Bisogna insegnare ai bambini i veri diritti


 

Di Antonella Paniccia

Il giorno 20 novembre è stata celebrata la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, una magnifica occasione per porre al centro dell’attenzione coloro che appaiono, attualmente, i soggetti più indifesi della nostra società. Infatti, nonostante le associazioni di vario genere, i mass-media e le scuole si adoperino per diffondere i “diritti dei bambini”, appare sempre più lontano l’obiettivo di farli rispettare nella loro pienezza.

Com’è noto, nel novembre del 1959 fu approvata dall’ONU la Dichiarazione Universale dei diritti del Fanciullo: una Magna Charta dell’infanzia nella quale si compendiavano in 10 principi gli obiettivi generali relativi alla vita e allo sviluppo dei bambini e alle condizioni che avrebbero dovuto permettere all’infanzia di tutta la terra di essere felice e di godere dei diritti e delle libertà che le spettano.

Essa invitava i genitori, gli uomini, le donne, le autorità e i governi a riconoscere i diritti del bambino e, oltre a sottolineare il valore dei nuovi studi sulla prima fase dell’età evolutiva, volgeva in particolar modo l’attenzione verso la categoria dei bambini portatori di handicap sino ad allora emarginati: minorati fisici e sensoriali, psichici, disadattati sociali, finalmente considerati come soggetti da recuperare e da educare. I 10 principi dovevano essere riconosciuti a tutti i fanciulli, senza eccezione alcuna, e garantivano una speciale protezione ad ogni bambino affinché potesse crescere in modo sano e normale sul piano fisico, intellettuale, morale, spirituale e sociale, in condizioni di libertà e di dignità.

In sintesi, si indicavano i seguenti diritti: il diritto al nome, alla nazionalità, alle cure mediche, alla protezione sociale, all’alimentazione, alla casa, agli svaghi. Il fanciullo doveva essere protetto contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento, non doveva essere sottoposto a nessuna forma di tratta, né a pratiche che potessero portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione. In particolare, nel sesto principio, si affermava: “Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre”.

Trent’anni dopo, il 20 novembre 1989, fu adottata la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata poi dall’Italia il 27 maggio 1991. Con essa, per la prima volta, si riconobbero ai bambini diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici: grazie a questo documento, in quasi tutti i Paesi del mondo i bambini ora sono protetti e tutelati. In tal modo appare tutto magnificamente scritto e codificato. In realtà, a ben guardare, oggi si dovrebbe riconsiderare tale documento alla luce degli eventi che accadono nella società, per nulla rassicuranti al fine della felicità e della tutela dei bambini.

Io credo, infatti, che il primo diritto di ogni bambino debba essere il diritto a non essere soppresso, a vivere sin dal momento del suo concepimento nel grembo materno e ad essere tutelato in qualunque condizione fisica, psicologica o ambientale egli si trovi al momento della nascita.

Credo inoltre, come affermato nella Dichiarazione Universale dei diritti del Fanciullo, che ogni bambino abbia diritto a non essere separato dalla propria madre nella sua tenera età, perché una mamma è insostituibile ed egli deve poter continuare a gioire del suo sguardo, della sua voce, a riconoscere il profumo del suo corpo, la carezza delle sue mani, a gustare la dolcezza del suo latte, a sentire il tepore del suo seno. Nessun bambino dovrebbe essere visto, alla sua nascita, quasi come un inquilino rimasto in affitto in una “casa” (utero) non sua, per divenire poi simile ad un oggetto da acquistare e, magari, da poter anche restituire se non si è soddisfatti. Nessuno al mondo può attribuirsi il diritto di comprare un figlio con la pretesa di dare/ricevere amore: l’amore, è gratuito, è dono e, come tale, non può essere mercificato.

Credo che ogni bambino abbia il diritto non solo di andare a scuola, ma anche di sorridere ai compagni, di interagire e giocare con essi alla ricreazione, di correre nel giardino, di visitare gli spazi della propria città (pur nel rispetto di ogni precauzione oggi in vigore), di scoprire il sentimento della meraviglia esaminando i mutamenti della natura da vicino, senza dover essere obbligato a rimanere per ore imprigionato in un asettico banco a rotelle.

