“A sostegno di Giordano Bruno”: le riflessioni del prof. Francesco Bellanti

di Francesco Bellanti

UN DIALOGO IMMAGINARIO TRA IL PROFESSOR FRANCESCO BELLANTI E GIORDANO BRUNO

Roma, Campo de’ Fiori. 25 aprile 2012. Ore 10.

Francesco. Buon giorno al filosofo creatore dell’infinito e dell’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni.

Bruno. Buon giorno anche a te, figliolo. Forse sei un po’ diverso da tutte queste orde di nordici turisti che nulla sanno di questa statua, e si fanno spennare come polli da codesti altri ristoratori ignoranti per un piatto di spaghetti o poco più.

Francesco. Lo sono. Sono un professore siciliano… Sono in viaggio di piacere con la mia famiglia. Questa città mi attrae sempre. E, come vedi, mi sto nutrendo di quest’umile focaccia sotto il fuoco di Roma.

Bruno. Ah! Il fuoco di Roma! Ne so io qualcosa, che in questa piazza arsi con il mio infinito. Infinito! Filosofo, matematico… Dissero che volevo distruggere la religione con la ragione, e che con la matematica volevo creare gli infiniti mondi. No, io ho usato la fantasia e l’immaginazione. Per creare l’infinito occorre la poesia, non la matematica o la fisica. In realtà, io fui un poeta.

Francesco. Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scelerato frate domenichino da Nola, di che si scrisse con le passate: heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità. È l’Avviso con cui a Roma il 19 febbraio 1600 viene data notizia della tua morte. Parliamo un po’ di questa morte, poeta.

Bruno. Queste parole sono ormai per me un lontano arcano, doctor. Proprio per questo, visto che cominci a essermi simpatico, con sovrano distacco te ne parlo. Io, eretico impenitente, pertinace, ostinato, come disse Clemente VIII, dopo un lungo processo, fui consegnato al braccio secolare, e qui in Campo de’ Fiori, giovedì 17 febbraio 1600, fui condotto “con la bocca in giova”, con una mordacchia che mi impediva di parlare. Fui spogliato nudo e legato a un palo, un frate mi tese un crocifisso ma io girai la testa da un’altra parte.  Poi, qui, dove guardo crucciato la Chiesa in errore, venne appiccato il fuoco ed io venni sul rogo bruciato vivo. Le fiamme mi divorarono lentamente, dopo aver proclamato la mia fede in Dio.

Francesco. Dissero che sapevi sperimentare una forma di atarassia, di distacco dall’anima.

Bruno. Fu quello che mi salvò dall’estrema sofferenza, dal dolore della carne sul rogo. La contrazione dell’anima, il distacco yogico. Le sperimentai fin dalla più tenera età, tecniche interiori di estraniazione, che oggi direste orientali, buddiste, induiste. Così mi salvai nel tragico supplizio. Ma non rinnegai le mie idee, rifiutai di ammettere che la Terra fosse il centro dell’universo.

Francesco. La Terra non più il centro dell’universo. Anzi: non esiste più un centro dell’universo. Il Sole una stella come tante altre infinite stelle che popolano un universo infinito. L’infinità dei mondi: un pensiero moderno. Geniale. L’universo è infinito, ed esistono innumerevoli stelle e pianeti, e galassie, e infiniti mondi. Come giungesti a tanto?

Bruno. Avevo sognato un tempo, uno di quei tempi lontani già sognati che bisognava solo sognare. Sì, giunsi a tanto perché io ebbi fantasia, magister. Copernico fu un matematico, e matematici e scienziati furono Galileo e Keplero, che vollero descrivere matematicamente la natura. Keplero cercò per tutta la vita modelli geometrici del sistema solare, solo così poté formulare le leggi che portano il suo nome e descrivono le orbite dei pianeti. Forse nemmeno Copernico comprese che, mettendo il Sole al centro dell’universo, aveva distrutto ogni argomento a favore di un universo finito. Però ti ripeto, amico mio, che l’universo si può comprendere solo con un sogno, con un atto d’amore e di poesia.

Francesco. Hai preso le stelle fisse, hai preso il Sole e la Terra, e le hai sparpagliate nello spazio immenso, sterminato, senza confini.

Bruno. Che dovevo fare? Io avevo il coraggio, io avevo il furore, sehr geehrter Herr Professor. Dovevo completare l’opera di Copernico, aprire il tempo della modernità. Le stelle non potevano muoversi tutte intorno alla Terra con la medesima velocità, in un solo giorno. Le stelle fisse! La sfera delle stelle fisse! Non aveva più senso. Una sfera solida di stelle fisse che ruota intorno alla Terra e poi il vuoto, lo spazio vuoto, oltre il quale non c’è nulla! No, nel mondo di Copernico non c’era più posto per le stelle fisse. La loro rotazione intorno alla Terra era un effetto ottico, perciò esse potevano trovarsi lontanissimo, in una distanza smisurata e infinita.

Francesco. La sfera delle stelle fisse non era più una necessità. Il confine estremo dell’universo poteva essere rimosso.

Bruno. L’universo con le sue stelle fisse era troppo smisurato per girare con velocità enormemente grande intorno alla Terra. Dal movimento di rotazione della Terra intorno al proprio asse intuii che essa era schiacciata ai poli e che nessun corpo celeste gira solamente intorno al proprio immaginario asse.

Francesco. Copernico non fece questo passo, anche se comprese che l’universo gli era sfuggito di mano. Gli obiettarono che, se la Terra gira intorno al Sole, la posizione apparente della sfera delle stelle fisse deve variare periodicamente, perché le stelle vengono viste dalla Terra sotto un diverso angolo, e lui non seppe confutare l’obiezione in modo razionale.

Bruno. Copernico era un matematico, caro professore, io ero un poeta. La ragione al servizio della poesia e della filosofia. Il potere sterminato della ragione governato dalla poesia. Copernico doveva confutare da poeta quella obiezione e tutto il resto.

Francesco. Insomma, bisognava andare oltre, la rivoluzione totale. Copernico si era fermato a metà. Ma morì presto, non dimentichiamolo.

Bruno. Copernico morì in tempo, così nessuno poté rompergli i coglioni. Oh, scusa, figliolo: dev’essere il fuoco di questa giornata.

Francesco. Di nulla, maestro. Copernico, comunque, era un prete, e non era nemmeno pericoloso. La sua teoria fu utilizzata dalla Chiesa per gli esiti scientifici, per fare delle tabelle astronomiche più precise. La teoria copernicana veniva considerata un metodo di calcolo. Buono, per il nuovo calendario di Gregorio XIII. Ma poi arrivasti tu, un filosofo. Anzi, un poeta. E Copernico fu condannato.

Bruno. Copernico presentò la sua verità come un gioco, magister.  Disse che le sue teorie non erano vere né verosimili ma erano finzioni matematiche utili solo per fare i calcoli. I calcoli! Era l’antico che veniva distrutto.

Francesco. Hanno detto, tuttavia, che tu hai accolto con entusiasmo le scoperte di Copernico perché esse avevano un profondo significato religioso e magico. Che la tua visione del mondo era magica, astrologica, e contemplava una eliolatria animista di tipo egizio.

Bruno. La propaganda cattolica, amico mio. Il fatto è che il mio era il primo sistema filosofico a porsi consapevolmente oltre l’orizzonte del pensiero cristiano che per mille e cinquecento anni aveva dominato l’Occidente.

