Sempre più sudcoreani vivono da soli (come nella triste Svezia)

di Angelica La Rosa

IN COREA DEL SUD IL TASSO DI NATALITÀ STA PRECIPITANDO, E PEGGIORERÀ MAN MANO CHE IL SECOLO AVANZA…

La Corea del Sud è il paese al mondo con il tasso di natalità più basso (0,84 nascite per donna nell’ultimo dato disponibile relativo al 2020). Una delle conseguenze sarà che entro il 2050 due sudcoreani su cinque vivranno da soli, il che potrebbe causare uno tsunami di problemi sociali derivati ​​dall’aumento delle malattie psicologiche e psichiatriche.

La percentuale di sudcoreani che vivranno da soli entro il 2050, quindi, dovrebbe più che raddoppiare dall’inizio di questo millennio. Secondo l’Ufficio nazionale di statistica della Corea del Sud, ci sarà un forte cambiamento nella composizione della famiglia che sarà alimentanto dal tasso di fertilità più basso del mondo .

Le persone che vivono da sole nel 2021 sono state circa 7,2 milioni, ovvero un terzo delle famiglie, e più di qualsiasi altro gruppo familiare composto da più membri.

La proporzione, che era del 15,5% nel 2000, dovrebbe salire a quasi il 40% nei prossimi anni, secondo un comunicato di Statistics Korea.

La Corea del Sud ora ha circa la stessa percentuale di famiglie unipersonali della Gran Bretagna, anche se ancora ben al di sotto del livello del Giappone o della Germania, secondo Statistics Korea. La mancanza di denaro e la sicurezza del lavoro rappresentano quasi la metà dei motivi addotti dai single per non sposarsi, hanno dall’ufficio statistico della Corea del Sud. Un 12% degli intervistati ha affermato di sentirsi sopraffatto dal dover crescere i figli. Circa il 25% ha dichiarato di non aver trovato il partner giusto o di non sentire il bisogno di sposarsi.

Il crescente numero di famiglie composte da una sola persona aumenterà la pressione sull’invecchiamento demografico del paese. In Corea del Sud stanno vivendo quello che già si vive in Svezia da qualche anno, ben documentato nel famoso documentario “La teoria svedese dell’amore“.

A livello internazionale la Svezia è vista come “la società perfetta”, un modello da seguire, un esempio dei più grandi traguardi che l’uomo può raggiungere… Ma è proprio vero? Erik Gandini, ha prodotto e diretto pochi anni fa un documentario, intitolato “La teoria svedese dell’amore” (The Swedish Theory of Love) che, da quando è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di Stoccolma (15 novembre 2015), non ha mancato di suscitare riflessioni e dibattiti.

Il documentario offre uno sguardo critico sulle idee e sulla pratica dell'”individualismo di stato” e cerca di penetrare le crepe della perfezione scandinava, di scavare nei lati disfunzionali di questa società apparentemente perfetta. Infatti, la maggior parte dei benefici del “Welfare State” in Svezia sono collegati all’individuo e i governi di quella nazione cercano di promuovere l’autonomia individuale piuttosto che il  “Welfare State” focalizzate sulla famiglia. In svedese questa ideologia è chiamata “individualismo statalista”.

Il docu-film, della durata di 90 minuti, esamina come questo abbia influenzato la società svedese dagli anni ’70 in poi. Il regista Erik Gandini è la voce narrante del film, mentre Lars Trägårdh, Nhela Ali, Erik Erichsen e il noto filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman (1925-2017), interpretano loro stessi. “In Svezia tutto andava bene, standard di vita alti, progresso, pensiero moderno. Poi venne il momento di fare un altro passo avanti per liberarci da strutture familiari antiquate che condizionavano il modo di stare insieme rendendoci dipendenti l’uno dall’altro”, così esordisce il documentario. Nel 1972, in un manifesto del partito socialdemocratico, allora guidato dal primo ministro Olof Palme, veniva prefigurata la famiglia del futuro in un sistema socio-assistenziale perfettamente organizzato, il cui fine era dare a ciascuno una vita totalmente autonoma. Negli anni a seguire fu, dunque, perseguito tale obiettivo per rendere indipendente ogni individuo. Nel documentario si sente dire che “ogni rapporto umano autentico, libero da condizionamenti materiali e psicologici, si deve basare sulla sostanziale indipendenza delle persone”. In Svezia “i bambini e gli adolescenti fino alla maggiore età hanno molti diritti e molta tutela sociale“, le coppie vivrebbero “volontariamente e senza obblighi la loro relazione”, gli anziani non dipenderebbero più “dalla generosità dei figli che, ormai adulti, lavorano per sé stessi”.

