Oriana Fallaci e l’Islam


Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Chi ama la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita…Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa comandare, non è un essere umano”. Queste parole della scrittrice e giornalista fiorentina Oriana Fallaci (1929-2006) tratte da une vecchia intervista di Luciano Simonelli rendono forse meglio di qualsiasi altro commento la caratura del ‘personaggio’ Oriana Fallaci, tra le figure più controverse della cultura italiana contemporanea. Fallaci nasce il 29 giugno del 1929 a Firenze e al capoluogo toscano resterà, in un modo o nell’altro, sempre legata. Proveniente da una famiglia antifascista, all’età di 10 anni la giovane entra nel movimento clandestino di resistenza Giustizia e Libertà (fondato a Parigi nel 1929 dall’esule Carlo Rosselli (1899-1937)), assieme al padre. Poco dopo, durante l’occupazione nazionalsocialista di Firenze proprio il padre verrà rapito e sottoposto a feroci torture dagli occupanti tedeschi: riuscirà però a salvarsi. L’esperienza drammatica, comunque, segnerà profondamente e a lungo la formazione della coscienza della futura scrittrice. Quel che qui interessa del suo pensiero – la descrizione della crisi della civiltà occidentale e il grido d’allarme contro l’Islam belligerante del post-11 settembre 2001 – si sviluppa peraltro a seguito di una genuina maturazione culturale e spirituale avvenuta in età adulta e giunta a compimento negli scritti della cosiddetta ‘trilogia’: ovvero i saggi, tutti pubblicati tra il 2001 e il 2005, La rabbia e l’orgoglio (che riprende ed amplia un lungo articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 29 settembre 2001 a seguito della strage delle ‘Twin Towers’ di New York), La forza della ragione (concepito come un post-scriptum al primo e tutto incentrato sulla denuncia di ‘Eurabia’, l’Europa dimentica di Cristo e al tempo stesso prona di fronte alla bomba demografica arabo-islamica), Oriana Fallaci intervista sé stessa e L’Apocalisse. Soltanto in Italia si parla di milioni di copie vendute in pochi anni, mentre all’estero le traduzioni hanno superato più di venti lingue.

Il libro che inaugura la trilogia è La rabbia e l’orgoglio che – fin dal titolo – manifesta il carattere militante della prosa della scrittrice. Con il saggio Fallaci interrompe un silenzio durato oltre dieci anni e il motivo è evidente: lei stessa, vivendo a Manhattan, è stata testimone dello schianto improvviso delle Torri gemelle, e delle migliaia di morti che hanno provocato, devastando una città e gettando un popolo intero nel terrore, senza alcuna dichiarazione di guerra. Il pamphlet, tuttavia, è un atto d’accusa non solo contro l’Islam fondamentalista ma anche contro i mediocri governanti occidentali, schiavi del pensiero debole e del linguaggio politicamente corretto. Per Fallaci all’Occidente di oggi manca il coraggio delle idee forti e la capacità di argomentarle con la logica della ragione naturale (tipica peraltro della sua tradizione classica). L’Occidente è malato non solo fisicamente (come testimonia la crisi epocale della natalità che lo affligge da tempo) ma anche e soprattutto nell’anima. La decadenza morale è uno dei leitmotiv ricorrenti dell’autrice che in essa vede un parallelo con l’Europa del 1938, quando le principali potenze del Continente chiusero gli occhi di fronte all’invasione della Cecoslovacchia perpetrata da parte di Adolf Hitler (1889-1945), il cosiddetto “spirito di Monaco”. Come, nell’illusione di depotenziarne l’atteggiamento bellicoso, Francia e Inghilterra allora accettarono di fatto l’occupazione illegale nazista, così l’Occidente di oggi – sperando di limitarne le rivendicazioni – si mostra acquiescente verso l’avanzata dell’immigrazione islamica e, più in generale, il pensiero islamista che conquista gradualmente la politica e la società. In realtà, anti-occidentalismo e filo-islamismo sono due facce della stessa medaglia: l’Islam è il nuovo nazifascismo (senza dimenticare che Hitler stesso fu spalleggiato delle dittature arabe) e se l’Occidente vuole salvare la sua libertà deve essere pronto a combattere come fece durante la II Guerra Mondiale (1939-1945). La rabbia insomma non è solo sinonimo di negatività: c’è anche una rabbia positiva che muove a cambiare le cose e a combattere la passiva accettazione dello status quo. Come l’orgoglio (sentimento che contraddistingue molte pagine di questi suoi scritti) per la propria identità e la propria libertà che spinge all’azione. Critica, come accennato, la scrittrice lo è anche verso il linguaggio dei politici e dei mass-media occidentali, succubi a loro volta di complessi culturali filo-islamici. Questo suo atteggiamento politicamente scorretto la portò a pagare più volte in prima persona: come accadde, ad esempio, nel 2002 quando la scrittrice venne citata – in Svizzera – dal locale Centro Islamico e dalla sede di Losanna di S.O.S. Racisme per il contenuto, ritenuto razzista, di La rabbia e l’orgoglio. Nel novembre dello stesso anno un giudice svizzero emise un mandato d’arresto per la violazione degli articoli 261 e 261bis del Codice Penale e ne richiese l’estradizione o, in alternativa, il processo da parte della magistratura italiana. L’allora ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, respinse però la richiesta ricordando ai giudici elvetici che la Costituzione Italiana protegge la libertà di espressione (l’episodio è menzionato nel suo successivo La forza della ragione).

