Il viaggio nel caos, una lezione pirandelliana

Il viaggio nel caos, una lezione pirandelliana

di Francesco Bellanti   

ATEISMO E CRISTIANESIMO IN PIRANDELLO. LA PUPAZZATA DELLA VITA O SENTIMENTO CRISTIANO?

Si è discusso molto, e non da ora, se nella Weltanschauung, cioè nella visione del mondo, di Pirandello vi fosse spazio per Dio, o per un’idea che vi assomigliasse. I discendenti sostengono che è infondata l’idea di un presunto ateismo del grande drammaturgo che deriverebbe dalla sua volontà di farsi cremare dopo la morte. Leggendo un articolo dall’Osservatore Romano del 24 giugno 2017 sembrerebbe che lo scrittore di Girgenti si fosse avvicinato alla fede perché negli ultimi anni della sua vita era entrato in confidenza in tanti incontri romani con don Giuseppe De Luca, il sacerdote amico degli artisti, incontri che avrebbero fatto nascere di un volume che doveva essere pubblicato da Morcelliana col titolo emblematico Colloqui su Dio, ma il progetto svanì a causa della improvvisa scomparsa di Pirandello il 10 dicembre 1936. La critica di ieri e di oggi, anche quella cattolica, invece, nella quasi totalità ha sempre evidenziato il divario tra la visione del mondo di Pirandello e la fede cristiana. In un libro del 1935, un narratore e critico, Pietro Mignosi, attribuì un generico sentimento cristiano all’opera si Pirandello sol perché egli predilige nelle novelle creature mansuete, i poveri, i pacifici. Critici cattolici di ben altro spessore, invece, come, per citarne qualcuno, Divo Barsotti (La religione di Pirandello è tutta qui: la solitudine infinita dell’uomo senza Dio), o Giovanni Papini (Nel furor distruttivo trovava il suo estro creativo, nell’eracliteo fluire dell’essere il suo punto d’appoggio, nella disperazione una specie di severo conforto. Non fu dunque cristiano), o il gesuita Ferdinando Castelli, per decenni acuto critico letterario di Civiltà cattolica, che inserì Pirandello nella categoria dei “cavalieri del nulla”, hanno messo in rilievo l’assoluta mancanza di Cristianesimo nell’opera di Pirandello.

Ma lo studio senza dubbio più approfondito si deve al cardinale Giovanni Colombo che nel libro “Aspetti religiosi nella letteratura contemporanea del 1937” dedica un intero capitolo all’opera dell’autore agrigentino. Il mondo di Pirandello, per il cardinale, è una realtà vana e insensata, “una nudità arida e inquietante”, e tutta la vita “un abisso di vuoto”. Per il teologo, che sarebbe diventato arcivescovo di Milano, Pirandello è “lo straziato poeta del soggettivismo e della relatività”. Egli ha anzi accreditato l’immagine di un cattolicesimo intransigente e ipocrita (si pensi a come ha rappresentato preti assolutamente indegni) e nei suoi personaggi l’illusione della fede serve solo per rendere almeno un po’ sopportabile l’esistenza. Per il filosofo Adriano Tilgher, che seguì molto l’opera di Pirandello e ne intuì il valore letterario e l’originalità, Pirandello è “forse lo scrittore più nettamente irreligioso d’Italia”. Al massimo, lo si può definire “un ateo mistico”.

Come stanno veramente le cose? Diciamo, intanto, che rispondere a una domanda del genere, e dare patenti di religiosità o di ateismo a un grande intellettuale sul piano privato, può avere un senso solo se aiuta a capire, e quindi a definire il significato e il valore letterario dell’opera di uno scrittore, altrimenti è solo un puro dato biografico. Perciò, nel caso di Pirandello, dobbiamo partire dall’analisi della sua opera per vedere se, nelle sue convinzioni estetiche e nei contenuti che esprimono le sue opere si possono ravvisare tracce di spiritualità cristiana.

Nella sua ultima intervista, Pirandello ribadì che il suo teatro era rivoluzionario perché rivendicava la libertà dell’arte, che è vita dello spirito, per manifestare sé stessa. La vita deve consistere e perciò deve darsi una forma. D’altra parte, questa forma è la sua morte perché l’arresta, I’imprigiona, le toglie il divenire. Il problema è questo, per la vita: non restar vittima della forma. È qui tutto il tragico dissidio della storia della libertà. Nietzsche, Weininger, Michelstädter, vollero far coincidere assolutamente a ogni istante, forma e sostanza, e furono spezzati e travolti. In Pirandello, le due idee fondamentali della vita spirituale greca, quella di Parmenide, il  filosofo dell’ente immobile ed eterno, e di Eraclito, il proclamatore della trasformazione, della instabilità, dell’eterno fluire, si unificano in questo: la vita non si deve lasciare soffocare dalla forma. D’altra parte, se all’uomo non libero si toglie la forma, in quanto legame spirituale, subito egli regredisce a livello delle bestie, ecco perché la forma è necessaria nella vita sociale.