Secondo il docu-film, “molte persone, la metà della popolazione, vivono da sole e, un quarto, muoiono da sole. Molte donne scelgono di vivere da single e tante ricorrono all’inseminazione artificiale per avere un figlio, anche facendosi inviare a domicilio, da una banca del seme, un kit contenente lo sperma di un anonimo donatore scelto su internet. Molti anziani muoiono dimenticati da tutti, in anonime residenze in cui ognuno è chiuso nel suo piccolo alloggio. Per le persone che muoiono senza che nessuno se ne accorga e di cui nessuno si preoccupa, esiste un’apposita agenzia governativa che investiga sulle circostanze e cerca i parenti prossimi, ma, a volte, risulta difficile contattarli o impossibile rintracciarli”.

Lars Trägårdh, docente universitario di storia comparata presso l´Ersta Sköndal University College di Stoccolma, uno dei sostenitori dell’inquietante modello svedese, ha affermato che “nei paesi nordici molte persone sono in grado di liberarsi sia dalla famiglia che dalla comunità locale che li circonda. Siamo diventati individualisti. Questo ha avuto un significato enorme, non da ultimo per l´emancipazione delle donne. Le strutture patriarcali deboli e una ridotta dipendenza dagli altri, offrono a molte persone dei paesi nordici la sensazione di controllare la propria vita”.  Il docente ha collocato la Svezia “nel punto più alto e più avanzato di una scala di valori e spiega che nei paesi poveri ci si preoccupa di sopravvivere, mentre nei paesi ricchi ci si può permettere di realizzare la propria persona”.

E se da fuori la Svezia sembra una terra promessa, un luogo perfetto, una meta d’arrivo (sono infatti in aumento i rifugiati extracomunitari che giungono in Svezia cercando una vita migliore), Nhela Ali, siriana, insegnante per i rifugiati, dopo aver incontrato le famiglie degli emigrati con il compito di assistere i nuovi arrivati ed aiutarli a conoscere le prime nozioni della lingua e il sistema di valori della nazione che li ospita, non è proprio contenta di come si vive nella società svedese. “Manca il contatto con la popolazione locale che preferisce mantenere le distanze, non per razzismo, ma per il diffuso individualismo. Di fronte ai casi di suicidio ci si chiede come si possa essere infelici in mezzo a tanta abbondanza. Gli aiuti vengono attraverso i canali istituzionali, senza che si possa trovare conforto in un altro essere umano. Alcuni gruppi di giovani organizzano campeggi nei boschi per fare esperienze alternative di vita in comune, prendersi cura gli uni degli altri, relazionarsi e stare in contatto fisico tra persone e con la natura, all’aria aperta”.

Il dottor Erik Erichsen, chirurgo, ha lasciato la Svezia dopo trent’anni di carriera per trasferirsi in una remota regione dell’Etiopia e lavorare in un ospedale dotato di pochi mezzi. “Nella totale mancanza di risorse, opera un uomo trapassato da una lancia e altri traumatizzati usando strumenti semplici di facile reperibilità, ma senza l’oppressione della burocrazia e dice: «qui nessuno è mai solo: se stai male la gente non sta lontano, ma viene a trovarti, se stai morendo viene a tenerti compagnia e, dopo che sei morto, ti piangono».

Bauman, infine, riflette sulle contraddizioni di un sistema ad alta protezione sociale e afferma nel documentario: “la felicità non viene da una vita senza problemi, ma dal superamento delle difficoltà. L’indipendenza non è la felicità; alla fine porta ad una completa, assoluta, inimmaginabile noia“.

Il docu-film è stato recensito come opera “con grande ritmo e che non perdere pubblico durante la sua durata… Gandini mostra il lato oscuro del progresso, della ricchezza e dell’indipendenza”, attraverso un montaggio “stilizzato” e la musica “ironica sbarazzina”.

Una versione ridotta del documentario è stata trasmessa da Rai3 il 27 luglio 2016.

 

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