Ma è proprio vero che la scienza non è democratica?

Ma è proprio vero che la scienza non è democratica?

di Sergio Caldarella

AGLI OCCHI DELLA NOSTRA EPOCA BASTA CHE LA SCIENZA RIBADISCA IL PRIMATO DELLA RAZIONALITÀ E DELL’OSSERVAZIONE SPERIMENTALE PER SBANDIERARLA COME “NON DEMOCRATICA”…

Una tra le tante professioni di fede diffuse sui media generalisti è quella secondo cui la scienza, a dire di alcuni tra i guru con abbondante cerone sulle guance, non sarebbe “democratica”. Ma cosa significa davvero tale dichiarazione? Dire che la scienza non è democratica non è forse un modo indiretto per affermare che questa può prestarsi a modalità antidemocratiche ed attribuire così a questa un carattere quantomeno politicamente autoritario? Oppure potrebbe significare che la scienza non si abbassa ai deliri della volontà di potenza, continuando magari a ribadire l’antico “eppur si muove” di fronte a coloro che vorrebbero persino il cosmo inginocchiato, ancora una volta, di fronte alle tante velleità dei poteri temporali? 

Basta forse, agli occhi della nostra epoca, che la scienza ribadisca il primato della razionalità e dell’osservazione sperimentale per sbandierarla come “non democratica” e, dunque, pericolosamente nemica delle conquiste liberali degli ultimi secoli? Oppure questo è il solito vecchio trucco di politicizzare quello che è neutrale per rafforzare una parte a dispetto di un’altra? 

Quale concetto di democrazia emerge, o si vuol proporre, da una tale dichiarazione di presunta antidemocraticità della scienza? Non saranno proprio quelli che vogliono imporre una svolta autoritaria alla società a trasferire queste loro velleità tiranniche ad una rappresentazione della scienza che, invece, non possiede in sé un carattere politico? Non ci troviamo qui, ancora una volta, al bivio tra la neutralità del pensiero scientifico che prova a fare discorsi su cose ed eventi con il solo intento di comprendere meglio le realtà del mondo e dei poteri particolari i quali, invece, vogliono fargli dire ciò che più conviene a loro?

Gli avveduti che, nella loro vita, hanno aperto qualche libro oltre ai manuali utili al conseguimento di titoli, oppure quelli che hanno ragionato un po’ sull’argomento, sanno che la scienza non è, e non può essere, quanto si blatera sulle gazzette e nelle televisioni: quelle sono, al massimo, chiacchiere ed urla a disposizione del miglior offerente. La scienza, invece, ascolta anche un bambino se questi dice qualcosa di vero, poiché è proprio lì il discrimine del discorso scientifico, ma quest’epoca che crede di sapere tutto, alla fine si rivela come un evo che nulla sa, se non quello che viene raccontato dalle baronie del potere.

Se, poi, sbirciamo in certe aule scolastiche, alcuni direbbero, magari riprendendo senza dirlo Bacone e Descartes, che la scienza è un metodo, mentre altri, ripetendo senza pensarci troppo sopra le parole di Popper, aggiungerebbero anche che è basata sulla “falsificabilità”. La scienza, con la doverosa aggiunta di “moderna”, è certamente anche un metodo, ma non può – o non dovrebbe – essere ridotta unicamente a questo. La scienza che viene interpretata come solo metodo è mera applicazione cieca, ossia techne (τέχνη), che noi traduciamo con “tecnica”, ma sarebbe più corretto tradurre con ars che, nel linguaggio dei Greci, è un termine contrapposto a Natura (φύσις). Anche qui gli antichi Greci ci vengono in soccorso indicandoci, attraverso la luminosità delle loro allegorie, che la tecnica si allontana dalla physis da cui proviene. Il termine moderno di “fisica” derivato dal greco indica, infatti, una disciplina dedita all’osservazione sistematica della natura e in un contesto autenticamente razionale, o in una società davvero avanzata, la fisica non dovrebbe essere subordinata alla tecnica, ma viceversa.

La techne degli antichi veniva anche rappresentata come una dea la quale, tra le tante imprese mitologiche, aiuta Icaro nella sua folle impresa: tale raffigurazione, così come molte altre, contiene già un ammonimento ed una connessione tra la tecnica ed i pericoli della tracotanza (ὕβρις), come sarà proprio il caso per l’infelice avventura del figlio di Dedalo. 

È tanto curioso quanto tragico osservare come l’epoca contemporanea che più strepita la parola “scienza” sia, poi, quella che se ne è maggiormente allontanata, sprofondando la scienza nella mera tecnologia al servizio del profitto. La scienza, nel senso più proprio del termine, può invece esser meglio definita come un discorso razionale basato sull’osservazione critica dei fatti e la loro sintesi attraverso l’applicazione di criteri logici conciliati in una generalizzazione teoretica. Per dirla in parole povere: Isaac Newton vede cadere una mela da un albero e questo è un fatto che egli sintetizza nella formulazione logico-matematica della legge della gravitazione universalizzata attraverso una generalizzazione teorica.

Questa è una definizione operativa di scienza che prescinde dalle tante ubbie dell’epoca contemporanea ed è, paradossalmente, diventata incomprensibile per quegli sperimentatori che si allontanano dai criteri generali del discorso scientifico, scadendo nelle ristrette osservazioni ancillari, come criticava già Nietzsche, in una scena dalla forte connotazione comica, scrivendo di quell’uomo chino nel fango di una palude e intento a studiare con tutto se stesso il cervello di una sanguisuga, mentre Zarathustra lo calpesta accidentalmente.

L’individuo su cui Nietzsche ironizza apertamente si trova a casa propria e nel suo dominio immerso nel fango, morso dalle sanguisughe nel pantano, e confessa: “molto vicino alla mia scienza giace la mia nera ignoranza.” Egli è colui il quale, nell’opera del pensatore di Röcken, dichiara senza patemi: “sono cieco e voglio esser cieco.” Ossia voglio che questo metodo che, in apparenza, mi avvicina in maniera fondamentale alla realtà, nel concreto me ne allontani infinitamente. La parodia che fa Nietzsche di questa figura comica e grottesca, piegata e concentrata sul minuscolo cervello della sanguisuga, vuol indicare che costui, in realtà, non è un uomo di scienza e, dunque, neppure di coscienza.

Sarebbe allora bastato leggere lo Zarathustra per ritrovarvi i volti torvi ed incarogniti di certe ben note celebrità televisive le quali, attratte da nuovi tipi di sanguisughe e miraggi, pretendono di condurci tutti, ex auctoritate, tra le paludi del loro delirio irrazionale e antidemocratico.

 

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