Walesa, un film per capire la storia del comunismo


Il teologo statunitense George Weigel in uno dei pochi (bei) libri tradotti anche in Italia sull’argomento (cfr. G. Weigel, L’ultima rivoluzione. La Chiesa della resistenza e il crollo del comunismo, Mondadori, Milano 1994) l’ha definita a suo tempo una rivoluzione spirituale guidata “idealmente” dall’autorità morale della Chiesa in generale e di Papa Giovanni Paolo II in particolare.

Il riferimento è, naturalmente, ai fatti epocali del 1989 nell’Europa dell’Est, quando uno dopo l’altro crollarono improvvisamente tutti i regimi comunisti continentali senza spargimento di sangue alcuno,né guerre fratricide. Quell’anno straordinario – la cui fotografia simbolica sarà l’abbattimento del Muro di Berlino che dal 1961 aveva diviso vergognosamente la Germania, e le sue famiglie,in due Stati contrapposti in lotta uno contro l’altro – cominciò in Polonia con l’insurrezione di Solidarnosc, il sindacato dei lavoratori fondato nel 1980 a seguito del primo viaggio pastorale di Papa Wojtyla in Patria e le cui azioni non-violente di massa sarebbero passate alla storia. Se a Varsavia quei giorni li ricordano tutti ancora oggi, non altrettanto si può forse dire per il resto dell’Europa dove la memoria di quei fattiè stata in breve tempo messa da parte quasi fosse qualcosa da rimuovere,o di cui vergognarsi.

Sana ora questa lacuna il film di Andrzej Wajda – già brillante regista di Katyn nel 2007, nomination come miglior film straniero agli Oscar di Hollywood – su Lech Walesa (Walesa, l’uomo della speranza) che ripercorre in modo epico la vita del fondatore del primo sindacato libero Oltre cortina nonché Presidente della Repubblica all’indomani della liberazione dal giogo comunista.

Walesa, anche per l’amicizia con Giovanni Paolo II, è tutto sommato noto anche al grande pubblico in Italia. Il suo faccione da tipico polacco con i grandi baffi è stata una delle icone europee più trasmesse degli anni Ottanta e Novanta: dai tg ai giornali, il suo volto ha contribuito a caratterizzare un’epoca storica e ce lo ritroveremo sui libri di storia di domani.Meno noto è invece quello che questo umile elettricista dalla grande fede ha rappresentato perla storia nazionale polacca e il cattolicesimo orientale. Per capirlo,ci voleva appunto un film documentato su Solidarnosc.

La storia di questo sindacato unico sotto ogni punto di vista in Patria sulla Vistola è già leggenda ma fuori dai confini locali purtroppo ha pochi cultori. Anzitutto per i numeri:a pochi anni dalla sua nascita improvvisa e non programmata,il movimento arrivò a toccare la quota strabiliante dei dieci milioni(milioni!) di iscritti raccogliendo gente di ogni ceto ed estrazione(più di 1/3 della popolazione).Oggettivamente, non si ricorda una cosa del genere nella storia europea. Il sindacato occidentale in quanto tale, in effetti, è stato spesso contrassegnato, da logiche quasi partitiche ed esclusivistiche, facendo della cura gelosa del proprio “particulare” (per dirla con una celebre espressione di Niccolò Machiavelli) il suo invalicabile orticello.

Non così, invece, dalle parti di Danzica, dove il nuovo soggetto nacque, nell’ormai mitica estate del 1980, praticamente a ridosso, come si diceva, dal viaggio di Wojtyla. Solidarnosc (che in polacco significa, non a caso, “solidarietà”, la parola che più il Pontefice utilizzò nei suoi incontri pubblici) è stata un’aggregazione interclassista per definizione, proprio perché cattolica e apartitica. Un’idea di che cos’era può darla la scelta dell’iconografia originale del movimento: due figure di San Michele Arcangelo e della Vergine di Czestochowa.

Avete capito bene. Il principe degli Angeli e la Madonna lì onorata come Regina della Nazione, nel Santuario di Jasna Gora. Onestamente, difficile immaginare una cosa del genere in qualsiasi altra realtà sociale dell’Occidente, Italia compresa. E il motivo è chela nostra storia patria moderna,civile e religiosa, nonostante alcune analogie, a partire proprio dal cosiddetto “Risorgimento”, il processo politico di unificazione nazionale, è stata molto diversa da quella polacca. Quello strano sindacato che sarebbe diventato il più grande della storia continentale nacque, in effetti, con delle rivendicazioni ben precise. Salario minimo e contratto garantito, in primis, certo. Ma non solo.

