Se Gesù avesse fatto un minimo peccato non ci sarebbe stata la Redenzione

di Alvise Parolini

GESU’ CRISTO, OVVERO L’IMMACOLATA INCARNAZIONE: LUISA PICCARRETA, ARISTOTELE E TOMMASO D’AQUINO IN MERITO ALL’IMPECCABILITA’ DEL VERBO INCARNATO

Né l’Umanità di Cristo, né la Sua Divinità possono conoscere il peccato: come Uomo Gesù non trasgredì mai alcuno dei comandi del Decalogo mosaico, opponendosi comunque al precettismo ipocrita della scuola teologica intransigentista del fariseo Sciammai, mentre come Dio non può pensare qualcosa di diverso da Se Stesso, essendo il Cristo il termine diretto del Pensiero del Padre e compiendo i precisi atti redentivi postiGli dallo Spirito Santo (i famosi “Fiat” di Dio).

Dunque il Verbo può, a ragione, nella Sua Divinità, fregiarSi degli esclusivissimi titoli di Unico Ontologista ed Unico Panteista, nel primo caso perché il Padre è Pensiero Onnipotente, mentre nel secondo caso perché lo Spirito Santo è Amore Onnipresente: quindi l’Onniscienza Redimente della Seconda Persona della Trinità coglie, ab aeterno, tutti i Pensieri Creanti del Prima Persona e tutte le Opere d’Amore Santificanti della Terza Persona. Essendo, per natura, il Figlio Dio come il Padre ed il Santo Spirito, Egli può essere Perfetto Vicario delle Opere delle altre due ipostasi, senza confusione di identità.

Nella Sua Umanità, invece, Gesù visse la perfezione della vita umana all’interno dei recinti della Divina Volontà. Usando un semplice esempio matematico, pensiamo ad un insieme R (Redenzione) tale che qualsiasi suo elemento x (atto compiuto dall’Umanità di Gesù) debba essere contenuto solamente all’interno dello stesso: ∀x (∈∃!) R (un qualsiasi “x” esiste unicamente all’interno di “R”)

Gli atti umani che non si fondono nell’Intelligenza Divina, ovvero gli atti degli uomini che non sono riconosciuti dal Verbo, non possono venir assunti da Gesù per essere redenti. Ma per potersi fondere nei Suoi Atti, gli atti delle creature devono chiedere in prestito al Padre il potere di partecipare agli stessi identici atti di Gesù, con tensione alla realtà, alla fattualità (da atti di desiderio amoroso e d’immaginazione mistica ad atti divini per partecipazione). Ecco il perché della necessità di andare a Gesù: per difenderLo dagli assalti del peccato affinché Egli possa completare perfettamente la Redenzione. Se Gesù avesse fatto un minimo peccato, non ci sarebbe stata la Redenzione: era ben giusto, dunque che Egli fosse Immacolato come la Sua Divina Madre. Se per la Beata Vergine Maria parliamo d’Immacolata Concezione, per Gesù dovremmo parlare d’Immacolata Incarnazione.

La fede nella stabilità del reale e dei fatti della storia è fondamentale (significa onorare la Memoria Divina, lo Spirito Santo) per ottenere il Sommo Dono di sostenere e consolare Gesù anche duemila anni dopo le vicende della Sua Vita terrena (per approfondire il Dono della Divina Volontà rimandiamo agli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta, stimata da San Pio X). Questa teologia morale in chiave cristologica la potremmo chiamare “Cristodicea”, e rispetto alla Teodicea non è speculativa (il Padre è Speculazione Creante, ma non per mera necessità coatta come riteneva Spinoza, Essendo Egli pienamente libero), quanto piuttosto pratica (etica/morale + teologia spirituale).

Ecco cosa dice “il Filosofo” per antonomasia, come lo definisce San Tommaso: “Resta ancora un problema: se ciò che è pensato dall’Intelligenza divina sia composto. In tal caso, infatti, l’Intelligenza divina muterebbe, passando da una all’altra delle parti che costituiscono l’insieme del suo oggetto di pensiero. Ed ecco la risposta al problema. Tutto ciò che non ha materia non ha parti. E così come l’intelligenza umana – l’intelligenza, almeno, che non pensa dei composti – si comporta in qualche momento (infatti, essa non ha il suo bene in questa o quella parte, ma ha il suo bene supremo in ciò che è un tutto indivisibile, il quale è qualcosa di diverso dalle parti): ebbene, in questo stesso modo si comporta anche l’Intelligenza divina, pensando sé medesima per tutta l’eternità (Aristotele, Metafisica, 1075a)”.

Nella Summa dell’aquinate, inoltre, così ben si sentenzia: Dio “ha fatto diventare peccato Cristo”, non già permettendone il peccato, ma facendolo vittima del peccato; conforme alle parole del profeta, secondo le quali i sacerdoti “mangeranno i peccati del popolo”, in quanto a norma della legge mangiavano le vittime immolate per il peccato. Nello stesso senso si legge in Isaia: “Il Signore ha posto sopra di lui i peccati di noi tutti”, cioè l’ha consegnato perché fosse vittima dei peccati di tutti gli uomini. Oppure si può dire che “lo fece peccato” nel senso che lo fece “con una carne somigliante a quella del peccato”, come dice S. Paolo. E ciò a motivo del corpo passibile e mortale che assunse. (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIIª q. 15 a. 2 ad 3).

Concludendo: “Una certa fortezza lo spirito la dimostra resistendo alla concupiscenza della carne quando gli si oppone, ma esso dimostra una fortezza maggiore quando la reprime totalmente così da eliminarne le brame disordinate. Questa era appunto la condizione di Cristo, il cui spirito aveva raggiunto il sommo grado della fortezza. E sebbene egli non abbia dovuto sostenere il combattimento interiore del fomite, subì però la lotta esterna del mondo e del diavolo, trionfando dei quali meritò la corona della vittoria (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIIª q. 15 a. 1 ad 4)”.

Ed il Trionfo fu il conseguimento della Redenzione del mondo intero dal peccato, la possibilità per ogni uomo e donna di ogni tempo e luogo (di questa Storia della Salvezza nella quale le generazioni umane sono innestate) di ottenere la vita eterna.

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