Una delle espressioni che la rese famosa nel suo ultimo scorcio di vita fu senz’altro quella di “Eurabia” (derivata in realtà dalla studiosa egiziana naturalizzata britannica Bat Ye’Or, autrice del saggio omonimo, cfr. Eurabia, Lindau, Torino 2007) utilizzata giornalisticamente con fortuna anche nei suoi discussi editoriali su Il Corriere della Sera, diretto in quegli anni da Ferruccio De Bortoli. Il senso era racchiuso tutto nel neologismo: l’Europa, culla millenaria della civiltà, rischia oggi di diventare una provincia islamica, se i flussi migratori continuano indisturbati. In molte città, denuncia Fallaci, stanno nascendo tante altre piccole mini-città islamiche che non si integrano con il tessuto urbano e pretendono una legislazione a parte. Per reagire, occorre anzitutto la sana riscoperta della tradizione storica occidentale che per l’Europa, e per l’Italia in particolare, significa Cristianesimo. In questa delicata situazione geo-politica, peraltro, l’Italia – in ragione della sua posizione – è particolarmente a rischio di ‘invasione’. Di fatto, la ‘questione demografica’, se non controllata, potrebbe diventare una vera e propria arma di colonizzazione etnica. Dopo Dio (con cui aveva avuto sempre un rapporto controverso), l’autrice riscopre quindi anche il valore della patria, cambiando sensibilmente i riferimenti culturali della giovinezza. E se la patria va difesa dalle minacce sempre più concrete che arrivano dall’Oriente islamista è chiaro che nella visione della Fallaci non c’è spazio per il pacifismo, come d’altronde la storia del Novecento appena trascorso insegna. La libertà va difesa ad ogni costo e l’anelito verso la libertà la porta a coraggiose prese di posizione che le costano pesanti accuse di xenofobia. Per una come lei, che si è sempre definita con orgoglio – e anche in ragione della sua storia personale – ‘liberale’, non potrebbe esserci offesa peggiore. Ma si tratta di difendere anche la libertà di chi, all’interno del mondo islamico, non ha spazio alcuno, come le donne, umiliate, spesso maltrattate e infine condannate a morte con la lapidazione.

Esempio indiscusso di libertà sono invece gli Stati Uniti, dove l’autrice vive gli ultimi anni: per questo Fallaci non comprende la crescita esponenziale dell’antiamericanismo in Europa, soprattutto a livello di classi dirigenti. Gli Stati Uniti, criticabili per molti aspetti, sono comunque il massimo esempio mai realizzato di una civiltà libera e democratica, non perfetta, ma politicamente e militarmente ‘forte’ ed è proprio la forza che oggi manca all’Europa. Uno sguardo alla situazione di Paesi come la Germania (invasa dall’emigrazione turca) e la Spagna (debole verso il terrorismo islamico dopo la strage di Madrid nel 2004) lo conferma in pieno. Fallaci denuncia inoltre il carattere totalitario e oppressivo della Shari’a (la legge islamica che non prevede distinzione fra potere temporale e potere spirituale e nega il principio di laicità). La battaglia contro l’Islam, quindi, è non solo politica ma anche culturale e spirituale. Si gioca nelle scuole (dove va salvaguardata l’ora di religione cattolica, a dispetto di chi vorrebbe introdurre il Corano) e perfino nelle chiese (come quella di San Petronio a Bologna dove un affresco, giudicato offensivo e quindi a rischio di ‘oscuramento’, di Giovanni da Modena (1379-1455) ritrae – fedelmente a quanto riportato nella Divina Commedia di Dante – Maometto (570-632), il fondatore dell’Islam, all’Inferno). Si comprende così, perché, alla fine di questo percorso ragionato, benché non esente da passioni, Fallaci potesse definirsi “un’atea cristiana”: cristiana cioè – se non per fede – per gratitudine al portato di libertà, civiltà e progresso che il Cristianesimo ha generato.

 

DAVID TAGLIERI
in Corriere del Sud n. 17
anno XX/11, p. 3

 


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Oriana aveva visto chiaro.
Oggi lo vediamo ogni giorno.
Signore Gesù Salvaci da questa invasione Islamiche.

Si,Signore,salva l’Europa,rendila forte nella fede,salva la Chiesa!