Un po’ di storia dimenticata (o occultata?) del Poverello di Assisi


Di Matteo Castagna

Ieri, 4 Ottobre, è stata la Festa di San Francesco d’Assisi, divenuto patrono d’Italia nel giugno del 1939, per volontà di Benito Mussolini.

Venne definito “il più italiano dei santi, il più santo degli italiani“, a suggello della Conciliazione tra la Santa Sede e lo Stato italiano. Il duce riteneva San Francesco come il simbolo di un patriottismo che si incardinava anche e soprattutto nella tradizione cattolica: “La nave che porta in Oriente il banditore dell’immortale dottrina accoglie alla prora infallibile il destino della stirpe, che ritorna sulla strada dei padri. E i seguaci del Santo che, dopo di lui, mossero verso Levante, furono insieme missionari di Cristo e missionari d’italianità“.

E’ indubbio che San Francesco faccia parte integrante della nostra tradizione nazionale ed il movimento religioso da lui costituito abbia contribuito fortemente a forgiare l’identità dell’Italia, con le sue opere: per non parlare del fatto che la nostra letteratura, nella lingua detta “volgare”, comincia – come tutti sanno – con il suo “Cantico delle Creature”.

Mario Castellano ci ricorda un po’ di storia dimenticata (o occultata?) del Poverello. Era di madre ebrea e di padre non propriamente “ariano”, in piena epoca di leggi razziali, a dimostrazione di quanto, alle volte, certa storia, venga mistificata, ma soprattutto San Francesco partecipò attivamente alla V^ Crociata e si recò dal Sultano d’Egitto in quella che, all’epoca, non poteva essere considerata una sorta di “missione di pace”. Il grande santo lo sapeva e confidava ai suoi di esser pienamente consapevole di rischiare il martirio, tanto quanto di non temerlo, addirittura di cercarlo.

Chi, nel 1939 aveva una visione del mondo più “laica” definiva questo approccio francescano come “audacia”, chi l’aveva confessionale la chiamava “virtù eroica”, ovvero, appunto, “santità”. Una minoranza, che, guarda caso, simpatizzava a sinistra, la chiamava “follia”.

Per Francesco (e per tutta la Civitas Christiana) era una “missione di Fede”, che consisteva nel portare il Verbo di Cristo agli islamici, auspicando la loro corresponsione alla Grazia della sincera conversione.

Chesterton, nel libro che gli dedicò, definì Francesco un innamorato di Dio e degli uomini, ma non un filantropo. Perché l’amore per gli uomini era, in lui, il riflesso dell’amore per Dio, che, successivamente o contemporaneamente, egli estendeva a tutto il resto.

In Francesco vi era la sintesi perfetta dell’essere cristiano e non umanista: egli amava le creature per amore del Creatore, così come insegna a fare Sant’Ignazio di Loyola nei suoi celeberrimi Esercizi Spirituali, che vengono predicati e seguiti sempre troppo poco. Francesco ci insegna che Dio ha il diritto di essere amato, lodato e servito in quanto Creatore di ogni cosa visibile ed invisibile e, per questo l’uomo ha il dovere di vivere con queste finalità per guadagnarsi l’Aldilà, praticando il Vangelo.

Guardando al messaggio di San Francesco, oggi, assistiamo, estasiati, all’inversione della concezione illuminista dei cosiddetti “diritti dell’uomo”, comprendendo che solo in un’ottica Cristocentrica si innalza l’essere umano alla sovra-natura per cui è stato voluto e creato.

