In India un’altra importante sentenza contro l’aborto


di Gian Piero Bonfanti

NEL SUBCONTINENTE INDIANO LE STATISTICHE PARLANO DI CIRCA 700.000 ABORTI ALL’ANNO MA ALCUNI STUDI DICONO CHE IL NUMERO POTREBBE ESSERE SUPERIORE DI BEN 21 VOLTE, SENZA CALCOLARE LE INTERRUZIONI DI GRAVIDANZA CHIMICHE, CON PILLOLE ABORTIVE. UNA VERA E PROPRIA ECATOMBE…

Anche in India si accende la disputa sul tema dell’aborto. Fa molto discutere, infatti, la sentenza del 15 luglio dell’Alta Corte di Delhi, la quale ha dichiarato che non permetterà il ricorso all’aborto a una donna non sposata la cui gravidanza è ormai alla ventitreesima settimana. La Corte afferma che a quel punto “equivarrebbe a uccidere il feto”. In alternativa la sentenza suggerisce di tenere la donna in un luogo sicuro fino al parto del bambino, che potrà essere dato in adozione.

Ricordiamo che l’aborto fu legalizzato in India il 10 agosto 1971. In concomitanza del cinquantesimo anniversario di questa legge mortifera, a partire dall’anno scorso il cardinale Oswald Gracias, in qualità di presidente della Conferenza episcopale indiana (CBCI), ha chiesto che ogni anno tale data venga osservata come “Giorno di lutto” nella Chiesa indiana.

La legge in India prevede l’interruzione di gravidanza entro la ventiquattresima settimana di gestazione. C’è da considerare che l’India è il secondo paese più popoloso al mondo con circa un miliardo e quattrocento milioni di abitanti registrati nel 2020.

Le statistiche parlano di circa 700.000 aborti all’anno dichiarati ufficialmente, ma alcuni studi del Lancet Global Health dicono che il numero potrebbe essere superiore di ben 21 volte, senza calcolare le interruzioni di gravidanza chimiche, con pillole abortive. Una vera e propria ecatombe. Inoltre si stima che circa il 16% degli aborti siano “selettivi”, ovvero interruzioni di gravidanza a causa del fatto che il feto sia di sesso femminile.

Il dottor Pascoal Carvalho, membro indiano della Pontificia Accademia per la Vita, ha commentato questa sentenza che assicura “alla madre tutto l’aiuto possibile per proteggerla dalle pressioni dell’opinione pubblica, fornendole un posto sicuro e confortevole dove stare fino alla nascita del bambino, mentre il governo si occuperà di tutto. A mio parere, non può esserci verdetto più umano di questo: mostra un cambiamento molto positivo nel modo in cui affrontare le gravidanze indesiderate. Abbiamo finalmente iniziato a considerare il feto come una persona e l’aborto come un omicidio. Abbiamo anche capito che la madre avrà bisogno di aiuto fino al parto e poi il bambino potrà essere dato in adozione, il tutto preservando la dignità della donna e proteggendola da qualsiasi scandalo”.

Altro problema che colpisce questo grande paese è l’abbandono dei nascituri. Risuona ancora nelle nostre orecchie la notizia del 24 giugno 2022, giorno in cui vicino alla fermata dell’autobus a Belagavi sono stati rinvenuti i corpi di sette feti abbandonati. Secondo i medici erano intorno ai cinque mesi di gestazione ed è presumibile che siano stati uccisi dopo il rilevamento del sesso. Ogni giorno in tutto il mondo si lotta per la vita. Purtroppo quello che viene fatto passare per diritto miete annualmente milioni di morti, i bambini non nati.

I dati ufficiali parlano di una media di 44 milioni di interruzioni di gravidanze all’anno nel mondo, ma sappiamo che sono molti di più, senza contare gli aborti chimici. Inoltre ogni anno gli aborti definiti “non sicuri” causano 47 000 morti e 5 milioni di ricoveri ospedalieri.

Senza entrare nella polemica dei dati veritieri o meno, o degli aborti dichiarati o meno, più quelli farmacologici, possiamo mettere a confronto due dati dello scorso 2021. Nello scorso anno sono state registrate ufficialmente 6.356.812 morti per Covid-19 nel mondo, contro i 42,6 milioni di aborti, ufficializzati nello stesso periodo. Può questo dato spingerci ad una minima riflessione sull’importanza del tema? Ben vengano le sentenze come quella indiana, e la recente americana oramai nota come Roe vs. Wade. Servono persone coraggiose per ribaltare questa irrefrenabile ed imperante cultura della morte.

 


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