Francesco. Copernico, come dici tu, è un matematico. La tua concezione è simile all’insegnamento arabo e aristotelico del movimento delle sfere celesti dovuto a delle anime. Più antica di quella che aveva proposto secoli prima la scuola francescana di Oxford con Giovanni Buridano, che sosteneva che il movimento era dovuto a un impetus iniziale.

Bruno. Non c’è nulla di aristotelico nel mio pensiero.

Francesco. I pianeti sono esseri animati in libero movimento nello spazio. Dio è in tutte le cose. Questa è una concezione vitalistica, magica. Credevano la stessa cosa gli egizi. I tuoi pianeti e astri non si muovono secondo le leggi fisiche. Le stelle e i pianeti sono esseri animati e divini, capaci di agire sull’arbitrio umano. È questa una cosa scientifica, moderna? La teoria di Copernico ti piaceva perché così potevi vedere nella Terra che si muove un principio vitale, un’ “anima propria” mossa da una vita divina, in perfetta coerenza con le dottrine astrologiche. Forse non sei stato uno scienziato moderno.

Bruno. Non provocare, figliolo. L’ho già detto: io non fui uno scienziato, io fui un poeta. E i poeti sono moderni e antichi perché antica è l’immaginazione. Io fui un poeta, io non badavo alle coincidenze. Dissi negli Eroici furori che solo con la poesia d’amore si può comprendere l’universo infinito. Il furore eroico tende alla conquista della verità, è l’amore, la forza esaltante. L’amore eroico è un tormento. Ma solo con la poesia e l’amore, con il furor, si può attingere alla divinità e ci si può immergere totalmente nell’unità infinita del Tutto.

Francesco. Dunque il furor è la poesia. E la poesia deve avere libertà totale. Aderire allo spirito naturale.

Bruno. Sì. La poesia non deve avere nessuna regola. Sono le regole che derivano dalla poesia.  Deve liberarsi di ogni forma di imitazione. Avere coscienza di tutte le sue infinite forme. Il furore eroico comunque è un impeto razionale, che certo non può mai realizzare completamente l’unione con Dio, è comunque la più alta esperienza conoscitiva concessa all’uomo. Beato Copernico: morì presto, così non ebbe di questi pensieri.

Francesco. Li ebbe Galilei. Che fa Galilei? Scopre, attonito, che la Luna ha montagne e pianure e valli, che Venere ha fasi simili a quelle lunari, che Giove ha quattro satelliti, che Saturno presenta bizzarre anomalie, erano gli anelli, che il Sole ruota su se stesso, e che le costellazioni e la Via Lattea sono composte di innumerevoli stelle.

Bruno. Ma lui teme Bellarmino, tace, baratta il suo onore con la vita, abiura, non ha il coraggio. Non ha la mia forza morale. Non ha il mio destino.

Francesco. Non lo ebbe nemmeno Copernico.

Bruno. Quello che sostenevo io, l’infinità dell’universo e la pluralità dei mondi, era una conseguenza della sua teoria, magister. L’abitudine e la fede cieca negli insegnamenti che abbiamo ricevuto portano all’errore, non alla conoscenza. Ebbi un’intuizione poetica: un universo democratico.

Francesco. Eh sì. …han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii de le regioni, di confondere quel che la provida natura divise, per il commerzio radoppiar i difetti, e gionger vizii a vizii de l’una e l’altra generazione, con violenza propagar nove follie e piantar l’inaudite pazzie ove non sono, conchiudendosi alfin più saggio quel ch’è più forte; mostrar novi studi, instrumenti ed arte de tirannizar e sassinar l’un l’altro; per mercé de’ quai gesti tempo verrà, che, avendone quelli a sue male spese imparato, per forza de la vicissitudine de le cose, sapranno e potranno renderci simili e peggior frutti de sì perniciose invenzioni. Lo hai detto nella Cena de le Ceneri. Sì, il tuo universo e il tuo pensiero erano democratici, si influenzavano a vicenda.

Bruno. L’universo era diventato troppo grande. Un simile universo doveva essere anche democratico, sì. Tollerante. Che senso aveva, che senso ha la violenza degli uomini sulla Terra? Che senso hanno i soprusi, le guerre, i rancori, le persecuzioni?

Francesco. In un universo infinito, dobbiamo prendere coscienza della nostra piccolezza, dell’insignificanza del nostro ruolo. L’universo non è stato creato per l’uomo. Intorno all’uomo. Tutto questo porta all’uguaglianza, alla condivisione della nostra miseria, al rispetto delle idee e delle religioni altrui. Un vero democratico, maestro. Tutte le cose hanno un’anima, tu dici, la Terra, gli astri, le cose piccole e le cose grandi. Tutti gli animali.

Bruno. Tutte le cose partecipano della vita, dear professor. Perché la Terra doveva avere il privilegio? Lo spazio copernicano sferico era democratico, privo di luoghi privilegiati: tutti i punti erano uguali. Perché doveva esistere un centro? Perché l’universo doveva essere finito? Il Sole poteva stare dappertutto, non necessariamente al centro. Solo l’infinito è democratico. Solo in un universo infinito ogni punto può essere considerato il centro dell’universo. La Terra è un minuscolo, insignificante, pianeta come tanti altri, un granello di polvere trasportato dal vento siderale, come miliardi di altri infiniti mondi. Forse abitati come la Terra. Il Sole si può trovare in ogni luogo, come miliardi di altre stelle. Nel mio universo, tutte le stelle, tutti gli infiniti pianeti hanno lo stesso diritto di considerarsi al centro del cosmo, e tutti i loro abitanti hanno gli stessi diritti e gli stessi privilegi.

Francesco. Rifiuto di ogni punto di vista assoluto, di ogni fondamentalismo, di ogni gerarchia. Pluralismo, tolleranza. Tutte le religioni, tutte le culture o filosofie, tutte le lingue hanno pari dignità. Solo così si comprende l’altro. Un pidocchio e un astro sfolgorante hanno pari dignità. Tolleranza, contro il razzismi e i nazionalismi. Eppure, la democrazia è eresia, Giordano. In questo pianeta insignificante può essere stata rivelata la vera parola di Dio? Gli abitanti della Terra non hanno più diritto di considerarsi i detentori della vera religione. Perché Dio dovrebbe concedere alla Terra di conoscere la sua vera natura?

Bruno. Bisogna essere sempre eretici, amico mio, sempre contro l’autorità. Contro il principio d’autorità. La ragione non ammette padroni. Il principio d’autorità è stato responsabile delle peggiori nefandezze della storia.

Francesco. Sì, spesso è stato così, maestro.

Bruno. Bisogna difendere sempre la verità, mon ami, anche a costo della vita. Non bisogna rinnegare le proprie idee, non bisogna fare come Galileo. È necessario affrontare il martirio, se serve. La nobiltà dell’uomo, la sua dignità, dipende dall’azione. Il premio dell’azione è in ciò che l’azione dà per se stessa.

Francesco. In fondo, maestro, tu eri un uomo del Rinascimento. Antico e moderno, cuore e ragione.

Bruno. Sì. Contemplazione e azione, pensiero e azione. In realtà, io ho veramente messo l’uomo al centro dell’universo. Io ho dato all’uomo un destino. Io l’ho restituito a se stesso. Ho rimesso l’uomo al centro del mondo morale.

Francesco. Ti interessava l’uomo.

Bruno. Io non volevo far progredire la scienza o la filosofia, ma l’uomo. In Occidente, come tu vedi, la vita umana è più sana e più lunga grazie alla scienza e alla medicina, ma l’uomo non ha pace né felicità.  Se questa scienza, che sta portando tanti vantaggi, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo.

