La criminologa e filosofa Corso: “Le persone diventano sempre più indifferenti al male e le tv si adeguano”

di Matteo Orlando

LA DOTTORESSA FLAVIA CORSO: “L’OMICIDIO DI JOHN LENNON È STATO FATTO PASSARE COME L’OPERA DI UN FAN CON PROBLEMI MENTALI, MA IN REALTÀ L’INTERA FACCENDA È MOLTO PIÙ COMPLESSA E COINVOLGE IN PRIMO LUOGO I SERVIZI SEGRETI AMERICANI”

“Oggi le persone siano eccessivamente esposte ai fatti di cronaca nera. Il crimine spaventa e affascina al tempo stesso, fa parte della natura umana. I media ne sono al corrente e sfruttano questo fenomeno”.

A dirlo in questa intervista ad Informazione Cattolica è la dottoressa Flavia Corso che, dopo aver studiato Filosofia, indirizzo etico–politico, ha conseguito un master di II livello in Criminologia e Scienze psicoforensi presso l’Università di Genova.

Dottoressa Corso che cos’è la criminologia?

La criminologia è lo studio del fenomeno deviante. Si studiano le cause scatenanti (che possono essere genetiche, socioambientali, ecc.) e le strategie atte ad arginarlo.

Come è iniziata la sua passione per la criminologia?

Io ho una formazione filosofica e il mio interesse per la criminologia riprende sostanzialmente la questione dell’origine del male, la teodicea, e il dibattito sul libero arbitrio. Il dialogo tra criminologia, filosofia morale e filosofia del diritto è oggi più che mai fecondo. Ma non solo, anche le neuroscienze stanno fornendo un contributo essenziale in questo senso. Essendo un fenomeno multidimensionale, il crimine può essere compreso pienamente solo adottando una prospettiva interdisciplinare.

Ogni giorno i Tg ci parlano di diversi casi di cronaca nera, spesso cercando di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Alla luce della sua formazione in materia di criminologia, che consigli si sente di dare per affrontare i casi di cronaca con razionalità e non emotivamente?

Bisognerebbe capire innanzitutto che l’emotività in sé non è un problema, se è controbilanciata dal senso critico. È senz’altro umano e sano reagire con orrore di fronte ad un fatto di cronaca nera, mi allarmerei se così non fosse. Ma trovo preoccupante anche la tendenza opposta, questa sorta di esasperazione del desiderio di vendetta, che non ha più nulla a che vedere con la giustizia vera e propria, e che viene spesso fomentata attraverso veri e propri linciaggi mediatici. Per questo credo che un ruolo importante l’abbiano proprio i mass media; un conto è informare, un conto è voler a tutti costi soffiare sul fuoco per fare ascolti. Le persone che reagiscono aggressivamente in fin dei conti sono anche le più spaventate.

Tra i vari crimini che ha affrontato o studiato qual è stato quello che l’ha coinvolta di più e perché?

Quello che più mi colpisce, anche dal punto di vista affettivo, è l’assassinio di John Lennon. È stato fatto passare come l’opera di un fan con problemi mentali, ma in realtà l’intera faccenda è molto più complessa e coinvolge in primo luogo i servizi segreti americani. Mark Chapman, l’omicida di Lennon, è stato un semplice burattino manovrato dall’FBI e la CIA. Di recente è stato desecretato il dossier dell’FBI su Lennon, che conferma che l’artista era letteralmente perseguitato dall’intelligence americana. Alcuni ritengono fosse per via delle presunte simpatie “comuniste” di Lennon. Ma non ha senso. Anche perché pare che lo stiano perseguitando anche da morto. Nel 2010, l’FBI si è presa addirittura la briga di sequestrare un documento con le impronte digitali di Lennon da un negozio di memorabilia newyorkese. Originariamente doveva andare all’asta, ma l’FBI l’ha impedito.

Come è cambiato il rapporto delle persone con i fatti di cronaca nera? Prima veniva solo proposta dai giornali, ora ci sono serie TV, film, podcast ed approfondimenti che stimolano l’utente ad entrare nella storia in modo più dettagliato. Che ne pensa? C’è una “overdose” di crimini sui media e sui social?

Penso che oggi le persone siano eccessivamente esposte ai fatti di cronaca nera. Il crimine spaventa e affascina al tempo stesso, fa parte della natura umana. I media ne sono al corrente e sfruttano questo fenomeno. Per questo si sono moltiplicate le serie TV, i film e i programmi di approfondimento che trattano questi temi. Il problema è che in questo modo il pubblico viene anche desensibilizzato. È come se la mente si abituasse gradualmente a ritenere normale qualcosa che dovrebbe invece suscitare orrore, sdegno morale. Le persone diventano sempre più indifferenti al male.

I media spesso entrano nelle indagini? A suo giudizio ostacolano o aiutano?

Dipende. Possono essere un ostacolo durante la fase iniziale delle indagini. Ma a mio parere diventano fondamentali quando si tratta di indagare su casi irrisolti che rischiano di venire archiviati e dimenticati per sempre. In quel caso i giornalisti hanno il dovere morale di tenere accesi i riflettori sulle vicende, in modo che le persone non dimentichino che giustizia non è stata fatta. Poi c’è tutta una serie di delitti in cui sono coinvolti poteri occulti, e il caso Emanuela Orlandi è un esempio fra tanti. Dopo tutti questi anni forse c’era chi sperava che se ne smettesse di parlare, e invece le persone hanno continuato a lottare per conoscere la verità e ottenere giustizia. L’attenzione mediatica è stata in questo caso un’alleata delle vittime.