“E questa fu la principale crociata del Poverello: la restaurazione e la propagazione del regno di Dio nella società del suo tempo, la quale, come la società d’oggi, si era allontanata per tempeste di odi, per divisioni interne, per guerre esterne. La pace e la felicità – pax et bonum – bandita dall’Araldo del gran Re non consisteva nel possesso dei beni materiali, nella sopraffazione degli uni sugli altri, nello sfruttamento fra popoli e popoli, nel far sottentrare alla forza del diritto il diritto della forza, sì bene consisteva nella guerra ai vizi ed agli errori, nel ristabilire la pace fra l’uomo e Dio, fra il Creato ed il Creatore; consisteva nel far rivivere con parola ispirata quella dolce armonia, ch’è figlia di schietta carità e di amore veramente sociale e divino. Il rinnovamento interiore dell’individuo, come fu il fondamento della propria vita, così fu la base ed il fine della predicazione di Francesco e delle sue dottrine, svoltesi specialmente nella società per mezzo del Terz’Ordine da lui fondato. Chi considera il Santo solo nell’azione esteriore della società, mostra di non conoscerlo perchè ne considera soltanto gli effetti senza assorgere alla causa, che fu il risanamento interiore, il quale riformando i costumi produsse il benessere sociale e civile, e perché egli tutto faceva procedere da Dio e dalla divina grazia, così è facile comprendere, dice Benedetto XV, quanto profondamente abbia scosso le moltitudini e quale rinnovamento salutare abbia operato tra esse”. (Almanacco di Terra Santa 1927)

Troppi hanno cercato di tirarlo per il saio, chi politicamente, chi religiosamente, chi socialmente. Ma la verità è una sola. C’è, persino, chi, nella società contemporanea, ha voluto prendere San Francesco come fosse una sorta di “Carolo Rakete” ante litteram, forse strumentalizzandolo nella maniera peggiore. Era pacifico, come chiedono le beatitudini. Non era un pacifista, come vorrebbero alcuni odiatori arcobaleno. Parlava con tutti per portarli alla Verità: “Pax Christi, in Regno Christi”, perché non vi può essere pace vera e duratura, senza Cristo (Via, Verità e Vita) e la Sua Chiesa (Corpo Mistico del Messia). Ce lo dimostra nell’estenuante opera di proselitismo e proprio nelle parole al Sultano: “Lo stesso sultano sottopose questo problema a [Francesco]: “Il tuo Signore ha insegnato nei suoi vangeli che il male non deve essere ripagato con il male, che non devi rifiutare il tuo mantello a chiunque voglia prendere la tua tunica, ecc. (Mt 5,40): Tanto più i cristiani non devono invadere la nostra terra”.

E il beato Francesco rispose: “Mi sembra che non abbiate letto il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo nella sua interezza. Infatti dice altrove: “se il tuo occhio ti fa peccare, strappalo e buttalo via” (Mt 5,29). Con questo, Gesù ha voluto insegnarci che se qualcuno, anche un nostro amico o un nostro parente, e anche se ci è caro come il bulbo del nostro occhio, dobbiamo essere disposti a respingerlo, ad estirparlo se cerca di toglierci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. È proprio per questo che i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le terre che abitate e combattono contro di voi, perché bestemmiate il nome di Cristo e vi sforzate di distogliere dal suo culto quante più persone possibile. Ma se voi doveste riconoscere, confessare e adorare il Creatore e Redentore, i cristiani vi amerebbero come se stessi” (discorso al Sultano, “Biografia di S. Francesco”, San Bonaventura)”.

Il Sultano non si convertì, così come la sua gente. Neppure la potente opera di apostolato di San Francesco può essere sufficiente per chi non vuol sentire e per chi è ostinato nella sua dura cervice. Ma ebbe ammirazione del Santo, della sua sincerità, del suo coraggio, tanto che non gli fece tagliare la testa e lo lasciò tornare in patria. Splendido insegnamento per indifferenti ed indecisi dei nostri tempi, ai quali San Giovanni nell’Apocalisse (3:14-16) ricorda che il Signore disse: “così, perché sei tiepido, e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca”.

 


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In Francesco vi era la sintesi perfetta dell’essere cristiano e non umanista:
Oggi invece si vuole divinizzare l’uomo.
Grazie e santa domenica nel Signore Gesù e ave Maria.