Il senso profondo di una festa così sentita dalla tradizione credente


di Giuliva Di Berardino

LA SOLENNITA’ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

La II domenica dopo Pentecoste si celebra la Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, detta festa del “Corpus Domini” secondo la dicitura latina che è rimasta nell’uso liturgico. La ricorrenza ha il grado  liturgico   di solennità ed è considerata anche festa di precetto. 

Il suo giorno proprio è il giovedì della II settimana dopo la Pentecoste, il che corrisponde al giovedì dopo la solennità della Santissima Trinità. Nei Paesi, come l’Italia, in cui il giovedì non è giorno festivo nel calendario civile, la solennità si trasferisce alla seconda domenica dopo Pentecoste, in conformità con le Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario.

Con legge 5 marzo 1977, n. 54, infatti, cessarono di essere considerate festive in Italia, agli effetti civili, oltre al giorno del Corpus Domini anche la festa dell’Epifania, San Giuseppe, l’Ascensione e i Santi Apostoli Pietro e Paolo. 

Parliamo di una festa molto sentita dai cristiani cattolici, perché è la grande festa in onore del mistero eucaristico. È interessante, infatti che, almeno in una gran parte di Paesi cattolici, in occasione di questa festa, la liturgia e la pietà popolare si incontrano e danno vita a manifestazioni di fede che non risparmiano ingegno e bellezza, arte e cura, per celebrare il sacramento che manifesta nella fede l’Amore puro, gratuito offerto a noi nel corpo del Signore, sommo Amore tra  tutti gli amori. 

Questa festa cominciò ad essere celebrata a Liegi nel 1246 e fu estesa alla Chiesa intera dal papa Urbano IV nel 1264. La processione con l’Ostia consacrata, visibile nell’ostensorio e sotto un baldacchino o su un carro trionfale, si diffuse nel secolo XIV. Attualmente il Codice di Diritto canonico raccomanda questa processione come «pubblica testimonianza di venerazione verso la santissima Eucaristia » là dove è possibile «a giudizio del Vescovo diocesano» (c. 944,1). A Roma, la celebrazione è presieduta dal Papa e inizia con la Messa sul sagrato della basilica di San Giovanni in Laterano, cui fa seguito la processione eucaristica tradizionale fino alla basilica di Santa Maria Maggiore. Tale processione si è svolta sempre di giovedì sera, fino al 2017, quando papa Francesco, per motivi pastorali, l’ha spostata alla domenica sera.

Numerose diocesi in Italia continuano a proporre ai fedeli la celebrazione e la processione eucaristica, a livello diocesano, il giovedì, lasciando la domenica per le celebrazioni e le processioni parrocchiali, ma resta a discrezione dei parroci decidere come procedere per la processione eucaristica o, più recentemente a causa della pandemia, per la benedizione esterna alla chiesa parrocchiale. 

In ogni caso, sebbene sorta nell’ambito della devozione eucaristica medioevale, la solennità del Corpo di Cristo è oggi orientata dalle direttive conciliari e postconciliari circa il culto del mistero eucaristico nella Messa e fuori della Messa, così come viene indicato nell’Istruzione Eucharisticum Mysterium del 1967, nel  Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico del 1974 e nella lettera Dominicae Cenae di Giovanni Paolo II del 1980. Inoltre, la riforma liturgica, in quanto riforma e non rivoluzione, ha saputo conservare i magnifici testi della Messa e dell’Ufficio, alcuni dei quali sono attribuiti a san Tommaso d’Aquino, che oggi giungono fino a noi, con l’aggiunta di tre serie di letture. 

La liturgia di questo giorno solenne presenta una sintesi armoniosa di tutti gli aspetti del mistero eucaristico, poiché non bisogna dimenticare che la presenza sacramentale del Corpo e del Sangue del Signore è conseguenza del memoriale e del sacrificio realizzati nella santa Messa.

La conservazione dell’Eucaristia, infatti, ha come scopo primo e primordiale l’amministrazione del viatico ai moribondi, e solo come fini secondari, la distribuzione della comunione e l’adorazione di nostro Signore fuori della Messa (Rito cit., n. 5). In particolare  ricordiamo le liturgie dell’anno B e dell’anno C, che presentano temi ben riconoscibili nella struttura liturgica.