Francesco. Il progresso tecnico non è la felicità.

Bruno. L’uomo oggi è solo, doctor,  crede di essere più felice davanti a un computer che davanti a un orizzonte o a un prato, a un mare cobalto, a un cielo sereno. Il cosiddetto progresso scientifico ha sradicato l’uomo dalla natura. Io già avvertivo tutto questo, volevo restituire l’uomo alla natura infinita, allontanandolo dall’avidità, dalla brama, dal potere del sangue, dall’arroganza dei preti.

Francesco. Sapevi che avresti sconvolto le Scritture.

Bruno. Se Dio è infinito, l’universo non può che essere infinito, querido profesor. Dio è l’infinito assoluto, il mondo è un infinito fatto di parti finite, disperso nello spazio e nel tempo, ma sempre ombra e vestigio di Dio. Lo vedevo: di fronte a questo universo infinito, la mente di Bellarmino e dei teologi inquisitori era smarrita. Per loro l’universo doveva restare un carcere. Sì, Bellarmino percepì che io, con la mia visione dell’infinito aperta ad una pluralità di mondi, avevo aperto un’epoca nuova per lo sviluppo del pensiero moderno. Viveva nel terrore.  Confidò a Galilei che, se le sue osservazioni sperimentali a sostegno della visione eliocentrica si fossero rivelate scientificamente certe, si sarebbero dovute rivedere le Scritture. Quello che, infatti, dopo è avvenuto.

Francesco. Tutto questo con un sogno, maestro.

Bruno. Sì. Io ho creato l’universo con un sogno. Che cos’è l’universo? È uno spazio sconfinato, un cielo blu in cui sfavillano soli folgoranti e pianeti che vi girano attorno, stelle innumerevoli nello spazio infinito, pianeti e terre ed astri e globi che volteggiano in mille giri eleganti su se stessi, corpi leggeri o pesanti che si attraggono come in amore, e danzano e si spostano di qua e di là in fra gli spazi secondo le leggi dell’armonia, della leggerezza e della gravità. Io ho sognato il mondo reale, mi amigo. Nessuna legge matematica può descrivere e comprendere l’universo. Solo nei sogni esiste la realtà. Nei miei sogni ho visto come si dipanava la vera costituzione del cosmo.

Francesco. Era un sogno antico, Giordano. Risaliva ad Aristarco di Samo. È un pensiero moderno. Solo nel 1918 Shapley scoprì che il sistema solare non sta al centro della Via Lattea, ma alla sua periferia, e nel 1952 Baade scoprì che la Via Lattea è una piccola galassia a spirale in caduta verso l’ammasso della Vergine, e che non c’è nessuna galassia che sta al centro dell’universo ma tutte si allontanano dalle altre e si perdono nei baratri del cosmo.

Bruno. Vedo che anche tu sei un poeta, siciliano. Mi piaci così, non quando provochi. Ormai è certo che esistono civiltà extraterrestri simili a quella dell’uomo se non superiori. Come è certo che insignificante non è solo questo pianeta, questo sistema solare o questa galassia, ma l’intero universo che noi vediamo.

Francesco. Dicono che sia appena il dieci per cento dell’universo reale.

Bruno. Viviamo in universo sconosciuto, Franciscus, in balia delle arcane forze siderali. Stelle in agonia, galassie randage, buchi neri sono in agguato per divorare la Terra, il nostro spazio storico. Questo universo in cui viviamo è come una rada goccia di rugiada destinata a dissolversi, oh, piccola lacrima dopo un sogno fugace della notte, alla prima aria del mattino.

Francesco. Che poesia! Un sogno fugace della notte. Solo così potevi creare l’universo infinito: con la poesia.

Bruno. L’immaginazione è sempre originale, bizzarra, oscura, cher professeur. Solo in un sogno stravagante potevano esistere l’infinità dei mondi, l’immortalità del cosmo e la trasmigrazione delle anime. Ma bisogna cercare sempre il sogno, solo i sogni portano alla luce

Francesco. Con lo slancio di un sogno, tu hai anticipato la teoria della relatività di Einstein, forse l’hai superata, intuendo l’organicità delle leggi naturali. Hai intuito le tre leggi di Keplero, la forma ellittica dell’orbita dei pianeti, e il rapporto inversamente proporzionale della loro velocità con la distanza dal Sole. Tu sei il genio che anticipa e fonda il tempo, maestro. Galilei scopiazzò molte tue idee, ma forse non ti nominò perché non aveva la tua forza morale. Gassendi, Descartes, Spinoza e Leibniz hanno costruito i loro sistemi guardando alle tue opere. Con la concezione dell’anima del mondo che dà vita e sostiene tutte le cose create, hai anticipato la metafisica di Schopenhauer. Hai anticipato Budda. Gli animali sono intelligenti e sono uguali agli uomini, i poveri che lavorano e soffrono sono i migliori.

Bruno. Oh, Francesco! Io non ho anticipato nessuno: io sono stato l’uomo. L’uomo moderno, l’uomo nuovo. Io ho capito ciò che serviva per comprendere l’universo e giungere alla verità. Quello che dicevo io lo aveva detto anche San Francesco. Era il Cristianesimo a essere sbagliato, allora. Cupo, violento, bellicoso.

Francesco. L’uomo! Oh, l’uomo del Medioevo! Che vedute puerili! L’antropomorfismo, il geocentrismo. Tu hai scrollato il Medioevo dai suoi cardini, Tu hai eliminato il servaggio, la superstizione. La visione primitiva del mondo. Eravamo in una casa angusta, ci siamo avvicinati a Dio. L’uomo che supera tutti i limiti, tutti i confini. Oh, eroicità dello slancio! Tu hai avvicinato l’uomo alla natura.

Bruno. Oh, divina natura! Immensa, inesauribile, infinita! Le infinite forme, gli infiniti, cangianti aspetti dell’essere!

Francesco. L’uomo ritorna alla madre antica, al furore e alla pace del magma universale che tutto distrugge e tutto crea! Gli abissi dello spazio senza confini, i mondi infiniti, e, dentro l’arcano, Dio. Tu hai liberato l’uomo, hai liberato la mente, hai indicato la via per la conquista della virtù e della verità, hai preparato il tempo del Divino.

Bruno. Il Cristianesimo aveva allontanato l’uomo dalla Natura, Dio dalla natura. La natura era diventata il luogo degli spiriti malvagi, dei demòni. Asilo del male. L’uomo e Dio, invece, sono dentro l’universo. In ogni parte dell’universo c’è vita, in ogni parte dell’universo c’è Dio. Tutte le cose hanno un’anima, tutte le cose hanno dignità, doctor. Tutte le cose possono migliorarsi e perfezionarsi da sé.  In ogni individuo sono già contenute la specie, la nazione, l’umanità. Tutto ciò che sembra contrario è unità. Non c’è guerra tra il cielo e la terra, non c’è guerra tra forma e materia, tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra senso e intelletto. Dio è dentro la natura. È questa un’eresia? Sì, per la Chiesa è un’eresia, ma niente è più bello di questa eresia.

Francesco. è  panteismo, è un’eresia, maestro. È un pensiero romantico, Dio, la natura, l’uomo. Mi sembri Hölderlin. È un pensiero bello. Moderno. Il Buddismo. L’Induismo. Ma non è Cristianesimo, Giordano. È eresia. Allora era un’eresia.

