Quando vogliono imbrogliarci stravolgono il significato delle parole


di Gianmaria Spagnoletti

A MARGINE DELLE DICHIARAZIONI SUL CANNIBALISMO: TORNIAMO A DARE ALLE PAROLE IL GIUSTO PESO

Ho appena letto le affermazioni di una nota politica italiana, Monica Cirinnà: “Chi mangia gli agnelli è cannibale”. Ohibò, non sapevo di essere “cannibale” anch’io, dato che l’agnello è l’essenza del pranzo pasquale, eredità dall’ebraismo e risale alla Genesi, per poi arrivare a simboleggiare il sacrificio del Cristo innocente.

In ogni caso, mi ha colpito l’uso del termine, spingendomi a fare qualche considerazione sul piano linguistico. In sintesi, questo è l’ammonimento ai lettori: ricordatevi che, ogni volta che vorranno imbrogliarvi, cominceranno stravolgendo il significato delle parole. “Cannibale” è una di queste.

I cannibali sono esseri umani che mangiano altri esseri umani. Può capitare, tuttavia, che alcuni animali divorino dei propri simili: per esempio, talvolta i leoni uccidono i cuccioli di una leonessa per costringerla ad accoppiarsi di nuovo e trasmettere il proprio patrimonio genetico; la mantide religiosa stacca la testa al maschio, e persino i criceti, talvolta, divorano i propri piccoli “imperfetti”. In questo caso si parla di “cannibalismo interspecie”. 

Ma da dove viene la parola “cannibale”? È relativamente recente e risale agli anni della scoperta dell’America. Nei suoi viaggi, Cristoforo Colombo incontrò gli indigeni delle Antille, che chiamavano “Caribi” alcune popolazioni dedite all’antropofagia. Il termine, da cui deriva anche il nome dei Caraibi, ha poi finito per descrivere i mangiatori di uomini per antonomasia. Ovviamente, si tratta di una pratica diffusa anche fra altre popolazioni, come ad esempio gli indigeni dell’Africa subsahariana o del Pacifico.

Per i navigatori dell’epoca delle grandi esplorazioni (dal XV al XVIII secolo), finire in pentola era un rischio concreto: tra quelli che caddero vittime dei cannibali si annoverano Giovanni da Verrazzano e James Cook, divorato alle Hawaii. Ci sono stati anche casi di cannibalismo moderni, per quanto rari. 

Uno dei più famosi è legato a un naufragio avvenuto nel 1816, che ispirò al pittore Thèodore Géricault il suo dipinto “La zattera della Medusa”. Nel giugno di quell’anno, la fregata “Méduse” partì dalla Francia verso le coste del Senegal. Affidata a un comandante inesperto, la nave si incagliò su un banco di sabbia. Un centinaio di naufraghi dovette essere caricato su una zattera costruita con materiali di fortuna, trainata dalle scialuppe, che poi però finì alla deriva. Di poco meno di 150 persone, una ventina morì già la prima notte. Dopo nove giorni, i superstiti si diedero al cannibalismo. Altri morirono di fame o si gettarono in mare per la disperazione. Dopo 12 giorni, i soccorsi trovarono pochissimi naufraghi ancora in vita. L’opera del pittore francese ne lascia solo un pallido ricordo, perché fu una tragedia immane, che scosse profondamente la Francia appena uscita dalle guerre napoleoniche.

Più recentemente si riscontrarono anche nella “carestia indotta” (Holodomor) in Ucraina negli anni 30, e nella seconda guerra mondiale, durante l’assedio di Leningrado, a Stalingrado, in alcuni Gulag e in alcune isole del Pacifico da parte dei giapponesi.

Per non parlare poi del tragico caso della squadra di rugby uruguaiana rimasta vittima di un incidente aereo sulle Ande nel 1972, che ispirò il film del 1993 “Alive – Sopravvissuti”.

Cose molto più serie, quindi, della la frase finita agli onori delle cronache. È necessario tornare a dare alle parole il giusto peso specifico, onde ridurre tutto il presente a una farsa e non oscurare la realtà per quello che è.

 


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