Sfogliando i punti delle prime richieste al regime quel sindacato andava anche ben oltre: parlava di libertà religiosa e precetti da assolvere. No alla violazione delle festività cristiane per esempio e, persino, la richiesta di non onorare più Dio di nascosto. Uno degli ultimi punti era a questo proposito perentorio: vogliamo la Messa in fabbrica. Al che il regime capì subito che questa volta aveva davanti qualcosa di nuovo e imprevisto,e che forse, mai espressione fu più “adatta”, in fondo non era di questo mondo. La capitolazione a quel punto sarebbe stata solo questione di tempo. In gioco, si capisce, non c’era una questione di mere ore lavorate o di diritti professionali non tutelati ma molto ed infinitamente di più: un’idea della società, della storia e persino del mondo. Walesa, per esempio,era convintissimo di una cosa: che la fede preesistesse allo Stato e che, per essere manifestata,non bisognava chiedere permessi a nessuno, neanche ai comunisti.

Qualora il regime gli avesse negato quella libertà, loro se la sarebbero presa ugualmente, a qualsiasi costo, anche di morire. Perché gli apparteneva. Oggi diremmo: perché non era negoziabile. E poi,ovviamente, c’era la questione dell’anima identitaria da dare alla Nazione. Walesa, come qualsiasi vero polacco, era convinto che la Patria e il cattolicesimo fossero una cosa sola, come la storia del popolo nei secoli passati aveva d’altronde abbondantemente dimostrato.Il regime, viceversa,pensava che fosse qualcosa di cui– prima o poi – doversi liberare. Dal che si vede bene, tra l’altro, a che tipo di assurdità si può arrivare quando si coltiva l’ideologia astratta ignorando i dati della realtà.

Il film racconta tutto questo e molto altro ancora, in modo spettacolare e narrativamente avvincente,perché da allora veramente il corso della nostra storia europea cambiò. Giovanni Paolo II – che tornerà in Patria altre due volte nel giro di pochi anni, nel 1984 e nel 1987 – appoggiò esplicitamente il movimento di Walesa e le immagini degli operai polacchi in rivolta fecero il giro del mondo.A loro volta, le opposizioni dei Paesi vicini presero coraggio e iniziarono a chiedere (e a ottenere)le stesse cose che Walesa aveva chiesto in Polonia. Anche se non fu, dobbiamo ricordarlo,proprio una passeggiata. Molti,nel frattempo, continuarono infatti a morire ammazzati, vittime innocenti e veri e propri martiri di un sistema che continuò nella sua azione disumana fino alla fine: fra tra questi, proprio il cappellano di Solidarnosc, don Jerzy Popieluszko (1947-1984), che è stato beatificato il 6 giugno 2010 e su cui pure è uscito un film di Rafal Wieczynski (con protagonista Adam Biedrzycki, disponibile in commercio anche dalle nostre parti in dvd) di assoluto rilievo: Popieluszko. Non si può uccidere la speranza. Per tutto questo a nostro avviso l’ultima pellicola di Wajda andrebbe vista e fatta vedere senza reticenze il più possibile non solo per mostrare semplicemente “come eravamo” a Est di Berlino ma per dimostrare, anche con riferimenti puntuali, evidenze ormai sempre più nascoste o discusse: per esempio che la fede ha un rilievo pubblico, per esempio che la Dottrina sociale della Chiesa ha piena cittadinanza nelle scelte politiche e laiche di tutti i giorni, per esempio che la lotta per la libertà non è – né è mai stata – un copyright dell’illuminismo, del liberalismo, del socialismo o di chissà quale altra ideologia rivoluzionaria.Visti i tempi che corrono, e il relativismo etico-culturale che li caratterizza (sulle cattedre universitarie più insospettabili come nel mercato dell’intrattenimento popolare), non è poco, ci pare.

 

 

OMAR EBRAHIME
in Corriere del Sud n. 8
anno XXIV/15, p. 3


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