Bruno. Io fui eretico, è vero, ma non meritavo il rogo. Io credetti davvero che fui in corpo umano, e di bestia, e di pianta e di fiore, cosa che indusse Giovanni Mocenigo – che voleva carpirmi i segreti della magia – a denunciarmi all’Inquisizione. Ma non meritavo il rogo. Anche se lo spensi con l’atarassia.

Francesco. Tu eri un eretico, Giordano. Il più inquietante pensatore dell’umanità. Forse i tuoi pensieri erano stati detti da altri, ma mai tutti insieme e nello stesso tempo. Nel tempo che precede la modernità. Credevi nella metempsicosi, nella trasmigrazione, nella reincarnazione dell’anima. Nella potenza della magia. Il pantesimo. Non poteva finire diversamente, maestro: il rogo.

Bruno. Sì, io sono Giordano Bruno, l’eresia. Ma sono anche il furore, l’estasi, il sogno dell’infinito. L’uomo, che cos’è l’uomo? L’uomo è la vita che deve comprendere la natura di questo mondo pazzo, sensuale, cieco e fantastico, l’uomo deve contemplare questo mondo per purificarsi. Una luce illumina tutte le cose dell’universo, una sola luce vivifica il tutto e discende dalle cose superiori alle inferiori e poi risale dalle inferiori alle superiori, e pervade forme e sostanze, corpi e simulacri dell’universo. Le cose sono annunciate dalle idee e le idee sono confermate dalle cose. L’uomo può cogliere il segreto di questa luce, mein Freund, di questa circolazione delle idee e delle cose, della catena di tutte le esperienze, solo se è animato dal suo eroico furore.

Francesco. Forse è l’amore che pervade tutte le cose dell’universo.

Bruno. Sì, Francesco. Ma per raggiungere questo amore è necessario il distacco. “Lasciami vita corporale, e non m’impacciar ch’io rimonti al mio più natio albergo, al mio Sole. Perseguiamo quella contemplazione che non è futile né vana, ma profondissima e la più degna dell’uomo perfetto, quando cerchiamo lo splendore, l’effusione e la partecipazione della divinità e della natura… Allora l’uomo verrà detto un grande miracolo da Trismegisto: l’uomo che si trasforma in Dio, quasi fosse egli stesso Dio, che cerca di divenire ogni cosa come Dio è ogni cosa; tende verso un oggetto senza limite… come infinito è Dio, immenso, ovunque tutto”.

Francesco. Fu questo amore che ti portò sul rogo, o filosofo eccelso. Un amore totale che non ammette mediazione, non ammette la Chiesa. I padri dell’Inquisizione non potevano capire. “Da soggetto più vil dovegno un Dio. Mi cangio in Dio da cosa inferiore”. Sì, riconosci che l’anima umana è immortale. Ma sostieni anche che la Terra è dotata di un’anima, le stelle hanno natura angelica, l’anima non è forma del corpo. Lasciamo perdere l’antico e il moderno. Ma questa è un’eresia, maestro.

Bruno. Sì, mi amigo. Lo ammetto: per la Chiesa era, ed è, un’eresia.

Francesco. In quel tempo, l’eresia era equiparata alla lesa maestà, il diritto canonico e il diritto civile erano chiari. Il cammino del tuo pensiero, maestro, ti ha condotto a scelte intellettuali che si sono rivelate, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana. Tu sapevi a che cosa andavi incontro. Sei stato un superbo. Sulla tomba di Bellarmino è scritto: la mia spada ha sottomesso gli spiriti superbi. Forse avrebbe dovuto aggiungere: tranne Giordano Bruno. In fondo, nel fuoco o nella storia, hai vinto tu.

Bruno. Lascia perdere, amico mio, non fu una guerra tra due superbi, ma fra due epoche. Mandandomi al rogo, Bellarmino sapeva di avere perduto, ma anche lui doveva compiere il suo destino.

Francesco. Anche accusandoti di essere un mago.

Bruno. Io non ero un mago. Come si intende oggi la parola. E lui lo sapeva.

Francesco. I documenti, invece, dicono che tu praticavi la magia e che questo di dava un senso di onnipotenza intellettuale. Consideravi tutti porci, pedanti, asini, barbari, ignobili. Amavi raccontare di essere stato aggredito dagli spiriti.

Bruno. Ero uno spirito giocherellone, amavo divertirmi: avevo intorno un mondo di cretini.

Francesco. Ah, sì? Però hai scritto che quelli che hanno “viso, volto, voci, gesti, affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini, asinini, aquilini… sono stati o sono per essere porci, cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano!” è questa la metempsicosi?

Bruno. Bisogna leggere dentro le parole. Il mio era un liguaggio immaginifico, poetico.

Francesco. Lapilli e gemme, possono  “alterar il spirito ed ingenerar novi affetti e passioni ne l’anima, non solo nel corpo”. I negromanti possono trarre effetti straordinari dalle ossa dei morti. Questa che cos’è, se non magia? Affermavi anche   di essere dotato di ali e di poter nutrire disprezzo per il dolore e per la morte: hai già detto che in punto di morte ti sei allontanato dalle sensazioni fino al punto di non avvertire più il dolore corporale.

Bruno. Questa era una tecnica. Le altre sono affermazioni che, estrapolate dal loro contesto, acquistano altro senso.

Francesco. Perché vai a Praga? L’imperatore Rodolfo II è uno strano tipo, bizzarro, preda di allucinazioni e di crisi depressive. Sta facendo di Praga una centrale di maghi, alchimisti ed occultisti provenienti da tutta Europa. Ci vai per il potere, per farti alleanze potenti con le tue arti magiche?

Bruno. Fantasticherie recenti della propaganda cattolica. Che fa, torni a provocare, figliolo?

Francesco. No. Comunque, è difficile allontanare l’idea che tu sia stato un uomo legato alla sapienza antica e alla magia, a un sapere segreto e riservato a pochi, un sapere intriso di demoni e di fantasmi. Nel De Magia tu  sostieni come un assioma che “nella scala della natura, Dio influisce sugli dèi, gli dèi sugli astri o corpi celesti che sono divinità corporee, gli astri sui demoni che abitano gli astri, i demoni sugli elementi, gli elementi sui corpi misti o composti, i corpi misti sui sensi, i sensi sull’anima”.

Bruno. Ascolta, figlio mio.  Era un tempo in cui la ragione penetrava dentro la magia e faticava ad uscirne, era un tempo di inferno in cui magia, astrologia, chimica, ottica, meccanica, medicina, ingegneria di macchine, scritture segrete, ricette di cucina, formule per creare veleni, profumi o saponi, sostanze afrodisiache, utili al sesso e alla vita sessuale, stavano insieme con riflessioni teologiche e riferimenti a filosofi greci e profeti biblici, a maestri medievali e filosofi greci, in una mescolanza bestiale. Io come un uomo-mago cercavo di governare e di padroneggiare questa natura aberrante per risolvere problemi essenziali dell’esistenza, per ricavarne un destino. Anche per questo sono finito sul rogo, non dimenticarlo.

Francesco. Dunque tu ammetti di avere praticato l’arte  della magia.

Bruno. Non essendoci nell’universo una parte più importante dell’altra, l’uomo non ha il primato di possedere e dominare il mondo. La magia allora era scoperta dei vincoli con cui tutte le cose si incatenano, scoperta che non può dare la scienza matematica che fa parte di un progetto dell’uomo, né la religione, che subordina l’uomo a Dio e lo considera dominatore di tutte le cose. L’uomo non è al centro dell’universo, né può disporne o dominarlo. Questo era per me la magia, non un’arte magica, ma partecipazione dal di dentro alle potenzialità sterminate della natura.

