I campi di prigionia e di sterminio del Novecento

I campi di prigionia e di sterminio del Novecento

di Pietro Licciardi


DAI CAMPI DI CONCENTRAMENTO INVENTATI DAGLI INGLESI NELLA GUERRA BOERA AI LAGHER NAZISTI

Con il professor Marco Cimmino, storico, affrontiamo un altro argomento di carattere storico forse poco noto al grande pubblico: i campi di concentramento, di prigionia e di sterminio; un fenomeno che ha caratterizzato il Novecento.

Professore, come abbiamo detto in un’altra recente intervista Adolf Hitler e i nazionalsocialisti non hanno inventato nulla. Ad esempio non sono stati loro ad inventare i campi di concentramento, stile Auschwitz e Dachau per la detenzione dei civili. A chi va il merito di questa invenzione?

«Il merito va ai più insospettabili: gli inglesi, che hanno creato i campi di concentramento come strumento di pressione psicologica nella guerra boera. I boeri praticavano una guerriglia molto efficace e siccome si era in una situazione di stallo i britannici pensarono bene di deportare in questi campi di concentramento le famiglie boere e questo ha contribuito a fiaccare la resistenza dei combattenti. Naturalmente non si trattava di campi di eliminazione ma si è visto fin dall’inizio che un campo di concentramento presentava tutta una serie di problemi che altri tipi di detenzione non avevano».

Ad esempio?

«Ad esempio le epidemie. Nel campo di concentramento il contatto fisico tra i detenuti è molto stretto e il rischio di episodi epidemici, uniti alla sottoalimentazione e a tutti gli altri disagi, rendeva le epidemie molto diffuse: con esse vi era la necessità di eliminare i cadaveri e questo porta fin da subito alla presenza nei campi di forni crematori, che poi diventeranno un triste simbolo». 

Immaginiamo vi siano stati parecchi morti tra i civili boeri

«Soprattutto se consideriamo il clima sudafricano che non era ideale. Inoltre nei campi di concentramento inglesi ci finivano donne e bambini che sono una categoria particolarmente fragile. Comunque gli inglesi in Sudafrica ne hanno combinate di tutti i colori e mi piace ricordare che entusiasta sostenitore questa “simpatica” campagna di deterrenza nei confronti degli afrikaner fosse quel Baden Powell fondatore degli scout che in certi ambienti viene ricordato come una specie di santo».

Immaginiamo che mettere in un campo dei civili è cosa diversa dal rinchiudere soldati nemici catturati i quali comunque dovrebbero essere protetti da convezioni internazionali. E tuttavia anche in questo caso non sono mancati orrori.  Con la leva di massa – introdotta dalla Rivoluzione francese – gli eserciti sono diventati enormi e di conseguenza anche il numero dei prigionieri è lievitato con tutti i problemi logistici del caso.  Durante la guerra civile americana del 1861-1865 per esempio ci furono quasi 500mila prigionieri, e di questi morirono il 12% dei sudisti e i 15% di quelli dell’Unione. Lei che può dire a riguardo?

«Innanzitutto la disparità tra il numero di perdite unioniste e confederate ci dice che la detenzione dei soldati dipende dalla condizione del paese in cui si trovano. Siccome il Sud era stretto dal blocco navale dell’Unione i soldati unionisti stavano peggio perché gli stessi sudisti stavano peggio. Questo è un dato incontrovertibile di quasi tutti i fenomeni di concentrazione di prigionieri di guerra ma d’altra parte è diventato una scusa per nascondere veri e propri olocausti. Si pensi ai prigionieri russi nella seconda guerra mondiale, morti in quantità spaventose, la cui scomparsa è stata attribuita alle difficili condizioni di tutto il popolo tedesco, quando in realtà a Mauthausen i russi erano molto numerosi e hanno subito angherie di ogni sorta».

Nel sistema concentrazionario tedesco dopo il ’43 vi capitarono anche non pochi italiani…

«Nella detenzione dei prigionieri di guerra, normalmente tutelati dalle convenzioni internazionali di Ginevra e dell’Aia, c’è stata una categoria che è quella degli Imi, ovvero degli Internati militari italiani, che non erano prigionieri di guerra e che sono stati messi in questa misera condizione da Badoglio, col suo comunicato all’indomani della firma dell’armistizio di Cassibile secondo il quale il regio esercito avrebbe dovuto rispondere agli attacchi da “qualunque altra parte venissero”. Questo ha fatto sì che tra l’8 settembre e il 13 ottobre, data in cui il governo del Sud ha dichiarato guerra alla Germania, chiunque resistesse con le armi ai tedeschi si poneva dal punto di vista del diritto internazionale nella condizione di franco tiratore e quindi di non poter godere delle tutele internazionali. Cefalonia è stata l’azione più evidente. Gli Imi inoltre sono stati quelli che posti davanti all’alternativa se arruolarsi o meno tra le forze repubblicane italiane assieme ai tedeschi hanno risposto di no. Un atto di resistenza che è costato loro piuttosto caro».

Anche nella prima guerra mondiale ci furono centinaia di migliaia di prigionieri da entrambe le parti. Qual era la loro situazione nei campi dell’Intesa e quale in quelli della Triplice alleanza?