Vita e forma, è qui il succo del pensiero pirandelliano. Per comprendere ciò, bisogna conoscere le dottrine orientali, che lo scrittore siciliano conosceva bene. Prendiamo il vitalismo, per esempio. Ecco, il vitalismo è un aspetto importante del buddismo e dell’induismo, e chi conosce i sistemi ideologici e filosofici che sono alla base di queste religioni trova già un campo ben seminato con Pirandello. Il vitalismo che è alla base della visione del mondo pirandelliana, infatti, benché sia influenzato storicamente dalla teoria dello “slancio vitale” di Henri Bergson e da quella sulla frammentazione della vita sociale di Georg Simmel, in realtà ha dirette ascendenze buddiste e induiste, religioni che Pirandello conosceva, che aveva interessi che sconfinavano anche nel mondo esoterico, nell’occultismo. Tutta la realtà è vita, perpetuo movimento vitale, inteso questo come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro. La realtà è un flusso continuo, incandescente, indistinto, come lo scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, s’irrigidisce, rattrappisce, forse questo è il termine più preciso, perché dà l’idea della trappola, secondo l’origine francese della parola, e comincia a morire. La stessa cosa avviene dell’identità personale dell’uomo. Noi siamo parte indistinta dell’universale ed eterno fluire della vita, ma tendiamo a cristallizzarci in forme individuali, a fissarci in una realtà che noi stessi ci diamo, in una personalità che vogliamo coerente e unitaria. In realtà, questa personalità è un’illusione e scaturisce solo dal sentimento soggettivo che noi abbiamo del mondo, che proietta intorno a noi come un cerchio di luce e ci separa fittiziamente dal resto della vita, che resta al buio. Ma il buio in realtà è un inganno, una fantasia che non si colora, il mistero esiste solo in noi, per il famoso privilegio del sentimento soggettivo che noi abbiamo della vita. C’è una pagina bellissima sui lanternini e sui lanternoni ne Il fu Mattia Pascal, a cui rimandiamo.

Questo sentimento soggettivo del mondo è la forma in cui ci fissiamo, questo fissarci in una realtà che noi ci diamo è la forma. Non solo noi stessi, però, ci fissiamo in una forma, ma anche gli altri, con cui viviamo in società, vedendoci ciascuno secondo la propria prospettiva, ci danno determinate forme. Noi crediamo di essere “uno” per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a seconda della visione di chi ci guarda. Ad esempio, un individuo può crearsi di sé stesso l’immagine gratificante del bravo professore, del buon padre di famiglia, mentre gli altri magari lo fissano senza rimedio nel ruolo dell’ambizioso senza scrupoli o dell’adultero. Ognuna di queste forme è una costruzione fittizia, una “maschera” che noi stessi ci imponiamo e che c’impone il contesto sociale.

Sotto questa maschera, dunque, non c’è un volto definito, immutabile: non c’è “nessuno”. O, meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in eterna trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo più quelli che eravamo prima. Facendo proprie le teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della personalità e sconfinando nelle idee e nelle filosofie orientali, Pirandello si astrae dalla sicilianità. Pirandello era convinto che nella persona coesistessero più persone, ignote alla persona stessa, che possono emergere inaspettatamente. Perciò condusse una critica molto forte al concetto d’identità personale, di “io”, fondamento del pensiero filosofico di millenni e della coscienza comune. La teoria della frantumazione dell’io in infiniti stati incoerenti, in continua trasformazione, senza un vero centro e senza un punto di riferimento fisso, è la conseguenza della crisi – nel Novecento –  dell’idea di una realtà oggettiva, organica, definita, ordinata, e interpretabile con gli schemi della ragione. L’io viene a perdere il carattere di un soggetto “forte”, unitario, coerente, punto di riferimento sicuro di ogni rapporto con la realtà. L’io si disgrega, si smarrisce, si perde, i suoi confini si fanno labili, la sua consistenza si sfalda, è il naufragio di ogni certezza. Questa crisi dell’idea d’identità e di persona è il prodotto dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, dove forze potenti muovono verso la frantumazione e la negazione dell’individuo perduto nella società di massa, capitalistica, meccanizzata, burocratizzata, dove l’esistenza dell’uomo è ridotta a insignificante ingranaggio di un gigantesco meccanismo, privo di relazioni e privo di coscienza. Da qui nasce il tema dell’inetto, dell’escluso, della solitudine dell’uomo moderno perduto nelle metropoli moserne.