Francesco. Insomma, una cosa ispirata al principio dell’amore universale.

Bruno. Forse io non fui un eroe puro, uno scienziato, ciciliano, ma avevo un sogno, cambiare, rovesciare il mondo, e per realizzare questo non utilizzai mai l’intrigo e la magia. Ero il più grande sapiente del mondo ma scappavo di città in città perché non mi capivano.

Francesco. Eri a cavallo di due epoche.

Bruno. Io non sono stato l’epigono di un’epoca al tramonto ma l’annunciatore di una nuova era. Le mie radici erano rinascimentali, ma il Rinascimento si caricava in me di una componente apocalittica. Io volevo una palingenesi, un rinnovamento del mondo, credevo che i tempi fossero vicini, io volevo guidare questo movimento, ma per raggiungere questo non mi servivo della magia.

Francesco. Tu, una mente sterminata, profonda, impressionante. L’uomo tormentato, geniale, che annuncia i tempi. Tu, una delle più straordinarie presenze nella cultura europea. Il ribelle, il rivoluzionario, il mistico. L’intellettuale immenso, il poeta e il filosofo, lo scrittore facondo. Tu che ti definivi stupore del genere umano. Il tuo pensiero non era affatto coerente, è stato il rogo a darti la gloria. Non si può sostenere in nome della ragione l’assurdità della fede e poi praticare la magia e l’arte della memoria. La Chiesa si avviava a imparare la lingua degli uomini per potere parlare la lingua di Dio. Forse, maestro, il Cattolicesimo non è nemico della libertà, forse il Cattolicesimo vuole che la libertà sia ancorata alla verità.

Bruno. My friend, nulla si deve frapporre fra l’uomo e la conoscenza, solo così si conquista la verità. E la libertà. Bisogna ricercare la conoscenza al di là di ogni logica di mercato. Si deve studiare per capire il mondo, non per accumulare ricchezza e potere. La vita non va separata dalla filosofia, non ci deve essere scissione tra sapere e vita. Quella che tu chiami magia allora faceva parte della vita e della conoscenza.

Francesco. Tu eri allora, maestro, un paladino della libertà, del libero pensiero, della ragione. Ma tu eri anche un anarchico perfetto. Questa è la verità. La Chiesa aveva le sue ragioni: non poteva accettare un’idea negatrice di ogni divinità e di ogni religione, del tutto estranea all’essenza stessa del Cristianesimo. La Chiesa doveva difendersi. E il rogo era uno dei suoi legittimi strumenti. Roberto Bellarmino, il futuro Santo e Dottore della Chiesa, non era solo un gesuita, un cardinale, era anche un grande teologo, uno scrittore, uno degli uomini più colti e intelligenti della Chiesa di quel tempo. La Chiesa poteva tollerare l’uomo, ma non le sue idee. Forse furono più moderni di te i frati che ti condannarono, perché tu rappresentavi ancora la mistione di magia e di natura del Rinascimento e loro appartenevano ormai a un pensiero razionale e geometrico.

Bruno. Amico mio, siamo ombre. Tutta la vita dell’uomo è nell’ombra. Noi vediamo solo ombre. Per questo, dobbiamo cercare sempre la luce. Ma dobbiamo partire dalle ombre per risalire alla luce, svelare – anche con l’aiuto di quella che tu chiami magia –  i misteri della natura per giungere alla conoscenza delle idee. Le ombre, pur non essendo la verità, derivano dalla verità, e conducono alla verità. Nelle ombre non è l’errore, ma il nascondiglio del vero. Niente è contrario all’ombra, e precisamente né la tenebra, né la luce.

Francesco. è un pensiero coerente, maestro. Ma la Chiesa, con tutti i suoi errori, aveva un suo percorso morale. Si lasciava dietro lo spirito veterotestamentario e apocalittico, per riconquistare faticosamente i valori francescani e lo spirito evangelico dopo la lacerazione della Riforma. Questa nuova visione astronomica dell’universo, la tua infinità dei mondi, erano un accidente della storia. Tu ci aggiungevi il panteismo magico, una visione antidogmatica della fede, inconciliabili col Cattolicesimo del tempo. Ci aggiungevile tante pagine oscure della tua vita: andavi incontro a un destino di condanna che non si poteva evitare.

Bruno. Quali pagine oscure?

Francesco. Chi ti dava il denaro per viaggiare, affittare appartamenti, mangiare? Tenere al tuo servizio, regolarmente, segretari diversi, pubblicare opere voluminose, vivere per lunghi periodi senza alcun lavoro fisso? Certo non i libri. Forse facevi l’informatore segreto.

Bruno. Io ho conosciuto re e ambasciatori, gli uomini più importanti d’Europa. Ho avuto donazioni, sono stato un maestro riverito e pagato.

Francesco. Sei stato anche una spia di Enrico III di Valois presso l’ambasciatore francese a Londra, Michel de Castelnau. Il re ti aveva inviato in Inghilterra per convincere la regina Elisabetta ad aderire alla tua religiosità magica ed egiziana. Obiettivo: smorzare la contrapposizione fra cattolici e anglicani con una nuova forma di religione pacifica – con i tratti esteriori del cattolicesimo – in funzione antispagnola. Collaboravi con i servizi segreti inglesi di sir Francis Walsingham per sventare i progetti dei cattolici inglesi, contro Elisabetta. Così tradivi l’ambasciatore e tradivi la fiducia dei fedeli che si confessavano da te. A tanto giunse il tuo odio per il papato e la Chiesa cattolica!

Bruno. Figliolo, devi avere letto tanti libri inutili. Frutto di puerili e disoneste elucubrazioni mentali dei clericali.

Francesco. Tu rientri in Italia perché avevi sviluppato tecniche magiche per potere soggiogare le persone. Vuoi recarti a Roma e assoggettare il Papa, e spingerlo a riformare il cattolicesimo in senso magico-egiziano, una riforma religiosa e politica universale. Sei convinto di  poter dominare le forze demoniche presenti nella natura e soggiogare gli uomini con formule magiche non percepibili dagli incantati. È il delirio, la follia. Hai avuto rapporti con il movimento esoterico dei Rosacroce e con i seguaci di Paracelso per la dottrina del macrocosmo e del microcosmo. Forse la massoneria si era impadronita di te.

Bruno. Non provocare, figliolo. Il sole di Roma ti ha dato alla testa. Da dove hai preso queste dicerie balzane? Ne hanno scritte e dette di cotte e di crude su di me.

Francesco. Già. Hanno detto anche che sei stato un plagiario, che facevi il doppio gioco coi cattolici e coi protestanti in Francia, che volevi carpire l’invenzione del compasso differenziale, che le tue dispute teologiche finivano in rissa, che prima hai disprezzato Lutero, che i luterani dovevano essere “sterminati ed eliminati dalla faccia della terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi”, così hai detto nello Spaccio, e che poi, a Wittenmberg, li hai elogiato.  Hai abiurato e rinnegato spesso le tue opere

Bruno. Sui luterani ho sbagliato in buona fede. E sulla verità, ebbi tremori. Il resto sono solo fandonie. Figliolo, mi hanno già fatto un processo poderoso e mi hanno messo al rogo.  Non fare l’inquisitore. Fui un uomo, con tutte le sue debolezze, solo questo posso dirti. Fin quando non compresi il mio destino.

