La violenza sulle donne di cui nessuno parla

di Rita Lazzaro

NON È VIOLENZA SULLE DONNE IMPEDIRE AD UNA BAMBINA DI DIVENTARE DONNA O A UNA MADRE SURROGATA DI MORIRE A CAUSA DELL’UTERO IN AFFITTO?

L’imperante cultura transfemminista identifica la violenza sulle donne nel maschio bianco etero cis, tralasciando, o per svista o per mera ignoranza, una molto più subdola che miete vittime su vittime.

Iniziamo con le parole rilasciate da Connie Yates a La Nuova Bussola Quotidiana in seguito alla morte della piccola Indi Gregory. «A noi genitori rimane il senso di colpa per non aver potuto salvare i nostri figli». «In tribunale i medici mentono ma i giudici sono dalla loro parte». «Dobbiamo continuare a combattere per impedire che altre famiglie debbano vivere la stessa cosa». «Speravo non accadesse anche a loro. Vivranno con questo per il resto della loro vita». «Non ho molta speranza che il sistema cambi, ma non possiamo arrenderci, dobbiamo continuare a lottare, anche se nulla è cambiato da quando Charlie è morto sei anni fa».

Dinamiche ma soprattutto un dolore che la donna, ahimè, conosce perfettamente. Infatti, anche lei, come Claire, madre di Indi, ha fatto di tutto per salvare suo figlio, il piccolo Charlie Gard di soli 10 mesi dall’abominevole pratica dell’eutanasia.

Una battaglia contro un sistema di medici e di giudici in perfetta sintonia tra loro quando si tratta di staccare la spina, ovviamente, nel “Best interest of child”, stroncando vite e distruggendo famiglie, proprio come successo a queste due donne.

Due madri che hanno assistito impotenti alla morte dei loro piccoli, nonostante si fossero opposte con tutte le loro forze.

Il cuore di Connie si è fermato il 28 luglio 2017, con quello di suo figlio Charlie, quando il personale sanitario ha staccato il respiratore che lo teneva in vita. Da allora, numerosi bambini e adulti hanno subito la stessa sorte nel Regno Unito, proprio come successo alla piccola Indi che, come Charlie, soffriva di sindrome da deplezione del DNA mitocondriale (MDS).

“La notizia della morte di Indi è devastante. Speravo che non accadesse anche a loro. Spero che troveranno un po’ di pace sapendo che hanno fatto tutto il possibile per Indi. Il problema è che è stato loro impedito di fare di più. Se fossero riusciti a portare Indi in Italia, oggi sarebbe ancora viva. Non è colpa loro. Ma noi genitori viviamo con il senso di colpa per non essere riusciti a salvare i nostri figli. È incomprensibile per chiunque non abbia vissuto l’esperienza. È qualcosa che non riesci mai a superare e con cui devi convivere per il resto della tua vita. Io soffro ancora di stress post traumatico (PTS)”.

Donne, madri, condannate a vivere con la morte del figlio nel cuore ma l’aspetto ancor più devastante è che lottano da sole contro un sistema sanitario e giudiziario che condanna a morte un bambino” nel suo miglior interesse “.

Questa non è violenza? Non è violenza sulle donne impedire ad una madre di fermare i medici che decidono di condannare a morte suo figlio? Non è violenza sulle donne far assistere ad una madre, completamente impotente, la morte di un figlio, nonostante lei si fosse opposta? Non è violenza sulle donne impedire ad una bambina di diventare donna?

E, a proposito di violenza sulle donne, maternità inclusa, parliamo anche di un altro abominio gettato nel limbo: la morte delle madri surrogate. Ciò lo si può riscontrare in un articolo che Jennifer Lahl, fondatrice e presidente del Center for Bioethics and Culture Network e attivista contro l’utero in affitto, ha concesso e inviato direttamente a Pro Vita & Famiglia onlus.

Un articolo da cui emerge che, secondo studi scientifici recenti nella GPA (gestazione per altri, o più semplicemente conosciuta come utero in affitto), le complicazioni durante la gravidanza o durante il parto hanno una probabilità decisamente più elevata. Complicazioni che possono addirittura portare alla morte della madre surrogata, come successo in alcuni casi, “stranamente” riportati raramente dai media.