È finita l’epoca classica con tutte le sue certezze. E questa è l’idea che dà origine all’elaborazione della poetica dell’umorismo. Tramonta l’idea classica dell’uomo creatore del proprio destino e dominatore del proprio mondo, dalla personalità unica e coerente, retaggio della cultura della borghesia ottocentesca nel suo momento di ascesa. L’individuo non conta più, l’io s’indebolisce, perde la sua identità, si frantuma in una serie di stati incoerenti. Pirandello è uno degli interpreti più acuti di questi fenomeni, e li riflette lucidamente nelle sue teorie e nelle sue costruzioni letterarie. La presa di coscienza di questa inconsistenza dell’io suscita nei personaggi pirandelliani smarrimento e dolore.

Anche per questo si può vedere in Pirandello un’idea matura di esistenzialismo moderno. L’avvertire di non essere “nessuno”, l’impossibilità di consistere in un’identità, tutto questo provoca angoscia e orrore e genera un senso di solitudine tremenda. Viceversa, l’individuo soffre anche ad essere fissato dagli altri in “forme” in cui non può riconoscersi. L’uomo si “vede vivere”, si esamina dall’esterno, come sdoppiato, nel compiere gli atti abituali che gli impone la sua “maschera”, la sua “parte”, e che appaiono assurdi, destituiti di ogni senso. Queste “forme” sono sentite come una “trappola”, come un “carcere” in cui l’individuo si dibatte, lottando invano per liberarsi. È Kafka, è Joyce, è Proust, è Svevo, è tutto l’esistenzialismo moderno.

Pirandello ha un senso molto acuto della crudeltà che domina i rapporti sociali, al di sotto della civiltà e delle buone maniere.   Ecco allora che la società gli appare come una “enorme pupazzata”, per usare una sua espressione famosa, nella quale ognuno porta una maschera e recita una sua parte. Insomma, una costruzione artificiosa e fittizia, che isola irreparabilmente l’uomo dalla “vita”, lo impoverisce e lo irrigidisce, lo conduce alla morte anche se egli apparentemente continua a vivere. Alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme della vita sociale, dei suoi istituti, dei ruoli che essa impone, e un bisogno disperato di autenticità, d’immediatezza, di spontaneità vitale.

Anche se la sua vita si svolge sui binari del perbenismo esteriore, Pirandello è nel suo fondo un anarchico, un ribelle insofferente dei legami della società, contro cui scaglia la sua critica impietosa e corrosiva. Le convenzioni, le finzioni su cui la vita sociale si fonda, le maschere e le “parti” fittizie che essa impone, vengono nella sua opera narrativa e teatrale irrise e disgregate.

Nelle novelle e nei romanzi, la critica di Pirandello si appunta sulla condizione piccolo borghese e sulla sua angustia soffocante, mentre il teatro predilige ambienti altoborghesi. L’istituto in cui si manifesta per eccellenza la “trappola” della “forma” che imprigiona l’uomo, separandolo dall’immediatezza della “vita”, è la famiglia. Pirandello è acutissimo nel cogliere il carattere opprimente dell’ambiente familiare, il suo grigiore avvilente, le tensioni segrete, gli odi, i rancori, le ipocrisie, le menzogne che si mescolano torbidamente alla vita degli affetti viscerali ed oscuri.

Così Pirandello diventa il cantore di una realtà che non è solo quella siciliana. Anzi, tutt’altro. L’altra “trappola” è quella economica, costituita dalla condizione sociale e dal lavoro, almeno a livello piccolo borghese: i suoi personaggi sono prigionieri di una condizione miserabile, di lavori monotoni e frustranti, di un’organizzazione gerarchica oppressiva. Da questa “trappola” non c’è per Pirandello una via d’uscita storica: il suo pessimismo è totale, egli non vede né propone altre forme di società. Quello di Pirandello è un pessimismo totale, conservatore, se non reazionario. Insomma, Pirandello non propone una via d’uscita su questa terra, in un’ideologia materiale o in una visione del mondo realizzabile comunque sul piano politico.

Dov’è allora la salvezza? L’unica via di salvezza per Pirandello è la fuga nell’irrazionale oppure nella follia, che è lo strumento di contestazione per eccellenza, in Pirandello, delle forme fittizie e ingannevoli della vita sociale, l’arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all’assurdo e rivelandone l’inconsistenza. Questo rifiuto della vita sociale dà luogo nell’opera pirandelliana alla famosa, emblematica figura del “forestiere della vita”, di colui che “ha capito il giuoco”, ha preso consapevolezza del carattere del tutto fittizio del meccanismo sociale e si esclude, si isola, guardando vivere gli altri dall’esterno della vita e dall’alto della sua superiore consapevolezza, rifiutando di svolgere o, se vogliamo, rappresentare la sua “parte”, osservando gli uomini imprigionati dalla “trappola” con un atteggiamento “umoristico”, di irrisione e pietà.

Il reale è multiforme, polivalente, magmatico, in continuo divenire, non si può fissare in modo organico e oggettivo. Non esiste una prospettiva privilegiata da cui osservarlo; al contrario, le prospettive possibili sono infinite e tutte equivalenti. Insomma, questo radicale relativismo conoscitivo non consente una verità oggettiva fissata a priori, una volta per tutte. Ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose. Il tempo di Pirandello è anche il tempo maturo in cui cadono tutte le certezze del mondo, della classicità, della ragione, dell’Ottocento, le certezze religiose e teologiche, scientifiche, morali. Da qui deriva un’inevitabile incomunicabilità fra gli uomini. Cadono tutte le certezze. In matematica si affermano la teoria degli insiemi e la crisi dei fondamenti, oltre un notevole sviluppo dell’analisi e dell’algebra. Nel campo della fisica avviene la scoperta dei raggi X e della radioattività, e Max Plank, con la teoria dei quanti, comincia a mettere in discussione il vecchio causalismo meccanicistico, sostituito ora dal concetto di “probabilità”. Nel 1913 Niels Bohr formula il modello dell’atomo, basandolo sulla teoria dei quanti. Albert Einstein, con il concetto di relatività “speciale” (1905) e “generale” (1916), stabilisce che spazio, tempo e velocità non sono principi assoluti, ma relativi al sistema di riferimento.

Le leggi della fisica classica e le concezioni newtoniane, insomma, sono rovesciate, come quelle della matematica, tanto che non si può più parlare di una scienza universale, capace di raggiungere con il suo modello razionale ogni campo d’azione dell’uomo. Con la diffusione delle nuove scoperte, gli scienziati cominciano a rendersi conto che le categorie scientifiche non possono spiegare tutto quello che accade nell’universo né, tanto meno, tutto ciò che riguarda l’uomo.

Anche la filosofia di Bergson riprende la tradizione spiritualistica: al sapere scientifico, privilegiato, del positivismo, contrappone il valore dell’interiorità e dell’intuizione, soprattutto nel modo di vivere il tempo, non più concepito come un insieme di attimi identici in successione rettilinea, ma così come si presenta alla coscienza, e cioè come durata, fluidità, simultaneità. L’ambiente intellettuale del primo Novecento riflette lo stesso smarrimento avvertito da quello scientifico. L’Ottocento era ormai superato sia nei contenuti sia nelle forme: mentre l’arte del naturalismo-verismo aspirava a ritrarre la realtà in tutta la sua veridicità, tramite criteri di rigorosa razionalità e quella del Simbolismo-Decadentismo esprimeva una visione estetizzante del reale, fondata su corrispondenze alogiche, quella novecentesca tende, sul piano espressivo, alla deformazione della vita umana, all’ironia, al grottesco, mentre su quello dei contenuti interpreta la realtà in chiave allegorica e riflette sul contrasto tra ideale e reale, tra vita e illusione, che non lascia spazio a certezze, ma determina nell’uomo una sensazione di casualità, relativismo ed impotenza nei confronti del mondo e dell’esistenza.

Anche l’interiorità umana, il cosiddetto io, entra in crisi con Freud, il quale sostiene che l’uomo moderno ha subito tre umiliazioni: la prima, quella cosmologica, quando Copernico ha scoperto che la terra, e quindi l’uomo, non sono più al centro dell’universo, la seconda, di natura biologica, conseguente alle leggi sull’evoluzione di Darwin e infine la terza, quella psicologica , inflitta dalla psicanalisi, che ha rivelato come l’uomo non sia nemmeno padrone della propria psiche. Freud scopre infatti che la psiche umana altro non è se non un campo di battaglia, dove si scontrano forze avverse: viene meno, quindi, l’immagine rinascimentale dell’uomo, visto come equilibrio e razionalità.

Pirandello vede la crisi delle grandi ideologie, l’utopia marxista, ma anche lo stesso Cristianesimo, e fa rivolgere spesso verso la sfera del magico gli interrogativi dell’umanità per avere una risposta ai problemi e ritrovare quelle certezze che innalzano il senso dell’esistenza. Contro la pretesa della scienza di controllare tutto e contro la sua presuntuosa onnipotenza, la magia, l’occulto, tutto ciò che è incantato e fantastico si presentano come un rifugio alla ragione ormai in crisi e al delirio di una scienza che rischia di produrre mostri. È un processo che avviene anche in altri grandi Paesi europei, come la Germania, si veda il concetto di Volk e tutte le teorie teosofiche e lo spiritismo e le società occulte e antisemite che ebbero un ruolo non secondario nell’affermazione del nazionalsocialismo.

Così si spiega anche l’attrazione di Pirandello per lo spiritismo e la teosofia, le religioni e le filosofie orientali. Soprattutto perché sono una diretta conseguenza della sua visione del mondo. Così si spiega la sua poetica dell’umorismo, senza più un centro, fondata su un’arte riflessiva che coglie così il carattere molteplice e contraddittorio della realtà, e permette di vederla da diverse prospettive contemporaneamente.

Questo è il mondo pirandelliano. Ora, se il mondo è preda della follia, come ne usciamo? Qual è la via di fuga? Ci sentiamo di trarre queste conclusioni. Nella confusione che c’è tra vita e arte, fra teatro e realtà, fra fantasmi viventi e attori che fingono, nel contrasto (Sei personaggi in cerca d’autore) tra il teatro con la sua finzione e le sue forme vuote, e dall’altro la vita autentica dei personaggi, una vita che non può essere rappresentata sulla scena in un flusso continuo, la soluzione è una sola: la fuga. Dove? Nell’annullamento panico della natura, nel vedersi vivere da lontano come “maschera nuda”, nella follia. Sì, la follia. La follia di Enrico IV che, dopo essere rinsavito, si rifiuta di tornare a vivere e continua a fingersi pazzo non solo per evitare una condanna ma perché è più felice rinunciando alla vita, non affrontando la sofferenza, un debole e un inetto che può vivere solo nel mondo fittizio che si era creato e gli avevano creato.

Detto questo, ci poniamo la domanda iniziale: può un autore come Pirandello dirsi cristiano? Possiamo avvicinarlo a una religiosità cristiana? Assolutamente no. Ma questo non è un giudizio estetico, è un giudizio ideologico. L’opera di Pirandello, sul piano letterario, è altissima. Pirandello, più ancora di Franz Kafka, Robert Musil e James Joyce, è l’interprete più fecondo della crisi della società moderna. Scrittore, poeta, drammaturgo, novelliere, insegnante, è un intellettuale con una visione del mondo precisa e chiara, a fondamento della quale è un’intuizione geniale che lo pone fra i più ragguardevoli interpreti della società moderna. Perché parlare della visione del mondo del drammaturgo agrigentino – il vitalismo, l’eterno fluire dell’esistenza, la forma rigida, la maschera, le alterazioni e l’incoerenza della personalità, l’io e gli stati incoerenti, insomma la crisi dell’io, l’io disgregato, l’assenza di una realtà oggettiva – vuol dire aprire spazi e tempi sconosciuti prima di lui all’Occidente e fondare anche un’ideologia importante per decifrare la civiltà occidentale del ventesimo secolo. Pirandello è il cantore della società di massa e delle macchine, della burocrazia, dello sfaldamento dell’identità, dell’uomo che si vede vivere, della declassazione, della trappola delle forme, Pirandello è l’aedo della società vista come un’enorme pupazzata, della famiglia-trappola piccolo-borghese, del forestiere della vita, di chi ha capito il gioco, e si estrania, egli è il poeta del tempo in cui ognuno ha la sua verità, dell’incomunicabilità, del relativismo conoscitivo.

Pirandello è il puro cantore della follia. È il poeta del vitalismo irrazionalistico, della realtà come illusione. È lo scrittore della critica totale contro la borghesia e la società di massa, e in Italia la società di massa del suo tempo era quella fascista, perché se è vero che Pirandello fu fascista, per ragioni che diremo più avanti, la sua opera – come disse Sciascia – non è fascista, è l’opposto – è la sfiducia nella scienza, il relativismo conoscitivo, il soggettivismo assoluto, l’impossibilità di sistemazione coerente del reale, l’incomunicabilità, la perdita di valori e di senso, l’estraniazione.

Pirandello descrive un mondo, quello moderno, e ci aiuta a capire, ma non dà una risposta per risolvere i problemi della società moderna: risposta non è il rifugio nel panismo, nell’estraniazione, nella follia. Può solo essere una salvezza individuale. Perché in questo mondo, Dio, né come descrizione, né come soluzione, è contemplato.

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