Francesco. Che cos’era l’arte della memoria? Era anch’essa una magia?

Bruno. L’arte della memoria era una tecnica, non una magia. Era tenuta in gran conto nell’Ordine domenicano. Era una tecnica che consisteva nel trasformare le parole in immagini. Era un metodo che privilegiava il togliere, la verticalità, l’approfondimento. Una cosa complessa. Rimandiamo la discussione a un altro giorno, magari alla frescura della sera.

Francesco. Una cultura sterminata, un’enciclopedia universale della cultura classica, medioevale e rinascimentale, letture vastissime di classici greci e latini, umanisti. Tutto questo è stato possibile col metodo della mnemotecnica?

Bruno. Sì. Ma era un metodo che aveva solo una dimensione qualitativa. Favoriva anche la capacità dialettica, che in me fu rara e sofisticata, l’abitudine alla sottigliezza, alla distinzione, alla precisione nelle definizioni, all’arte confutatoria e dimostrativa, al rigore logico e all’eleganza espressiva.

Francesco. Forse anche da questo ha origine il tuo atteggiamento arrogante, blasfemo, irridente, superbo.

Bruno. Sì, fui impudente e irriverente, Franciscus, questo mi sento di dirtelo, ma non ebbi al tempo la fama di Galilei, né i suoi agi. Io venivo da uno spazio squallido di cortili popolato da vermi e bacarozzi, di case umide e buie, povere, io venivo da campagne generose di vini gustosi e profumati ma anche di banditi paurosi, di fanciulle caste e di miserabili puttane. Conobbi a Napoli gli immigrati cenciosi della mia terra e dell’intero Regno, delinquenti e accattoni che vivevano di elemosine, di ruberie e di espedienti, poveracci e miserabili senza arte né parte, emarginati e mendicanti che vivevano sotto i portici delle chiese o nei cortili dei palazzi nobiliari, e vi conducevano un’esistenza merdosa e senza senso. Come potevo essere tomista e aristotelico in tanto itinerario di pena? Sì, il mio fu un altro pensiero rispetto a quello cristiano, ma era la vita – non solo la mia cultura vasta e profonda – a essere tormentata e non cristiana.

Francesco. Sì, tu venivi dalla vita, e nella vita quasi sempre è la verità. Ma non credevi nella Trinità, nell’incarnazione, nell’eucarestia e in tutta la vita sacramentale. Gli infiniti mondi, poi,  la metempsicosi, l’anima della Terra e tutto il resto. Il processo, dunque, fu legittimo. Legittimo il rogo, l’assassinio. Anche la tortura, anche lo squartamento, e l’esposizione delle membra squartate erano legittime. Tutto questo tu lo sapevi, no?

Bruno. Sì, lo sapevo, inquisitore. Veniva applicata la legge vigente, ma non l’etica cristiana. Forse non c’era volontà assassina in quelli che mi condannarono, ma non c’era nemmeno arroganza o protervia nell’errore in me, perché io ero convinto di avere la verità. La Chiesa difendeva la posizione di una delle parti in causa, non di chi aveva la verità assoluta e definitiva.

Francesco. Hai avuto un processo regolare, maestro, non ci fu nulla di illegale. Avesti un processo lungo, accurato, severo. Di te si occuparono teologi superbi, menti poderose, non solo il Bellarmino, anche il cardinale Borghese, che diventò papa col nome di Paolo V. Era gente che preferiva salvare le anime, che non amava versare il sangue.

Francesco. La Chiesa non voleva la tua morte. Giordano Bruno era un filosofo conosciuto all’estero, era autorevole.

Bruno. Bellarmino vedeva oltre i secoli. Sapeva che il suo tempo era alla fine.

Francesco.  Se Giordano Bruno non abiura e muore le sue dottrine ne escono rafforzate, senza subire il colpo fatale di essere rinnegate dal suo autore. Per la Chiesa, mettere al rogo Bruno è una sconfitta. Essa viene accettata solo quando ogni altra soluzione non è più possibile.

Bruno. Invece, il prestigio della Chiesa sarebbe aumentato in tutta Europa nel vedere la sua autorità e il suo magistero riconosciuto da un intellettuale famoso e prestigioso alla moda. Mi piaci di più così, magister. Sì, fu un processo regolare. Fecero di tutto per non mandarmi al rogo.

Francesco. Infatti. In fondo, che cosa ti chiedevano, Giordano? Ti chiedevano solo una semplice cerimonia di abiura. Quante proroghe, quante tentate persuasoni! In tanti secoli, pochissimi rifiutarono questa soluzione: tra questi, tu. Litigioso, troppo pieno di te. Forse dicevi anche bestemmie. Risoluto, pertinace, impenitente, Bruno il Nolano.

Bruno. Io ero l’uomo nuovo, io preferivo sbagliare da solo. Ma alla fine non ho abiurato, perché ho capito quello che voleva il mio destino.

Francesco. Il destino! Ad ogni modo, avevi ragione tu: in fondo, la battaglia tra un tribunale ben regolato e possente e un piccolo frate turbolento e presuntuoso, dalle idee stravaganti, l’hai vinta tu. Tuttavia, in questo dialogo fra morti assenti e sordi, un piccolo frate che non abiurava le sue idee e non domandava perdono, un cardinale che difendeva il suo mondo, ancora si sente l’aura di San Roberto Bellarmino sepolto qui non lontano nella Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio a Roma, assente certo lui oggi, ma sempre incombente, come sanno esserlo solo i grandi morti. Bruno. Io ho vinto la mia battaglia, ma Bellarmino non ha perso la sua. Si sente ancora la sua aura a Roma. La Chiesa si è rinnovata, anche se attraverso il rogo. La religione non dice il falso, anche se è l’ombra della verità.

Francesco. Fu un processo lungo e regolare, durò otto anni e furono convocati molti testimoni, furono lette scrupolosamente tutte le opere, rispettate tutte le procedure. La Chiesa voleva una tua abiura, non voleva un martire. A un certo punto, accelerò. Perché?

Bruno. Forse ha accelerato perché temeva la repubblica comunista universale, dittatoriale, magica, di Campanella. L’Europa in quel tempo era infestata di falsi profeti, di anabattisti, di guerre di  religione, di apocalittici. Sembrava il Medioevo.

Francesco. Ti accusò anche il frate cappuccino Celestino da Verona, tuo compagno di carcere a Venezia, e aggraverà la tua posizione.

Bruno. Ma non alleggerirà la sua. Sarà arso vivo anche lui, nel 1599.

Francesco. La Chiesa. L’ombra della verità. Tu dici che Dio si può conoscere solo con la ragione, che è la forma più perfetta per conoscere il Divino, non con il misticismo. Il rapimento mistico è una forma inferiore di pervenire al Divino. La filosofia è il principe degli strumenti del conoscere, ma la religione – tu dici – non dice il falso, è l’ombra della verità: ma non è il contrario della verità. Eppure affermi anche di essere giunto alla verità con l’immaginazione.

Bruno. Mi amigo, è sempre così. Solo con l’immaginazione si può passare dall’ombra alla luce. Ma quello che conta nella vita non è la religione,  è l’educazione morale, è l’atto eroico teso alla liberazione dalla paura. Solo così saremo veramente uomini, e potremo far parte dell’infinito.

Francesco. L’infinito! Nessuno come te ha cercato questo infinito in giro per l’Europa. Quanti viaggi, Giordano! Perché tutti questi viaggi?