L’anno B sottolinea il tema eucaristico come Pasqua sacramentale di Gesù, infatti ha come lettura evangelica Mc 14,12-16.22-26, col racconto dell’ultima cena nel contesto esplicito della cena pasquale. È ricordato anche con particolare enfasi il sangue dell’alleanza che Gesù offrì quando disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti » (Mc 14,24). Le sue parole corrispondono a quelle di Mosè, secondo il vecchio rituale descritto in Es 24,3-8 (I lett.): «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi ». La seconda lettura (Eb 9,11-15) spiega l’effetto purificatorio del sangue del nuovo e definitivo mediatore dell’alleanza.

L’anno C presenta il mistero eucaristico come memoriale e ringraziamento. Nella celebrazione, infatti, si legge il più antico racconto dell’istituzione dell’Eucaristia (1Cor 11,23-26), racconto caratterizzato dalla particolare insistenza sul mandato di Gesù: «Fate questo in memoria di me», ripetuto due volte e commentato da san Paolo: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga».

Il gesto di Gesù sul pane e sul vino, rinnovato dai discepoli di tutti i tempi in sua memoria, fu anticipato nella moltiplicazione dei pani (Lc 9,11-17: Vang.) e prefigurato nell’offerta di Melchisedek (Gn 14,18-20: I lett.). Quell’offerta annunziò anche il sacrificio di Gesù.

Questi grandi temi del mistero eucaristico compaiono anche nelle orazioni e nei tre prefazi contenuti nel Messale. Per  la sua completezza, pur nella sua brevità, vale la pena di leggere insieme il primo dei tre prefazi contenuti nel Messale : “Sacerdote vero ed eterno, egli istituì il rito del sacrificio perenne; a te per primo si offrì vittima di salvezza, e comandò a noi di perpetuare l’offerta in sua memoria. Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per noi versato è la bevanda che ci redime da ogni colpa.” 

Poiché è già stato accennato agli inni che caratterizzano la tradizione liturgica di questa ricorrenza così cara alla Chiesa Cattolica, è interessante ricordare che fu il papa Urbano IV ad incaricare San Tommaso d’Aquino, conosciuto fin da allora come il Doctor Angelicus, di comporre l’officio della solennità e della messa del Corpus et Sanguis Domini. Il papa doveva sicuramente conoscere di persona il famoso santo domenicano Tommaso che, in quel tempo,era il 1264, risiedeva, proprio come il pontefice, nell’etrusca città di Orvieto, dove insegnava teologia. A Orvieto, nel convento di San Domenico, si conserva ancora la sua cattedra e il crocifisso ligneo che ispirava le grandi riflessioni e i meravigliosi componimenti letterari che San Tommaso ci ha lasciato. 

L’inno principale del Corpus Domini, cantato nella processione e nei vespri è il Pange lingua, un altro inno molto cantato nella tradizione cattolica è il Sacris solemniis, soprattutto nella parte finale conosciuto come Panis Angelicus

Non sappiamo se fu davvero San Tommaso che scrisse inoltre anche la sequenza propria della Messa del Corpus Domini, dal titolo Lauda Sion Salvatorem, in ogni caso questa sequenza è una delle cinque sequenze che vennero conservate dopo la drastica riforma della liturgia voluta dal Concilio di Trento. 

Oggi la sequenza del Corpus Domini, recitata o cantata come tutte le altre sequenze rimaste in vigore, prima dell’Alleluya che precede il Vangelo, in forma facoltativa. 

Prima di concludere questa breve illustrazione su alcuni aspetti liturgici della solennità del Corpus Domini con la sequenza liturgica di questa solennità, mi soffermo a specificare che la sequenza liturgica, in latino sequentia, è un componimento musicale propriamente liturgico che appartiene al proprio della Messa, per cui il testo varia a seconda dell’occasione liturgica che viene celebrata. L’assemblea resta seduta fino al termine della sequenza e si alza all’Alleluya per acclamare al Vangelo, il quale viene ascoltato interamente in piedi. 

Leggiamo allora il testo di questa sequenza del Corpus Domini, considerata uno dei vertici della poesia religiosa di ogni tempo, sia per profondità della dottrina, che per estetica del linguaggio. Il Lauda Sion, infatti, è stato riscritto in musica da molti compositori come Pierluigi da Palestrina, Felix Mendelssohn e altri.. 

Preghiamo allora, insieme, questo testo che ci fa meditare e cogliere il senso profondo di questa festa così sentita dalla tradizione credente: 

 

Lauda, Sion Salvatórem,

lauda ducem et pastórem

in hymnis et cánticis.

