Se l’icona liberal della Corte Suprema degli Stati Uniti si scopre “poco abortista”

Se l’icona liberal della Corte Suprema degli Stati Uniti si scopre “poco abortista”

di Giuseppe Brienza

LA GIUDICE LIBERAL DELLA CORTE SUPREMA RUTH BADER GINSBURG, NOMINATA DA CLINTON E CONSIDERATA UN’ICONA FEMMINISTA (COSÌ POPOLARE CHE IL SUO VOLTO È ANCORA OGGI IMPRESSO SU BORSE E T-SHIRT), SI SCOPRE CONTRARIA ALLA SENTENZA CHE HA LEGALIZZATO L’ABORTO NEGLI STATI UNITI

Il giudice-donna nominato da Bill Clinton nella Corte Suprema nel 1993, ancora oggi definito «la figura più a sinistra della massima istituzione giudiziaria» degli Stati Uniti, sta facendo parlare di sé. A poco più di un anno dalla sua morte, infatti, l’attivista prolife Abby Johnson, nota per esser stata la direttrice di una sede della “multinazionale degli aborti” Planned Parenthood e la cui conversione è raccontata nel film Unplanned, ha ripubblicato una dichiarazione di Ruth Bader Ginsburg (1933-2020) contro la sentenza Roe contro Wade (1973), che ha portato come noto alla legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti.

Femminista, abortista, pro-Lgbt, la Bader Ginsburg è celebrata dalla sinistra come l’icona liberal della Corte Suprema, la paladina delle donne “emancipate” e politicamente corrette. Ma ora RGB – l’acronimo con cui gli americani la conoscono, reso celebre da una biografia uscita con quel titolo e da un documentario che è stato premiato con il Premio Oscar – è invece ora motivo di scandalo per i liberal.

Merito di Abby Johnson, come dicevamo, che in un post pubblicato sui social il 13 dicembre ne ha riportato la frase-shock pronunciata davanti ad una folla numerosa nell’auditorium della Law School dell’Università di Chicago l’11 maggio 2013 in occasione del convegno sul tema: “La sentenza Roe v. Wade a 40 anni”.

Secondo la Bader Ginsburg la pronuncia della Corte Suprema del 1973 è stata una «decisione sbagliata». Non perché l’aborto sia un crimine da sanzionare penalmente, RGB non si spinge così avanti, ma perché la Corte ha fondato la legalizzazione sul diritto alla privacy, piuttosto che sul “diritto” delle donne. Una abiura di carattere tecnico-giuridico, quindi, ma tanto è bastato per sollevare un polverone, tanto più che tali considerazioni di carattere giuridico sono state poi circostanziate dall’affermazione più profonda che, giustamente, la Johnson ha ripreso perché funzionale alla battaglia prolife. Una dichiarazione-shock, come dicevamo, presto seppellita nel dimenticatoio da parte dei grandi media ma tutt’ora presente sul sito istituzionale della University of Chicago Law School (cfr. Justice Ruth Bader Ginsburg Offers Critique of Roe v. Wade During Law School Visit, May 15, 2013).

La riportiamo nella nostra traduzione italiana, seguita dalla versione originale in inglese: «la sentenza Roe non ha riguardato davvero la scelta della donna, ma la libertà del medico di praticare [l’aborto]. Il diritto non era incentrato sulla scelta della donna, era incentrato sul medico» («Roe isn’t really about the woman’s choice, is it? It’s about the doctor’s freedom to practice…it wasn’t woman-centered, it was physician-centered»).

«Anche Ruth Bader Ginsburg conosceva la verità», ha quindi commentato ottimisticamente Abby Johnson pubblicando la citazione di cui sopra e sollevando una salvia di polemiche, anche da parte di alcuni militanti ed estimatori che non hanno apprezzato quelle parole in quanto non veramente prolife. Ma la Johnson le ha riprese e rilanciate perché detengono un potenziale di suggestione e di provocazione incredibile per il mondo “allineato e coperto” della sinistra liberal e delle femministe. Quel giudizio di RGB presto dimenticato e archiviato ha aperto in effetti in questi giorni un varco nel mondo femminista statunitense trincerato nelle sue certezze e icone. Ricordiamo infatti che fin dal 1972 la Bader Ginsburg è stata tra le fondatrici della sezione dell’American Civil Liberty Union dedicata ai diritti delle donne, un gruppo che da allora in poi ha portato in tribunale centinaia e centinaia di cause contro le “discriminazioni di genere” in tutto il Paese. Tra il 1973 e il 1976, RGB ha quindi dibattuto in aula sei casi clamorosi riguardanti i diritti delle donne davanti alla Corte Suprema, vincendone cinque e dimostrandosi così un’astuta e pragmatica stratega.

La Casa Bianca a guida democratica ne prese subito nota e, nel 1980, il presidente Jimmy Carter la nominò giudice alla Corte d’appello del District of Columbia. È nel 1993, a sessant’anni, che arriva per lei la consacrazione definitiva, con la nomina alla Corte Suprema da parte di Bill Clinton. In pochi anni la Bader Ginsburg diventa così il volto e la voce dell’ala progressista dei giudici federali, mettendo la propria firma su una serie di storiche decisioni su uguaglianza di genere, “diritto” all’aborto, abusi delle autorità e azioni positive (affirmative action), quelle dirette cioè a contrastare in chiave preventiva le più varie (e presunte) discriminazioni contro le donne, le minoranze etc. Dopo quasi trent’anni nella Corte Suprema, sarà solo un cancro al pancreas che, alla fine, ne interromperà l’assiduo servizio e “militanza” come giudice nel settembre del 2020, all’età di ben 87 anni.

Ora però la frase che ha sempre caratterizzato l’attività giudiziaria della pasionaria della Corte Suprema, cioè «Io dissento», risuona nelle orecchie dei soloni liberal e delle attiviste femministe. Quindi ora, a maggior ragione, sospiriamo: RGB=R.I.P!

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