Bruno.  Oh, i viaggi! Giravo per l’Europa orgoglioso di annunciare lo straordinario avvento di un nuovo tempo, e invece, nelle più grandi corti e nelle migliori università di Marburgo e di Wittenberg, nella magica Praga di Rodolfo II, a Tubinga, a Francoforte, come a Ginevra e a  Londra, alla corte di Elisabetta I, mi processavano e mi condannavano. A Oxford mi attirai reazioni violente,  lazzi e derisioni, mi prendevano in giro. Dovetti umiliarmi e  chiedere perdono.

Francesco. Ma eri pure costretto a viaggiare, eri perseguitato.

Bruno. Sì. Mi sarei fermato in un solo posto, magari a Roma, a predicare e ad annunciare il principio di un’epoca nuova. I viaggi non hanno senso – nemmeno per imparare le lingue, cosa che dovetti fare rapidamente – quando la mente è ferma in un solo punto.

Francesco. Il primo viaggio fu a Napoli.  Un viaggio, non una fuga. Lo studio.

Bruno. Oh, i frati di Napoli!  La pace, la meditazione! Un’accolita di ignoranti sodomiti, ladri, omicidi. Con loro non si cambiava il mondo! Mentre io leggevo i libri di Erasmo da Rotterdam di nascosto, loro fornicavano.

Francesco. Vai a Roma.

Bruno. Che città, Roma! Tutti a rubare e ad ammazzare, molti venivano gettati nel Tevere, non solo gente di popolo, ma anche figli di magnati, messi al tormento del fuoco, e nipoti di cardinali erano levati dal mondo. Anche i frati, lasciate le chiese e i conventi, correvano a questa vita esecranda.

Francesco. Anche tu fosti accusato di avere ammazzato e gettato nel Tevere un frate.

Bruno. Non uccisi mai nessuno. Ma in quella città non poteva che finir male! Allora la fuga, a Genova, a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia, Padova, Brescia, mi spogliavo e riprendevo il saio: insegnai tutto a tutti pur di campare! Cosmografia, grammatica, teologia.

Francesco. Milano, Savoia, Torino, Ginevra. Qui deponi ancora il saio e ti vesti di cappa, cappello e spada, e ti converti al calvinismo e trovi lavoro come correttore di bozze. Poi, scomunica, processo, ancora fuga, Lione, Tolosa. Sembri aver trovato la pace, insegnamento, opere sulla magia e sulla memoria, e invece, dopo due anni, ancora la fuga.

Bruno. Ancora asini, ancora guerre di religione. Vado a Parigi. È il 1581. Il re Enrico III mi chiama, vuole sapere dell’arte della memoria, e io gli spiego che la memoria che avevo era dovuta alla scienza e non all’arte magica. Scrivo e gli dedico il De umbris idearum, un periodo straordinario, mi feci lettor straordinario e provvisionato.

Francesco. Un’opera capitale, maestro. Dove esprimi i concetti essenziali della tua filosofia. L’unità dell’universo, dell’ordine che lega tutte le cose, del principio, della fine, e la pari dignità di tutte le cose. La mente umana, che rispecchia in se stessa la struttura dell’universo, contiene non le idee eterne e immutabili ma le ombre delle idee, e può raggiungere la vera conoscenza, cioè le idee e la relazione tra tutte le cose. Il metodo che può consentire questa conoscenza è l’arte della memoria, che può evitare la confusione generata dalla molteplicità delle immagini e permettere di connettere le immagini delle cose con i concetti, rappresentando così simbolicamente tutto il reale. Altro che guerre di religione!

Bruno. Dear professor, in realtà io fui indifferente a tutte le confessioni religiose, per tutta la vita io volevo fare solo l’insegnante. Potevo essere cattolico in Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra, luterano in Germania, se questo non pregiudicava la mia libertà.

Francesco. Poi l’Inghilterra.

Bruno. Vado in Inghilterra non per fare la spia, ma, come scrissi, a star con l’ambasciator di Sua Maestà, che si chiamava il signor della Malviciera, per nome Michel de Castelnovo; in casa del qual non faceva altro, se non che stava per suo gentilhomo.

Francesco. E a questo ambasciatore francese a Londra, Michel de Castelnau, hai dedicato La Cena de le Ceneri, la tua seconda opera in volgare. Oxford: l’arcivescovo di Canterbury non gradisce le tue lezioni sulle teorie copernicane. Dice che era la tua testa a girare e non la Terra. Ti accusano anche di plagio del Ficino. Torni a Londra nel 1584 e vi pubblichi alcune delle tue migliori opere, La cena de le ceneri, il De la causa, principio et uno, il De l’infinito, universo e mondi e lo Spaccio de la bestia trionfante.  L’anno successivo escono De gli eroici furori e la Cabala del cavallo pegaseo.

Bruno. Lo Spaccio de la bestia trionfante, sì. La renovatio mundi non passava da Martin Lutero.

Francesco. O le bestie trionfanti! Spazzare via le bestie trionfanti del cielo, i segni delle costellazioni celesti, cacciare via questi animali dal cielo,  sono i vecchi vizi che si devono sostituire con le moderne virtù, i valori di una società nuova!

Bruno.  L’amore, la verità, la prudenza, il coraggio, la conoscenza, la saggezza, la legge, la magnanimità, la filantropia, i valori dell’Umanesimo rinnegato.

Francesco. Era un tempo violento, maestro.

Bruno. Vedevo un mondo assurdo, Francesco, dove tutto era violento e corrotto, e il tempo era mutevole e assurdo. Oh, tempo che tutto dà e tutto toglie, tempo in cui ogni cosa muta e nulla s’annichila; e nulla è sicuro ma assai faticoso, poco di bello e nulla di buono.

Francesco. Era una società violenta, quella in cui vivevi, in cui governavano l’impostura e la perversione delle leggi della natura, e gli affetti eroici erano considerati privi di valore, e l’onore soggiaceva alle ricchezze, e la dignità all’eleganza e al lusso, il saper vivere decadeva nella finzione, e la violenza e il tradimento, la tirannia prevaricavano la giustizia, la compassione e la pietà.

Bruno. Era giunto il tempo di un nuovo rovesciamento di valori, dopo quello nefasto operato da Paolo e dal Cristianesimo, che avevano sovvertito i valori naturali. Soprattutto, detestavo le sterili sottigliezze degli scolastici, dei sacramenti e anche dell’eucaristia, dai quali ebbero origine tutte le eresie e i torbidi religiosi, sconosciute  a Pietro e a Paolo, i quali altro non seppero che hoc est corpus meus. Detestavo anche l’intera Riforma protestante e il trionfo di quella poltronesca setta di pedanti.

Francesco. Gli spostamenti, i viaggi, la corsa affannosa verso un destino.

Bruno. No, era il destino che guidava me. Il ritorno in Francia con Castelnau, l’assalto dei pirati, l’aristotelismo ancora imperante, la crisi politica e religiosa del Paese. Insomma, cambiai aria.

Francesco. La Germania.

Bruno. Magonza, Wiesbaden, Marburg, l’Università di Wittenberg, dove fui doctor italicus per due anni. Ancora libri, ancora Aristotele, ancora la fuga. Ringraziai tuttavia per l’ottima accoglienza a un fuggiasco, all’esule, al forestiero, all’uomo esile e piccolo, allo scarso di beni, allo zimbello della fortuna. In Germania gli allievi mi amarono, ero un essere sublime per loro.

