Suicidio assistito ed eutanasia: la situazione sta sfuggendo di mano…

di Gianmaria Spagnoletti

IL “DIRITTO” ALLA MORTE DI STATO SI ALLARGA ALLA SOFFERENZA PSICOLOGICA

La vita umana è piena zeppa di sofferenza. Tutti abbiamo conosciuto non solo malati gravi, ma anche reduci di due guerre mondiali, internati e deportati nei Lager, superstiti di tragedie inenarrabili, bombardamenti, naufragi, incidenti, che hanno dovuto fare i conti con quel trauma, e con il “senso di colpa del superstite” per il resto dei loro giorni. Non di rado si svegliavano di notte gridando, in preda agli incubi. Si chiama “Sindrome da disordine post-traumatico”.

Dopo la Prima guerra mondiale questo disturbo (inizialmente chiamato “shell shock”, “shock da cannoneggiamento”) riempì i manicomi. In seguito, si cercò di porre rimedio, ad esempio, con la psichiatria e la psicoterapia di gruppo. Ai Paesi anglosassoni bisogna rendere merito di essere stati all’avanguardia in questi tentativi: pensate che la clinica Tavistock (tristemente famosa per le terapie ormonali sui giovanissimi) nacque nel primo dopoguerra per aiutare i reduci che rientravano dal fronte letteralmente “impazziti”.

Oltre a ciò, ricevettero un notevole impulso anche la neurochirurgia, la chirurgia plastica ricostruttiva, la terapia del linguaggio, la fisioterapia e altre discipline: il tutto per agevolare il reinserimento degli ex combattenti nella vita civile. Invece immaginate se dopo il termine della Seconda guerra mondiale, qualche governo avesse “aperto” al suicidio assistito nelle stesse modalità che vediamo oggi: sarebbe stato un vero “collasso”, che avrebbe arrestato lo sviluppo della società, anche nel suo senso più “carnale”, dato che molti sarebbero stati spinti a uccidersi prima di poter formare una famiglia.

Qualcuno lo ha fatto, purtroppo. Ma la grande maggioranza ha potuto tirare avanti. E come? Spesso, associandosi tra persone che avevano vissuto la stessa esperienza. «Aver compagno al duol scema la pena», dice il proverbio. Ma nella nostra società siamo sempre più soli: spesso già alla nascita, poi nel corso della vita e infine, non di rado, si muore soli e si viene rinvenuti mesi dopo nel proprio appartamento, mentre gli altri condomini cadono dal pero commentando: «non ce n’eravamo nemmeno accorti».

Così, se magari uno è sfuggito alla tagliola dell’aborto, ma non ai rovesci della vita, può sempre incorrere nella proposta di soppressione volontaria. Cioè invece di distruggersi con alcool o droghe o buttarsi sotto un treno, magari facendo perdere tutta la giornata a degli onesti pendolari, un depresso (perché magari ha perso il lavoro, o perché malato grave) può togliersi di mezzo in maniera pulita: una siringata in un laboratorio e finisce tutto. Poi lo si seppellisce in maniera “green”, ma magari intanto tornano utili i suoi organi.

Che la situazione stia sfuggendo di mano se n’è accorto pure il Direttore di «Libero» Alessandro Sallusti il quale, in un suo editoriale, ha scritto: «Ma il centro della questione non è lei [Shanti], bensì quella profezia che il mondo cattolico lanciò quando anche in Italia, sull’onda emotiva del caso Englaro, si aprì il dibattito sull’eutanasia: «Occhio – dicevano i cattolici che se si apre un pertugio poi vien giù la porta che protegge la vita. […] Insomma, anche in Italia in un modo o nell’altro l’eutanasia si fa largo, ma che io sappia sempre per casi di sofferenza fisica che rende impossibile una vita autonoma e dignitosa.

