste: “Chi ci racconta la vita di Gioacchino, nei vari secoli che seguono la sua morte, ci parla di un contatto con Dio sul Monte Tabor, ma ci parla anche di successive illuminazioni e visioni che costellano la sua vita: se la retorica del narratore pone sullo stesso livello le varie visioni, siamo di fronte al resoconto di un’esperienza mistica non dissimile da tante che vengono narrate nell’agiografia medievale; al contrario, se la retorica del narratore insiste sulla preminenza di una visione che può essere detta non solo una illuminazione, bensì l’Illuminazione, allora siamo di fronte ad una occorrenza del paradigma degli illuminati seicenteschi. Con questo linguaggio simbolico, che non è una dottrina particolare, bensì una cornice di possibili dottrine, si gioca l’appartenenza di Gioacchino al cristianesimo essoterico, con le sfumature sue proprie che lo differenziano da altri pensatori cattolici oppure protestanti, oppure la sua appartenenza al cristianesimo esoterico, quello che Voegelin per il Medioevo (ed oltre) chiama lo gnosticismo politico, all’interno di una visione della storia che rifiuta l’immanenza a favore della trascendenza del Dio trinitario. E tutto questo senza cedere alle troppe ovvie suggestioni di vedere nelle profezie gioachimite un impulso alla devozione popolare, come avrebbe voluto Tondelli per il movimento dei flagellanti del 1260, tesi ricondotta nella sua dimensione meramente suggestiva da Manselli (R. Manselli, L’anno 1260 fu anno gioachimitico?, raccolto in Id., Da Gioacchino da Fiore a Cristoforo Colombo, pp. 34-35), che peraltro rifugge dall’idea che la Terza Età dello Spirito sia una nuova Rivelazione, tesi fatta propria in senso apologetico dal modernismo cattolico, quanto piuttosto l’età del trionfo del monachesimo rinnovato (Id., L’attesa dell’età nuova ed il gioachimismo, poi raccolto in Id., Da Gioacchino da Fiore a Cristoforo Colombo, pp. 38-40)”.

Un appartenente al cattolicesimo di marca progressista, come don Enzo Mazzi (1927-2011) così ci parla dei rapporti fra Gioacchino e un certo cattolicesimo di tipo modernista: “Gioacchino da Fiore, vissuto nella seconda metà del XII secolo, monaco del monastero cistercense di S.Giovanni in Fiore, nella Sila, si rese interprete delle attese delle classi umili del tempo. A cominciare dagli inizi del secondo millennio era avvenuta una grande trasformazione della società feudale: il declino del sistema di dipendenza della servitù della gleba e la nascita di comunità di villaggio dotate di autonomia e formate da contadini non più servi della gleba. Questo porta una nuova cultura, la cultura della cooperazione e della solidarietà. È in questo clima che il monaco cistercense Gioacchino da Fiore lancia l’annuncio della liberazione da tutti i poteri che in diversi modi dominano dall’alto e l’avvento di una società dello Spirito e dell’amore universale. Un annuncio che in diverso modo nutrirà tutte le rivoluzioni moderne, come ci dicono molti storici autorevoli. Tracce della profezia di Gioacchino da Fiore si ritrovano nel modernismo a cui guardava con simpatia papa Giovanni e nei movimenti della liberazione post-moderna come ad esempio nella riflessione di un Teillard De Chardin, nelle comunità di base e nella Teologia della liberazione” (in teologiaeliberazione.blogspot.com articolo ripreso da Il Manifesto). Insomma, le suggestioni gioachimite non sono certo assenti nel modernismo.

Il nostro monaco è certo pensatore che va indagato più in profondità in quanto in lui troviamo i semi di quello che verrà raccolto alcuni secoli più tardi.

 

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