Il vescovo Santoro: “Lavoro, salute e ambiente vanno insieme, la gente non può ammalarsi per lavorare”

di Bruno Volpe

MONSIGNOR FILIPPO SANTORO, ARCIVESCOVO DI TARANTO: “DOBBIAMO PREDICARE, ANNUNCIARE, TESTIMONIARE LA FEDE CATTOLICA NELL’AMBIENTE DI LAVORO, NELLE CASE, PER LE STRADE”

“Consumare la suola delle scarpe” è il titolo di un eccellente libro-intervista di Monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, e Fabio Zavattaro  storico vaticanista Rai. Di fatto è una autobiografia di Monsignor Santoro, realizzata con il suo modo (aperto e franco) di pastore buono, amante del contatto con la gente, i poveri e gli ultimi. Lo abbiamo intervistato.

Eccellenza Santoro, perché quel titolo “consumare le suole delle scarpe”?

“Il tema che ho scelto per questa parziale autobiografia indica il mio stile di essere pastore. In un certo senso è quello che oggi chiamiamo missione, e Papa Francesco definisce ‘Chiesa in uscita’. Il  cristiano non deve stare comodamente seduto sui banchi della chiesa, ma  predicare, annunciare, testimoniare nell’ambiente di lavoro, tra le case, per le strade. Non dobbiamo vivere una esistenza fatta di sedentarietà e di quieta comodità, al contrario abbiamo il dovere, specie come pastori, di andare verso la gente, specie se povera, malata e ultima”.

Possiamo fare un bilancio della sua missione?

“Rifarei tutto e non rimpiango niente. Sia il  battesimo che il sacerdozio sono due  benedizioni. Ho insegnato a Bari a scuola e ho presieduto la scuola di teologia come successore di Monsignor Francesco Cacucci. Poi Don GIussani, fondatore di CL, mi disse: in Brasile, a Rio de Janeiro, il cardinale ha bisogno di un sacerdote. Te la senti di andare? Sono partito senza esitazione, fidandomi. Dopo 12 anni mi fecero vescovo ausiliare di Rio e successivamente sempre ausiliare di Petropolis e titolare della stessa sede. Nel 2011 ero con ex compagni di seminario a Castelgandolfo e incontrai Papa Benedetto XVI  che avevo già visto ed apprezzato ad Aparecida. Mi chiese da quanti anni stavo in Brasile e quando gli risposi 27, mi disse: è troppo. Io gli replicai che stavo bene, ma lui ribadì che era troppo. Allora capii che nei suoi piani dovevo tornare in Italia ed infatti mi nominò arcivescovo di Taranto, prendendo possesso il 5 gennaio del 2012”.

Come hanno accolto i tarantini il vescovo che veniva dal Brasile?

“In modo molto caloroso. Mi chiesero come volessi fare il mio ingresso, se dal mare o dalla terra ed io scelsi il mare, sulle orme del Patrono San Cataldo. Pregai in venerazione davanti alle sue reliquie e pensai: ‘che scherzi fa il destino: Filippo, eri un ragazzetto che andava in bicicletta nelle stradine di Carbonara ed oggi sei successore di San Cataldo’. Uno dei miei primi atti fu visitare gli ammalati all’ospedale Santissima Annunziata. Visitai tutti i reparti benchè in programma fosse più limitato. Ma è dovere di un vescovo e di un pastore mostrare affetto a vicinanza a chi soffre ed è nel bisogno”.

Lei è di Comunione e Liberazione, che eredità le ha lasciato?

“Una grandissima eredità. E soprattutto la certezza che la fede si vive nella concretezza e nella realtà. Lo facevo al liceo Salvemini di Bari, quando ero tra i ragazzi. Lo stesso vale sul posto di lavoro. In Brasile sono stato a contatto con i bambini di strada, i senza tetto. La fede è un fatto vivo”.

Tornerebbe in Brasile?

“Vado dove mi manda il Papa”.

Parliamo dei problemi del lavoro e dell’Ilva a Taranto in particolare…

“Lavoro e ambiente vanno di pari passo, uno non esclude  l’altro. I tarantini hanno diritto a lavorare, ma in un ambiente sano. Per questo è opportuno eliminare il carbone per sostituirlo con le fonti rinnovabili e le fonti pulite di energia. È giusto che la gente non si ammali e viva in un ambiente sano che va rispettato e curato”.

 

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