Un pensatore che, per la mentalità di oggi, è semplicemente contro-rivoluzionario

di Alessandro Puma

LA CRISTIANIZZAZIONE DEL PENSIERO GRECO IN FILONE ALESSANDRINO

L’opera instancabile ed incisiva, di importanza davvero capitale, portata avanti nel primo secolo da Filone d’Alessandria, merita qui di essere esaminata – sebbene necessariamente per sommi capi – per poter capire come è avvenuta quella cristianizzazione del pensiero filosofico greco che ha portato, all’interno del nascente cristianesimo, a concetti e ‘costellazioni di pensiero’ che erano sempre stati appannaggio della speculazione classica greca, e che si erano già avvicinati di molto, in maniera autonoma, alla verità della rivelazione cristiana. Anzi, essendo Filone un ebreo cristiano studioso di filosofia e vero credente in Cristo, nessuno come lui (nemmeno San Paolo o Sant’Agostino) poteva, in realtà, concretizzare quello sposalizio tra speculazione greca e rivelazione cristiana.

Da buon ebreo, Filone prende come pietra di paragone proprio la Bibbia – e segnatamente l’Antico Testamento – per dimostrare che il pensiero filosofico greco si era avvicinato a quell’unica Verità che la precede e la anticipa in ordine di tempo. Basti pensare (ma il riferimento è qui al Nuovo Testamento) all’idea della Trinità che ha avuto in un filosofo come Plotino un ‘interprete’ tramite la sua triade costituita dall’Uno (cioè Dio), l’Intelletto (il nous) e l’Anima del mondo.

Nella sua opera, L’erede delle cose divine, il nostro ‘Mosé attico’, com’è stato anche definito, prende come esempio lo stesso Abramo della Genesi per dimostrare, attraverso una lettura allegorica del testo, che privilegia cioè un’interpretazione spirituale su quella letterale, come gli antichi greci (ma anche noi moderni) avrebbero dovuto realizzare in se stessi quella trasformazione ‘metanoica’ che ha portato Abramo a diventare Abrahamo.

I riferimenti alle stelle del cielo, impossibili da contare, e soprattutto alla ‘casa dei padri’, vogliono significare un cambiamento radicale nel modo di comportarsi e di pensare delle persone.

Nel momento in cui, afferma Filone, ci si rende conto che a pensare, in me, non sono io stesso ma Dio, al quale bisogna lasciare spazio nella nostra mente, si diventa consapevoli della nostra pochezza – anzi della nostra nullità – di fronte a Dio.

Ciò era abbastanza scandaloso per la mentalità greca perché, se è vero che il Fato  gravava sugli uomini a volte come una calamità alla quale non ci si poteva sottrarre (come nelle tragedie di Euripide, ‘razionalizzatore’ di Eschilo e Sofocle), era però anche vero che la dote principale di un uomo, il suo essere saggio o buon guerriero, era una sua precipua caratteristica, solo sua, e nemmeno gli dei potevano togliergliela; tant’è che gli uomini si contraddistinguevano per essere, appunto, buoni musici, bravi atleti e così via.

Il fatto che Filone scriva che tutta la saggezza che un uomo possiede non serve a renderlo degno di essere erede del dono della divinità, cioè di ottenere la salvezza dell’anima, ma anzi che debba ‘mettere tra parentesi’ tutto ciò che conosce per liberare la mente in modo da far entrare la saggezza o il pensiero di Dio, che pensa in noi, è – per l’epoca ma ancor più per la mentalità di oggi – semplicemente contro-rivoluzionario. Non attaccarsi, quindi, alle cose che si possiedono, alle cose che si conoscono (anche per aver studiato) e, infine, alla nostra stessa coscienza, è il modo più sicuro per diventare, come ha fatto Abramo, ‘eredi delle cose divine’.

Naturalmente tutto ciò risente ancora molto di quell’ itinerarium mentis in Deum che si può realizzare per via plotiniana, cioè per via negationis, ma in Filone anche l’idea della creazione è di matrice platonica (va detto che, com’è noto, il platonismo all’interno del cristianesimo si consoliderà con sant’Agostino mentre l’aristotelismo sarà la linfa di cui si nutrirà San Tommaso d’Aquino), cioè fa riferimento al celebre demiurgo platonico del Timeo, visto in chiave cristiana.

Gli studiosi di Filone hanno rilevato come non sia molto chiara, nelle sue opere, la differenza tra creazione ex nihilo e creazione da una materia preesistente, come in effetti fa il demiurgo platonico, che forgia gli elementi materiali già esistenti avendo bene in mente le cosiddette Idee iperuranie.

Ma questa distinzione è tutto sommato irrilevante, poiché Iddio, secondo Filone, può creare dal nulla anche la materia preesistente necessaria alla formazione del cosmo.

Infine – ma la speculazione filoniana è stata, qui, appena toccata – non bisogna tacere il fatto che per Filone, come per tutti i primi cristiani, la salvezza dell’anima, anche per i motivi precedentemente detti, non era affatto garantita per tutti, nemmeno per coloro che si definivano cristiani, poiché Filone era anche probabilmente influenzato da quell’attesa del secondo avvento di Cristo che doveva avvenire di lì a poco (siamo negli anni quaranta del primo secolo del cristianesimo), attesa che era avvertita in maniera quasi febbrile sia in Antiochia che in Alessandria, dove appunto viveva Filone, e che si basava sulla salvezza di molti ma non di tutti. Anche perché, come afferma Matteo nel suo vangelo “molti sono i chiamati ma pochi gli eletti” (Mt 22, 1-14).

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