Come successo a Michelle Reaves, la cui morte il 15 gennaio 2020 è stata sì annunciata dai media che, però, non hanno riportato le cause del decesso. Infatti, gli esiti negativi della maternità surrogata sono quasi sempre silenziati. Non per nulla, in questo caso, solo grazie alla dichiarazione della famiglia mediante Facebook è stata messa alla luce la vera causa della morte precoce della donna: una rara sindrome clinica chiamata embolia da liquido amniotico.

Ma Michelle Reaves (moglie, madre di due bambini e già madre surrogata di un altro bambino) non è la prima vittima. Un’altra dichiarazione — rimasta nell’anonimato nel timore di ripercussioni legali — ci parla del caso di Crystal Wilhite, madre surrogata al CSP (Center for Surrogate Parenting, Centro per la Genitorialità Surrogata, in California), la cui morte è avvenuta dopo le dimissioni precoci in seguito di un travaglio precoce. La donna è morta nella sua casa in California nel febbraio del 2017 e la causa, successivamente, è stata è riconosciuta come un’embolia.

Jennifer Lahl, attivista, fondatrice del Center for Bioethics and Culture Network e autrice del famoso documentario Eggsploitation del 2011, ha spesso ribadito che molte delle donne che mettono a disposizione il proprio corpo per “offrire il dono della vita”, provengono da una situazione economica disastrata che, di conseguenza, facilita le condizioni per sfruttarle senza essere pienamente informate dei rischi a cui vanno incontro.

Già da tempo è stato smentito il fatto di considerare i rischi di una gravidanza surrogata esattamente gli stessi di qualsiasi altra gravidanza. Infatti studi recenti (tra cui quello di FertStert.org) e la letteratura medica oggi a disposizione hanno dimostrato come chi affronta una gravidanza surrogata affronta un rischio tre volte più alto di sviluppare complicazioni come ipertensione e preeclampsia, così come rischi decisamente elevati di sviluppare diabete mellito gestazionale e placenta previa.

Tra le altre complicazioni vi sono anche le casistiche molto più elevate di parti prematuri e bambini sottopeso, così come probabilità molto più alte di parti gemellari, ricoveri in terapia intensiva neonatale e tempi più lunghi nei ricoveri delle madri surrogate. Il tutto con costi ospedalieri molto più elevati. A tutto questo da aggiungere il grande giro d’ affari che ruota attorno all’ utero in affitto.

Il sito surrogacyitaly.com riporta, ad esempio, i casi specifici di diversi contesti in cui si può ricorrere alla maternità surrogata e dove il prezzo varia di Stato in Stato. Si va dai 49.900 euro in Ucraina ai 78 mila euro in Grecia; dai 61mila in Albania ai 58mila in Georgia. Negli Usa il costo della maternità surrogata è il più alto al mondo: arrivando addirittura tra i 100mila e i 180mila euro. Uno scenario raccapricciante a cui si aggiunge la restituzione del “pacco” se il “contenuto” è “difettoso”, si parla dei casi in cui figli nati da madre surrogata “sono stati lasciati al mittente” perché disabili.

Come successo, ad esempio, in Ucraina nel 2016 con la piccola Bridge prima commissionata, poi nata alla 25esima settimana di gestazione con 800 grammi di peso dove i medici le riscontrano danni cerebrali e quindi scartata perché disabile per essere infine sbattuta in un orfanotrofio. Madri che si trovano costrette ad assistere alla morte dei loro figli nonostante si siano opposte, bambine private del diritto di diventare donne perché considerate “incurabili”, bambine private della loro madre ed usate come un pacco Amazon e, nel peggiore dei casi, scartate perché “difettose”, tutto questo mentre la loro madre viene trattata come un forno usa e getta diretto a soddisfare i capricci dei tanto ricchi quanto miseri.

 

FOTO DI COPERTINA: https://depositphotos.com/it/home.html

Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments