“Liberi di scegliere”: una decisione estrema per salvare una vita

di Serena Menichetti e Franco Olearo*

SOLO L’EDUCAZIONE E LA SCUOLA POSSONO AIUTARE CHI, CRESCENDO IN UN AMBIENTE CRIMINALE, VUOLE CAMBIARE VITA

Su Raiplay è disponibile questo film che ci racconta, in forma romanzata, la storia vera di un giudice del tribunale minorile che trova una forma legale per sottrarre dei minori dalla loro famiglia collusa con la ‘ndrangheta calabrese. «Nella ‘ndrangheta calabrese, la famiglia è il cuore della sua struttura criminale e da sempre il potere si tramanda di padre in figlio». È con questa dicitura che inizia il film per farci comprendere immediatamente il contesto nel quale si sviluppa il racconto. Non si tratta di uno dei tanti film sulla malavita calabrese, dove assistiamo ad azioni di polizia, testimonianze di pentiti, corruzione, boss nascosti in qualche cantina; in questo film si entra all’interno di una logica spietata che vuole gli affetti e le virtù familiari (l’aiuto reciproco, la fedeltà) vengano posti al servizio delle ambizioni criminali del “clan”.

Il film è la storia di due decisioni difficili; quella del giudice Lo Bianco e quella del diciassettenne Domenico, figlio di un criminale latitante. Il giudice è cosciente del fatto che ci sono stati casi eccezionali di minori tolti dalla patria potestà in caso di violenza o di tossicodipendenza ma nessuno ha mai autorizzato un recupero di questo tipo in caso di famiglia mafiosa. I diritti dei genitori sui propri figli sono, giustamente tutelati, l’iniziativa del giudice è senza precedenti e in effetti la sua decisione riguardo a Domenico verrà violentemente attaccata dai giornali locali che parleranno di “deportazione”. Ma Lo Bianco. anche lui padre di famiglia, comprende che il tema non è semplicemente giuridico (trovare l’appiglio legale per sottrarre Domenico alla potestà della famiglia) né è sufficiente appellarsi a impostazioni di principio, cioè far sentire la presenza della giustizia italiana e dello Stato, ma squisitamente umano. Una volta sottratto Domenico alla famiglia, in quale struttura potrà esser collocato, nella speranza di una sua trasformazione?
Il film evidenzia molto bene che la soluzione a questo problema non sarà una legge o una struttura speciale a favorire la conversione del ragazzo ma la buona volontà di due operatori sociali che si prenderanno a cuore il problema e potranno mostrare a Domenico quanto siano disposti a impegnarsi per il suo bene.

L’altra decisione sicuramente più coinvolgente è quella di Domenico. Ancora piccolo, Domenico viene fatto incontrare in un posto segreto con il padre, ormai latitante a vita. «Quante sono le dita di una mano?» chiede il padre. «Cinque» è la risposta. «E noi quanti siamo?» «Cinque». «Se chiudi la mano cosa diventa? Un pugno forte e resistente, come noi». È la famiglia l’universo nel quale Domenico si deve sentire collocato, da piccolo come da grande. Un universo che non prevede altri universi: non certo lo Stato con le sue leggi, ma neanche altre famiglie antagoniste. Domenico, ormai diciassettenne, beneficia del suo stato di capo-clan in sostituzione del padre: viene rispettato e ha il compito di svolgere incarichi delicati per il benessere della famiglia. Ma come potrà mai, un ragazzo con incarichi già così importanti alla sua età, ipotizzare un mondo diverso e per lui preferibile? Il giudice aveva fatto notare che il suo destino sarebbe stato quello di finire in prigione oppure morto ammazzato. Ma non è per la paura che un ragazzo cambia vita. «Se fossi andato in prigione mi avrebbero almeno rispettato» si lamenta Domenico, ora che è stato trasferito in una casa-accoglienza per giovani a Messina. Né è utile parlare con lui di principi, con le categorie del giusto e del buono: «è inutile che mi fa una predica – dice sdegnato Domenico al giudice – se voglio una predica vado in chiesa: almeno lì sono più bravi». Ma allora cosa serve a Domenico per uscire dal suo mondo e scoprirne un altro? Sarà proprio l’esperienza vissuta in prima persona (un nuovo ordine del padre, senza appello) che gli farà toccare con mano il suo vivo desiderio di libertà, la libertà di poter essere il direttore della propria esistenza. In chiusura del film veniamo informati che fino al 2012, quaranta minorenni sono stati allontanati dalle loro famiglie affiliate alla ‘ndrangheta ma è bene sottolineare, come ha fatto il vero giudice Roberto di Bella in una intervista, che si tratta di una soluzione da applicare in casi estremi: «bisogna invece puntare sull’educazione e sulla scuola».

*portale FamilyCinemaTv

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