Quantum potes, tantum aude:

quia maior omni laude,

nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,

panis vivus et vitális

hódie propónitur.

Quem in sacræ mensa cenæ,

turbæ fratrum duodénæ

datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,

sit iucúnda, sit decóra

mentis iubilátio.

Dies enim solémnis ágitur,

in qua mensæ prima recólitur

huius institútio.

In hac mensa novi Regis,

novum Pascha novæ legis

Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,

umbram fugat véritas,

noctem lux elíminat.

Quod in cena Christus gessit,

faciéndum hoc expréssit

in sui memóriam.

Docti sacris institútis,

panem, vinum, in salútis

consecrámus hóstiam.

Dogma datur Christiánis,

quod in carnem transit panis,

et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,

animósa firmat fides,

præter rerum órdinem.

Sub divérsis speciébus,

signis tantum, et non rebus,

latent res exímiæ.

Caro cibus, sanguis potus:

manet tamen Christus totus,

sub utráque spécie.

A suménte non concísus,

non confráctus, non divísus:

ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:

quantum isti, tantum ille:

nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali:

sorte tamen inæquáli,

vitæ vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:

vide paris sumptiónis

quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,

ne vacílles, sed memento,

tantum esse sub fragménto,

quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra:

signi tantum fit fractúra:

qua nec status nec statúra

signáti minúitur.

Ecce panis Angelórum,

factus cibus viatórum:

vere panis fíliórum,

non mitténdus cánibus.

In figúris præsignátur,

cum Isaac immolátur:

agnus paschæ deputátur:

datur manna pátribus.

Bone Pastor, panis vere,

Iesu, nostri miserére:

tu nos pasce, nos tuére:

tu nos bona fac vidére

in terra vivéntium.

Tu, qui cuncta scis et vales:

qui nos pascis hic mortales:

tuos ibi commensáles,

coherédes et sodales

fac sanctórum cívium. Amen.

Allelúia.

Sion, loda il Salvatore,

la tua guida, il tuo pastore,

con inni e cantici.

Impegna tutto il tuo fervore:

egli supera ogni lode,

non vi è canto che sia degno.

Pane vivo, che dà vita:

questo è tema del tuo canto,

oggetto della lode.

Veramente fu donato

agli apostoli riuniti

in fraterna e sacra cena.

Lode piena e risonante,

gioia nobile e serena

sgorghi oggi dallo spirito.

Questa è la festa solenne

nella quale celebriamo

la prima sacra cena.

È il banchetto del nuovo Re,

nuova Pasqua, nuova legge;

e l’antico è giunto a termine.

Cede al nuovo il rito antico,

la realtà disperde l’ombra:

luce, non più tenebra.

Cristo lascia in sua memoria

ciò che ha fatto nella cena:

noi lo rinnoviamo.

Obbedienti al suo comando,

consacriamo il pane e il vino,

ostia di salvezza.

È certezza a noi cristiani:

si trasforma il pane in carne,

si fa sangue il vino.

Tu non vedi, non comprendi,

ma la fede ti conferma,

oltre la natura.

È un segno ciò che appare:

nasconde nel mistero

realtà sublimi.

Mangi carne, bevi sangue:

ma rimane Cristo intero

in ciascuna specie.

Chi lo mangia non lo spezza,

né separa, né divide:

intatto lo riceve.

Siano uno, siano mille,

ugualmente lo ricevono:

mai è consumato.

Vanno i buoni, vanno gli empi;

ma diversa ne è la sorte:

vita o morte provoca.

Vita ai buoni, morte agli empi:

nella stessa comunione

ben diverso è l’esito!

Quando spezzi il sacramento,

non temere, ma ricorda:

Cristo è tanto in ogni parte,

quanto nell’intero.

È diviso solo il segno,

non si tocca la sostanza;

nulla è diminuito

della sua persona.

Ecco il pane degli angeli,

pane dei pellegrini,

vero pane dei figli:

non dev’essere gettato.

Con i simboli è annunziato,

in Isacco dato a morte,

nell’agnello della Pasqua,

nella manna data ai padri.

Buon Pastore, vero pane,

o Gesù, pietà di noi;

nutrici e difendici,

portaci ai beni eterni

nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi,

che ci nutri sulla terra,

conduci i tuoi fratelli

alla tavola del cielo,

nella gioia dei tuoi santi.

Amen.

Alleluia.


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