Oggi nella Sanità prevalgono gli interessi delle multinazionali, non quelli del malato

di Don Gian Maria Comolli*

DAVANTI AI CONFLITTI D’INTERESSE DI MEDICI E PRIMARI, I MALATI SPESSO RISULTANO DEL TUTTO INDIFESI…

Alcuni giorni fa, una signora laureata in materie scientifiche e sofferente da anni di una fastidiosa patologia, mi ha raccontato che a seguito di alcuni esami a cui deve sottoporsi annualmente, il suo medico curante gli ha stato prescritto un farmaco di “ultima generazione” che sta ancora percorrendo l’iter della IV fase sperimentale. Un farmaco costoso ma non mutuato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Leggendo il bugiardino, la paziente ha notato che possiede lo stesso “principio attivo” del medicinale assunto fino a ieri. Da qui il sospetto che, quel medico, abbia mirato maggiormente agli interessi personali che a quelli del malato.

Tutti ben sappiamo che il conflitto d’interesse, cui velatamente la signora accennava, si sta diffondendo in ogni settore societario: dalla finanza alla politica, dall’economia alla medicina… potrebbe quindi coinvolgere anche gli esami diagnostici, le prescrizioni terapeutiche e la ricerca scientifica?

Oggi, “vendere salute” è un affare e, le multinazionali del farmaco, sono le aziende che godono maggiori profitti a livello mondiale. Ovviamente, il conflitto d’interesse, non è una piaga inedita, da centinaia di anni i legislatori tentano di sradicarla. Ad esempio, già l’imperatore Federico II (1194-1250) nelle Constitutiones Regni Siciliae, promulgate nel 1230, vietò ai medici di intraprendere attività con i farmacisti o di possedere una «bottega di farmaci» di loro proprietà.

Il medico e saggista Marco Bobbio individua così la presenza del conflitto d’interesse in sanità: «quando ci si trova in una condizione nella quale il giudizio professionale riguardante un interesse primario (la salute di un paziente, la veridicità dei risultati di una ricerca o l’oggettività della prestazione o di un’informazione) tende a essere indebitamente influenzato da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale…)» (La neutralità della scienza: la situazione italiana, in Annali italiani di medicina interna, n. 16 -2001, pp. 2155 e ss.).

Il conflitto d’interesse è diretto, quando il medico percepisce un compenso dall’industria farmaceutica per la prescrizione di un farmaco; indiretto quando consegue dall’ industria alcuni vantaggi. In ambedue i casi, questa condotta, può causare danni e procurare rischi al malato.

Seguendo quali parametri, il medico, dovrebbe prescrivere un nuovo farmaco?

Solitamente dopo aver esaminato le riviste scientifiche che pubblicano le conclusioni degli studi clinici che devono seguire la metodologia presente nelle CONSORT (Consolidated Standards of Reporting Trials) evidenziando i requisiti di garanzia per l’affidabilità e la validità dei dati. Alcuni dubbi sulla veridicità dei testi sorge, però, costatando che l’85% dei risultati divulgati sono positivi, senza dimenticare che il successo o il fallimento di un farmaco condiziona la stabilità e il futuro di un’azienda.

Pertanto a quali elementi porre attenzione?

Anzitutto alla durata dello studio, al numero dei partecipanti, all’aspetto statistico, ai criteri di inclusione ed esclusione degli arruolati, all’appropriatezza del follow-up, all’efficacia del farmaco sperimentato rispetto a quello di confronto, alle strutture sedi delle sperimentazioni, all’eventuale incremento, nel frattempo, delle conoscenze scientifiche.

La perplessità della signora cui accennavamo all’inizio ci interroga anche sui «farmaci equivalenti», quelli cioè che nel passato erano denominati generici e, riguardo ai quali, molti nutrono oggi dubbi e sospetti. Contengono questi lo stesso principio attivo dei corrispondenti di marca e posseggono la stessa efficacia, indicazioni e controindicazioni?

Inoltre, le industrie farmaceutiche produttrici degli «equivalenti», non affrontano i costi della conduzione delle ricerche sulle nuove molecole e quelli relativi alla gestione degli studi clinici di efficacia. Quando il farmaco equivalente è autorizzato dall’Agenzia Regolatoria italiana, ovvero l’AIFA, si innesta un meccanismo di concorrenza che comporta anche una notevole diminuzione del prezzo con vantaggi sia per il paziente che per il SSN.

Di fronte ai rischi innescati dai conflitti d’interesse, dobbiamo riconoscere che i cittadini sono indifesi. Domandiamo quindi a medici e politici di prendere consapevolezza del problema, oltre naturalmente all’attenzione e alla vigilanza da parte degli “addetti ai lavori”. Il tutto affinché gli interessi del malato prevalgano sempre su quelli individuali o, genericamente, di una cinica o ideologica Scienza

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*sacerdote ambrosiano, collaboratore dell’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano e segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia. Cura il blogwww.gianmariacomolli.it.

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