Francesco. Praga. Ancora libri, uno dedicato all’imperatore Rodolfo II, con un pensiero sulla tolleranza. Poi Tubinga, Helmstedt. Tu, così ti presentavi, l’uomo senza patria, senza casa, senza onori, senza ogni cosa amabile. In realtà, il destino ti aveva preso fra le sue braccia.

Bruno. Proprio così. Ora mi piaci di più, magister, ti sei abbandonato alla verità.

Francesco. Ma arriva anche la scomunica luterana, ti mancava solo quella. Ancora libri, la magia. Poi Francoforte, la persecuzione. Ancora libri, sempre libri. Infine il ritorno in Italia. Che non si poté mai dire la tua patria.

Bruno. Qui doveva concludersi la mia vita. così aveva deciso il destino. Avendo letto un mio libro, a Venezia mi volle il maledetto Mocenigo per insegnargli i segreti della memoria. A Francoforte, alla fiera del libro, una sua lettera mi fu consegnata dal libraio Ciotti di Venezia, dal quale il Mocenigo aveva comprato il libro.

Francesco. Venezia, poi Padova, per incontrare il Besler, il tuo copista di Helmstedt, la ricerca di una cattedra, infine il ritorno fatale a Venezia. Non andasti per mesi dal Mocenigo. Tu lo informasti che volevi tornare a Francoforte per stampare le tue opere, lui credette di perderti e ti denunciò all’Inquisizione.

Bruno. Mi fece sequestrare dai suoi servitori, mi accusò di blasfemia. Il traditore disse che io disprezzavo le religioni e non credevo nella Trinità e nella transustanziazione, che negavo la verginità di Maria e le punizioni divine, che praticavo le arti magiche, mentre credevo nella metempsicosi, nell’eternità dell’universo e nell’esistenza di mondi infiniti.

Francesco. La denuncia. Mocenigo il demonio. Il delatore. Altro che nobile e intellettuale! Però era la verità, no? Il pane non diventa carne. Nemico della Messa. Cristo tristo figuro. Che faceva miracoli apparenti, ed era un mago. La Vergine non può aver partorito. I frati sono asini e imbrattano il mondo. La fede cattolica è piena di bestemmie contro Dio. Non esiste la Trinità. Nella disgrazia, ti abbandonano tutti, I librai si accaniscono contro di te. Ritornano i fantasmi del passato. Le accuse del periodo napoletano. Oggi la Chiesa converte le persone con la forza. Mocenigo, il tuo demonio.

Bruno. No, uno strumento del mio destino.

Francesco. Il processo: più parli e più ti inguai. Negli interrogatori ti contraddici. Affermi le tue idee e cerchi di respingerle. Di giustificarle.

Bruno. L’istinto mi suggeriva di difendermi, ma con la mente andavo oltre i secoli. Il destino era già sceso su di me.

Francesco. A Venezia sei stato un debole. Neghi, menti, taci, chiedi perdono, vuoi ritrattare, speri che gli inquisitori non conoscano i tuoi scritti. Adduci le tue ragioni di filosofo, neghi l’eresia. Sì, sei stato un debole.

Bruno. Mon ami, l’uomo è sempre debole davanti alla morte. Ma questo fu niente quando il 27 febbraio del 1593 fui estradato a Roma e rinchiuso nelle carceri romane. Quattro anni dopo fui torturato senza pietà, ma nell’abisso del dolore non rinnegai le mie idee.

Francesco. Lì hai capito del tutto qual era il tuo destino: il rogo.

Bruno. Il destino era già sceso su di me e mi aveva preso fra le sue braccia. Io non potevo più tornare indietro. Navigavo in un sogno, fra mondi infiniti eterni, vedevo la Terra girare su sé stessa intorno al Sole, il Sole che non nasce e tramonta. Eppure sostenevo che questo non pregiudicava alla divine Scritture, e ancora oggi sono convinto che tutto questo è opera di Dio.

Francesco. La condanna. Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam. Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla.

Bruno. Fra titubanze estreme, minacce di tortura e denunce anonime, rifiutai ogni abiura. Ascoltai inginocchiato ma con fronte alta la sentenza di condanna a morte per rogo. Vidi il terrore negli occhi dei miei giudici tremebondi, e pronunciai quelle parole.

Francesco. Molti non compresero subito il tuo pensiero, maestro.

Bruno. Sì, il mio pensiero non fu subito compreso dai posteri. Era naturale, era troppo rivoluzionario. Era un sogno. Dissero che fui calvinista o luterano, che la mia cosmologia negava la libertà di Dio e il libero arbitrio umano. Nessuno credette nell’infinità dell’universo. Dissero che fui ateo e deista, mediocre filosofo, panteista ateo  come Spinoza, che volli prendermi gioco delle religioni e delle tradizioni, che fui fisico e metafisico. Dissero che fui monista, immanentista, neopitagorico e che credetti nella magia

Francesco. Schelling disse che hai colto il fondamento della filosofia, l’unità del Tutto. Hegel disse che hai assunto disordinatamente tutte le forme e le hai realizzate nella natura infinita. Diderot, che scrisse la voce su di te per l’Enciclopedia,  disse che, con Leibniz e Spinoza, eri il fondatore della filosofia moderna, e che nessuno sarebbe stato paragonabile a te se tu avessi potuto ordinare in un sistema le tue idee, ma tu avevi troppa immaginazione, eri nato poeta. Il più grande filosofo dopo Platone, disse Artur Schopenhauer.

Bruno. Sì. L’impeto della mia immaginazione. Un sogno i mondi innumerevoli ed eterni. Un sogno è l’infinito.

Francesco. Da questo punto, guardi sempre la Chiesa tormentata, il Sole che tramonta. Uno sguardo sull’essere, sul Sole che non ci sarà più. Parole piene di incanto, parole ispirate, poesia senza tempo.

“O tu, che alimenti nel cuore dell’uomo fiamme immortali; tu che ingiungesti al mio animo di sollevarsi a tanta luce e di riscaldarsi a tanto fuoco nella misura in cui, dissipate le tenebre, mi sarò innalzato alle stelle e, pur trattenuto dal peso inerte del mio corpo, avrò percorso l’orbe infinito, morto al mondo sensibile.

Tu, occhio che vede tutte le cose, luce che fa vedere tutte le cose, innalzando gli animi, trascinando i sensi al di sopra dell’etere, tu che, scuotendomi dal torpore, mi concedesti di esser vigile, tu che lo sguardo fai nascere, tu che con lo sguardo ti alzi, e da esso salvato vivi per noi, tu mantieni in vita tutti i viventi e spezzi con il più lieve colpo la materia più resistente; mostri tutto ciò che la terra, i mari, l’etere, l’abisso comprendono. Il volgo, privo della luce degli occhi e folle, riterrà te cieco ed insensato.

O tu, che rivelasti ai miei occhi lo spazio illimitato e i veri mondi, o stelle splendenti, non ci saranno, luogo, sorte, tempo lontano dal mio spazio di osservazione, non età che dimostrino i miei errori”.

Bruno. Sì. Io fui un poeta. Il Sole, i mondi, le stelle. L’infinito. Le mie ceneri nel Tevere ancora oggi sono testimonianza di un destino. Il mio nome vive sulla Luna, su asteroidi lontani.

 

Tratto dal libro “Dialoghi coi morti”, Lulu 2013, New York

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….simply wonderful….abyss of nothingness – vacuity….I can only…to cry….Giordano Bruno…infinite Love…