«Nella Triplice Alleanza i prigionieri di guerra francesi e inglesi erano trattati generalmente meglio degli altri perché ricevevano tramite la Croce Rossa un maggior numero di aiuti da casa. Il prigioniero di guerra infatti per la sua sopravvivenza dipende moltissimo dagli aiuti che riceve da casa. Gli italiani hanno ricevuto molti meno aiuti. E’ controversa la questione se sia stato proibito dopo Caporetto di mandare ai nostri prigionieri i pacchi della famiglia ma è certo che i nostri prigionieri sono stato molto male e posso dire che anche in Italia i soldati della Triplice, soprattutto quelli mandati in alcuni campi, hanno avuto una vita molto dura, tanto che dopo il congresso di Roma dell’aprile 1918 sui popoli oppressi, quando a questi prigionieri, per lo più slavi, è stato offerto di essere liberati per combattere contro l’Austria-Ungheria molti hanno accettato. In generale diciamo che inglesi, francesi e, dall’altra parte, tedeschi hanno goduto di un trattamento tutto sommato umano. I prigionieri italiani, russi, serbi, austroungarici nei campi italiani no, sono stati decisamente trattati male e anche la percentuale di morti è stata rilevate. Gli italiani in Austria-Ungheria e in Germania, dove molti sono stati mandati soprattutto dopo Caporetto, hanno avuto un numero enorme di morti».

Mentre fino alla prima guerra mondiale morte e malattie falciavano vite nei campi di prigionia militari a causa delle difficoltà logistiche nel nutrire e curare una tale massa di persone in situazioni di penuria, dato che tutte le risorse erano per il fronte, con la seconda guerra mondiale ci fu forse un salto di qualità per così dire. Infatti si aggiunse anche una volontà di sterminio. I tedeschi facevano morire di fame i russi catturati e i russi sfoltivano il numero dei tedeschi e degli italiani con lunghissime marce forzate…

«Si, i tedeschi i russi li sfoltivano subito, nel senso che spesso non facevano prigionieri, a differenza degli italiani. Questi ultimi morirono a frotte nella marcia del davai. Diciamo che nei primi due mesi dalla cattura il rischio di morire era molto forte; poi, se i prigionieri riuscivano ad arrivare nei campi di prigionia all’interno della Russia, facevano una vita sempre durissima ma il numero dei morti divenne molto inferiore. Tra l’altro all’inizio erano i mesi di gennaio e febbraio del 1943, poi, migliorate le condizioni climatiche anche il destino dei prigionieri è migliorato».

Cosa ha determinato questo aumento di crudeltà?

«Credo che la grande differenza tra i campi di prigionia della prima guerra mondiale e quello che è successo dopo sia stata determinata da ciò che ha trasformato anche la società, ovvero l’ideologizzazione di molti aspetti della vita. Con l’affermarsi dei grando totalitarismi del Novecento il campo di concentramento è diventato una sorta di alternativa al carcere per un numero tale di prigionieri politici o di opinione che il carcere non avrebbe potuto contenere e quindi cominciano ad essere utilizzati ex campi di concentramento militari della prima guerra mondiale e altri poi diventati tristemente famosi durante l’olocausto. Auschwitz nasce come campo di prigionia per militari e infatti anche l’impatto visivo che si ha recandosi in quel luogo, con quelle casette di mattoni, non è così terribile. Ma Birkenau, che sorge praticamente accanto, è una cosa completamente diversa e confrontando questi due campi si capisce l’evoluzione: da campo di concentramento a campo di sterminio, il cui scopo è totalmente diverso».

In quale momento avvenne questa metamorfosi?

«Il campo di sterminio comincia ad essere veramente tele all’indomani della conferenza di Wannsee del gennaio 1942, in cui nacque l’esigenza della “soluzione finale” poiché la Germania non si poteva più permettere di mantenere tanti prigionieri. Credo che quello che fa della Shoah un evento unico all’interno dei grandi olocausti del Novecento – ad esempio l’Holodomor ucraino ha fatto più morti della Shoah – è proprio l’approccio cinicamente industriale al “problema”. Semplificando un po’ possiamo dire che nella prima guerra mondiale esistono grandi campi di concentramento per prigionieri di guerra, come Mauthausen, che in parte saranno riciclati come campi di detenzione per prigionieri politici e man mano che cresce il numero dei “nemici” dei totalitarismi questi campi aumentano a dismisura per diventare giganteschi dopo l’operazione Barbarossa e l’arrivo di milioni di prigionieri russi la cui maggioranza troverà la morte a causa delle mostruose condizioni igieniche e alimentari. Con la soluzione finale invece subentra la volontà di sterminio, con le selezioni e l’organizzazione logistica volta all’eliminazione»

La morte, quindi, organizzata secondo quei criteri tecnico-scentifici in auge nelle società del tempo

«Gli olocausti sono infatti figli dello scientismo, non del medioevo. Non è il sonno della ragione che genera quei mostri, ma la fiducia cieca nella ragione senza umanità e senza carità. Questo andrebbe chiarito perché ci sono molti equivoci»

(fine della prima parte)

Qui l’intervista integrale

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