Secondo lei quanto incide il web sulla mentalità criminale? Quali sono le differenze principali tra uomini e donne nei crimini?

Credo che il web sia più che altro uno strumento che slatentizza le tendenze devianti delle persone, perché fornisce l’opportunità di compiere atti criminali dietro la maschera dell’anonimato. Frequente è ad esempio il cyberbullismo; chi perpetra questo tipo di reato ha sostanzialmente un disturbo sadico di personalità. Solo che il bullo nella vita reale ci pensa due volte prima di molestare la vittima, per paura di essere colto in flagrante e quindi punito; nel virtuale invece è tutto molto più immediato, vengono meno i freni inibitori perché si ha la possibilità di non metterci la faccia.

Ambiente, genetica, psicologia e neuroscienze come incidono sulla personalità criminale?

La devianza è multifattoriale. Non esiste una sola causa all’origine del fenomeno, quasi sempre si tratta in realtà di una cattiva interazione tra geni e ambiente sociale. Un tempo si dava maggior peso ai fattori sociali ed ambientali; negli ultimi anni, invece, si è rivalutata la componente genetica alla base del comportamento criminale. Sia chiaro, non si tratta qui di affermare che si “nasce” criminali. Non è una forma di determinismo genetico. Si tratta però di dar peso anche a quegli studi neuroscientifici che sembrano indicare che la genetica influisce senz’altro sulla condotta dell’individuo, più di quanto si pensasse un tempo. Detto molto banalmente, i geni influiscono sulla chimica cerebrale che, a sua volta, influenza il comportamento dell’individuo. Ma anche l’ambiente influisce sulla chimica cerebrale. E infatti è soprattutto il dialogo tra geni ed ambiente sociale ad essere decisivo, per cui una predisposizione genetica alla violenza può ad esempio essere mitigata da un ambiente sociale adeguato e da uno stile di vita sano; i geni di per sé non implicano una condanna definitiva. È tuttavia importante considerare entrambi gli ordini di fattori, sia quelli biologici che sociali. Non si deve insomma abbandonare la prospettiva d’insieme.

Lei sta facendo delle ricerche su un fenomeno che si chiama “gangstalking”. Di cosa si tratta?

Si tratta di stalking organizzato. Sotto certi aspetti, è molto simile al mobbing. Ma il gangstalking investe qualsiasi ambito della vita della persona. Vengono utilizzate una serie di tecniche per torturare la vittima, in modo da portarla alla morte mentale o fisica. Le persone reclutate per fare da gangstalker possono essere comuni cittadini che però sono totalmente ignari dei veri motivi della persecuzione, perché questi sono noti solamente ai direttori dell’operazione. Parliamo di persone a capo di organizzazioni di intelligence che si servono di pregiudicati (che sono ben contenti di torturare le persone), gente ricattabile che obbedisce per paura, oppure fanatici che credono alle bugie raccontate. In realtà la calunnia viene appositamente creata per screditare la vittima. Si crea una specie di ipnosi collettiva, per cui i gangstalker obbediscono agli ordini proprio come Eichmann obbediva agli ordini di Hitler. I cosiddetti “individui target” vengono scelti o a scopo di addestramento (come cavie da laboratorio), oppure perché percepiti come una minaccia. In altri casi, l’individuo è un target dal momento in cui nasce. Quindi non è nemmeno da escludere la discriminazione genetica. Sempre più persone stanno subendo questo genere di torture, credo che le istituzioni debbano fare qualcosa. Si tratta di un crimine contro l’umanità senza precedenti.

Quali sono i campanelli d’allarme da attenzionare per evitare che i giovani si facciano trascinare nelle attività criminali? Cosa può fare concretamente la società per contrastare il fenomeno criminale?

Ritengo che sia fondamentale innanzitutto osservare il comportamento dei bambini fin dalla più tenera età. I genitori e il personale scolastico dovrebbero fare attenzione a come si relazionano con gli animali, ad esempio. Un bambino che maltratta un animale è un campanello d’allarme gigantesco perché è indice di psicopatia. Non a caso, moltissimi serial killer amavano torturare gli animali durante l’infanzia. In termini di politiche sociali per contrastare la criminalità, io credo che sia la società stessa a dover cambiare la sua struttura. C’è un bellissimo documentario del 2011, “I am Fishead”, che spiega come l’aumento della criminalità non sia altro che un riflesso dei comportamenti dei “capi” della società. “Il pesce puzza dalla testa”; se la “mente” dell’intera società è malata, come può non esserlo anche il corpo sociale? Bisogna avere il coraggio di riconoscere che alcune persone hanno una struttura della personalità che le rende inadatte a ricoprire cariche istituzionali perché sono potenzialmente distruttive. Nel documentario che ho citato, il Dr Robert D. Hare, uno dei massimi esperti di psicopatia aziendale, afferma chiaramente che più si sale in alto nella piramide sociale, più si ha a che fare con individui privi di spessore emotivo, dei robot più che delle persone. Si è creata una società in cui non si dà più spazio all’intelligenza emotiva. Una soluzione potrebbe essere quella di sottoporre le persone che vogliono gestire la cosa pubblica ad appositi test psicodiagnostici e attitudinali; questi però dovrebbero essere somministrati da professionisti indipendenti che non siano in conflitto di interessi.

 

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