Conflitto russo-ucraino: i bambini ci guardano


di Gianmaria Spagnoletti

UNA FOTO RILANCIATA DAI QUOTIDIANI MOSTRA L’INCONSISTENZA DELLE BATTAGLIE IDEOLOGICHE FATTE IN NOME DEL “PACIFISMO” E DEI “DIRITTI DELL’INFANZIA”, SVANITE COME NEVE AL SOLE DI FRONTE ALLA RETORICA BELLICA CHE VUOLE “EROI” DA UNA PARTE E “CRIMINALI” DALL’ALTRA

È diventata “virale” la foto della bambina ucraina che, con un lecca lecca in bocca e il fucile imbracciato, monta la guardia alla finestra di un condominio. Forse qualcuno ingenuamente si aspettava grida di indignazione; invece ci sono state grida di giubilo perché la fotografia è stata eletta a simbolo della “resistenza ucraina”, ovviamente in modo puramente retorico, dato che le due parti si affrontano con tanta foga sui campi di battaglia come sulle pagine dei giornali. Lo stesso silenzio, imbarazzato e imbarazzante, ha accolto le foto dei bambini inquadrati e addestrati in un campo paramilitare con indosso la maglietta del “Battaglione Azov”, reparto di non celate simpatie naziste, il cui merchandising si può trovare anche sulle più comuni piattaforme di commercio elettronico (che, da par loro, applicano la propria censura a libri considerati “scomodi”).

È andata un po’ meglio, invece, per il caso dei bambini nati per maternità surrogata/gestazione per altri (in realtà: utero in affitto), messi in salvo a Kiev. Questo episodio ha ricordato all’opinione pubblica che l’Ucraina è da un bel pezzo il Far West della fecondazione artificiale, un Paese nel quale molte persone benestanti e in cerca di un figlio appaltano la gravidanza a “madri surrogate” locali in cambio di un lauto pagamento (e la pratica, come noto, non è esente da rischio di vita).

Quando si parlava dei “bambini soldato” eravamo abituati a pensare all’Africa, ma ora li stiamo vedendo anche in Ucraina e stona decisamente quel silenzio di chi normalmente fa del c.d. “impegno civile” una missione, davanti allo scatto, fra l’altro “costruito” dal padre, della giovane che imbraccia un mitra.

Oltre al discredito in cui è già caduto il cosiddetto “Occidente” nelle ultime settimane, a uscirne con le ossa rotte sono soprattutto le varie “organizzazioni non governative” (ma non mancano i missionari cristiani) che si impegnano a togliere i bambini soldato dai campi di battaglia e a recuperarli per dar loro una infanzia il più possibile serena. Di sicuro, il danno che riceve la credibilità di queste organizzazioni è veramente grave e c’è da augurarsi che non sia irrecuperabile, altrimenti tutto il loro lavoro di educazione, di cura dei loro piccoli “ospiti” e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica rischia di andare in fumo.

Che fine ha fatto il “Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati”, che vieta la partecipazione ai conflitti di chi ha meno di 18 anni, sia in prima linea che in ruoli di supporto? Che fine ha fatto lo statuto della Corte Penale Internazionale, che considera un crimine di guerra l’arruolamento e l’impiego in combattimento di minori di 15 anni? “Non interessa”, “non serve”. Ora la retorica, la narrazione, vuole che si lodi la resistenza dei combattenti ucraini, e pazienza se i civili diventano “carne da cannone” per via dei missili o perché si è deciso di consegnare loro mitra e bottiglie molotov (che a dire la verità, ai carri armati moderni fanno il solletico, e sono solo un modo più elaborato per suicidarsi).

I bambini soldato esistono da sempre: la loro naturale vulnerabilità a renderli facilmente manipolabili e docili esecutori di ordini. Il caso dell’Africa è emblematico, tanto che il film “Lord of War” del 2005 si apre con un lunghissimo piano sequenza in cui si descrive il percorso di una pallottola inquadrata in “soggettiva”, dalla produzione in una fabbrica di armi dell’Est Europa fino al momento in cui viene sparata, uccidendo uno di questi bambini in armi. È noto anche che, nel corso del genocidio in Ruanda erano proprio dei ragazzini a mutilare le proprie vittime, tagliando le braccia al polso o al gomito con il machete. Senza dimenticare quelli uccisi e mutilati da innumerevoli mine e ordigni inesplosi lasciati dai tanti conflitti locali.

E noi europei che cosa aspettiamo a gridare contro questa barbarie che si ripete? Anche perché è assurdo pensare che ne possiamo essere immuni. Sono passati circa 80 anni (ma per la Storia è “l’altro ieri”) da quando milioni di giovanissimi furono coinvolti nel più terribile conflitto di sempre: in particolare giova ricordare l’esempio dei ragazzi tedeschi, arruolati a forza a partire dal 1943 (quando le perdite dei soldati al fronte cominciavano a farsi insostenibili) e senza possibilità di obiezione, là dove il Terzo Reich riteneva più opportuno: nell’esercito, nelle Waffen-SS (non da volontari) o anche in aviazione, fra gli ausiliari della contraerea. Fra l’altro, da qui nasce il termine “Flakhelfer-Generation”, che ha finito per includere tutti quelli nati tra il 1926 e il 1928 mandati a forza sotto le armi. Tra di loro si contano anche diversi nomi poi diventati famosi: Michael Ende (autore de “La Storia Infinita”), Helmut Kohl, Hardy Krueger, Gunther Grass, Joseph Ratzinger (Papa Benedetto XVI), Joachim Fest (storico), Manfred Rommel (figlio del Generale e più tardi sindaco di Stoccarda). Il destino peggiore toccò a quelli cooptati nella “Volkssturm”, la “milizia popolare” raccogliticcia che in teoria avrebbe dovuto difendere la Germania negli ultimi mesi di guerra, formata da vecchi e adolescenti che venivano mandati incontro ai carri armati senza alcun addestramento e armati solo di “Panzerfaust” (una specie di bazooka caricato con un singolo razzo).

Ieri come oggi, carne da cannone. C’è uno spezzone del film La Caduta in cui lo scambio di battute fra un drappello di giovanissimi “miliziani” e un padre che cerca di riprendersi il figlio mostra alla perfezione l’ideologia di cui erano imbevuti, tale da non far loro vedere l’impossibilità della vittoria. Eppure ai tempi esisteva già una “Dichiarazione per i diritti del fanciullo” varata dalla Società delle Nazioni nel 1924 ma dimostratasi inefficace.

La verità è che qualunque legge diventa un muro di carta velina se non sostenuta all’atto pratico dall’impegno di chi deve farla rispettare. Ne consegue che, se così stanno le cose, nemmeno noi europei “dell’ovest” siamo immuni dal vedere i nostri adolescenti trasformati in bambini-soldato dalla sera alla mattina. “I bambini ci guardano” non è solo una frase fatta, ma la verità: i bambini ci guardano, ci ascoltano e ci imitano, purtroppo anche quando gli adulti danno il peggio di sé. Traetene voi le conseguenze…

 


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