Ora, nel cuore dell’Europa, il diritto alla morte di Stato si allarga alla sofferenza psicologica, che non metto in dubbio sia altrettanto invalidante, ma certo ha connotati diversi mancando l’oggettività alla possibilità di catalogare la specie. Intendo dire: non c’è bisogno di subire un trauma come quello che ha vissuto Shanti per perdere la voglia di stare al mondo: c’è chi pensa al suicidio perché perde un amore, chi il figlio e chi ancora il lavoro. Viviamo circondati da persone che provano una “sofferenza psicologica costante” ma non per questo vorrei che lo Stato agevolasse la loro scomparsa fisica. Se anche in Italia la crepa aperta con Eluana diventasse una voragine dove ognuno può chiedere di infilarsi, beh, se non siamo alla selezione della razza, in questo caso non ariana ma banalmente sana, poco ci manca. Proporrei una pausa di riflessione».

Quindi, grazie ad Alessandro Sallusti (che è un laico, ricordiamolo bene) a 13 anni dalla morte di Eluana Englaro scopriamo che l’eventualità di una eutanasia indiscriminata non era una fobia di “quei bigottoni dei cattolici”, né che il c.d. “piano inclinato” non era una “teoria del complotto”, ma qualcosa che si sarebbe realizzato gradualmente per non privare diverse categorie di questo «diritto»: il diritto di morire. È molto probabile che la «pausa di riflessione» che auspica Sallusti non avrà mai luogo, proprio perché la «marcia dei diritti», una volta messa in moto, è impossibile da arrestare. Devono essere questi i “valori da difendere” (o anche quelli della Borsa) sbandierati per fomentare il conflitto russo-ucraino con armi a palate.

Coloro che stanno amministrando tutto questo “carrozzone” dapprima si sono stupiti che il massiccio ricorso di sanzioni alla Russia e invio di armi all’Ucraina non sia servito a fermare gli invasori russi (per cui hanno escogitato una soluzione geniale: «altre sanzioni» e «altre armi»); e in seguito si sono stupiti del fatto che guerreggiare con una potenza nucleare come la Russia li abbia portati a un passo dall’escalation atomica. Beh, non male come strategia vincente. Tanto, a morire non sono i “loro” giovani, già stanchi di sentir parlare di guerre che si sono trascinate per due decenni, ma quelli ucraini, con il supporto di “contractors” di vari Paesi (ma diciamolo a bassa voce). C’è un tratto che lega queste situazioni diversissime: tutte sono accomunate dall’odio per l’uomo, declassato al rango di “materiale”, in definitiva, sacrificabile.

Punto 1: sei malato? Hai la talassemia, la Trisomia 21, una qualsiasi disabilità, una malattia cronica, o semplicemente sei indesiderato? Ti aiutiamo a ucciderti: tanto la tua vita non vale nulla. Anzi: lo Stato risparmia in medicine, pensioni, indennità di accompagnamento. Soldi, insomma.

Punto 2: Sei sano? Abile e arruolato, vai a combattere. Hai perso un braccio, un occhio, una gamba in guerra? Oppure sei ancora intero, ma hai la sindrome da stress post-traumatico? Torna al punto 1. Sei diventato come la mucca che non fa più latte, la gallina che non fa più uova, il cane da caccia che non sa più correre. Sei un peso.

Non oso più fare il paragone con il nazismo, perché la casistica attuale è talmente vasta da superare in “fantasia” anche le malefatte del Terzo Reich. Il mondo di oggi è una specie di Sparta “4.0”, con la stessa barbarie di quella vecchia, ma potenziata dalla tecnologia.

Volete sopravvivere? Dovete reagire. La prima mossa di reazione è rendersi conto che un “accidente” che renda “indegni di vivere” può capitare a tutti. Siamo tutti virtualmente “carne da macello”. Una espressione forse un po’ forte ma efficace: diciamo che sarebbe un bel titolo per un romanzo di Houellebecq. Prima ve ne rendete conto, prima riuscirete a reagire.

La reazione più efficace che possiate esercitare, fin da ora, è riscoprire il valore del vivere insieme, di una comunità dove si insegna il valore inestimabile della vita umana e si agisce di conseguenza. Qualche persona non ancora narcotizzata dai mass media riuscirete a strapparla alle tenebre.

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