Credo che ogni bambino abbia il diritto di avere un nome certo, di conoscere il nome della sua vera mamma e del papà, perché il nome è l’impronta della vita, la prova dell’esistenza delle persone; negare il nome a qualcuno significa privarlo della sua storia, della sua provenienza, della conoscenza (quando possibile) dei suoi avi. Parimenti, penso che ogni bambino abbia il diritto di conoscere la storia del suo Paese d’origine perché ognuno di noi è anche frutto della cultura, dei costumi, delle tradizioni, del folklore, della fede di quanti l’hanno preceduto.
Credo, infine, che ogni bambino abbia il diritto di ricevere insegnamenti autentici sull’origine della vita, ad avere informazioni corrette su tutto ciò che riguarda il corpo umano, sui caratteri indelebili impressi nel proprio DNA, sulla unicità di ogni essere vivente. Accade invece che, navigando in rete, si colgano frammenti di video, perle educative pubblicate da docenti impegnati a far acquisire ai bambini consapevolezza dei loro diritti. Tutto innegabilmente bello, ma fatalmente illusorio qualora vengano taciute le verità fondamentali sull’origine della vita umana o quando, addirittura, venga manipolata la realtà con la narrazione di fiabe inverosimili.

Personalmente trovo biasimevole, per un docente, istruire bambini di otto anni su argomenti di cui sicuramente ignorano l’esistenza – e dei quali non sentono la necessità – attraverso la realizzazione di disegni, tutti a sfondo arcobaleno, inneggianti al diritto alla diversità. Viene da chiedersi cosa essi abbiano spiegato ai fanciulli, cosa intendessero con il termine diversità, visto che di tale diritto non si trova traccia alcuna nella Dichiarazione dei diritti del bambino. A meno che non si voglia considerare un diritto ciò che afferma l’UNESCO quando incoraggia l’educazione alla cittadinanza mondiale ed individua come una delle sue tre priorità “Essere socialmente coinvolti e rispettosi della diversità”…ma l’essere rispettosi è comunque cosa ben diversa dal vantare un diritto alla diversità!

Sicuramente i tempi sono mutati ma io colgo qua e là, fra libri e appunti conservati durante gli anni di studio, alcuni preziosi frammenti: “La moralizzazione del fanciullo è scopo di tutta l’educazione. L’impegno della scuola consiste nello sviluppare nel fanciullo sane abitudini di pensiero e di azione, nell’aiutarlo a divenire responsabile, nel fortificare il suo carattere e la sua volontà”. E poi, ancora: “…il maestro deve ricordare soprattutto che educare è trarre fuori i valori che sono nei fanciulli, è preparare alla vita di domani, apprendere a comportarsi intelligentemente e moralmente.”

Il maestro, i valori, l’educazione morale. La sintesi di un’azione educativa che oggi viene fortemente messa in discussione. Per questo vorrei citare una recente dichiarazione di Papa Francesco: “Si toglie la libertà, si decostruisce la storia, la memoria del popolo e si impone un sistema educativo ai giovani……..nelle scuole, devi insegnare questo, questo, questo’, e ti indicano i libri; libri che cancellano tutto quello che Dio ha creato e come lo ha creato. Cancellano le differenze, cancellano la storia: da oggi si incomincia a pensare così. Chi non pensa così, anche, chi non pensa così, va lasciato da parte, anche perseguitato”.

Cari docenti, cresciuti nella consapevolezza di essere nati da una mamma e da un papà, pare che oggi non sia più possibile affermare questa semplice verità: sappiate, però, che ogni volta che abbassate il vostro pensiero ai dettami del pensiero unico, stravolgete la realtà e create un danno nella mente dei piccoli. Il vostro impegno educativo richiede lealtà nella trasmissione delle conoscenze, non consenso alle mode del momento. Così, mirabilmente, Vittorino Andreoli un anno fa descriveva la figura del docente: “Il tuo ruolo è sacro e non intendo assolutamente parlare di missione, che non c’entra nulla, ma mi riferisco alla sacralità come svolgimento di una cerimonia che è certo fondata su un sapere razionale, ma anche su qualche cosa di strano, di fascinoso, persino di misterioso, poiché il mistero rimane dentro il pensiero umano. Tu non sei il padre dei tuoi allievi, non l’amico, non lo psicologo che assiste ai drammi della crescita. Sei un uomo o una donna con l’incarico di allevare un gruppo di persone, di fare il direttore d’orchestra e devi indossare, anche materialmente, un abito che sappia di cerimonia, che si adegui alla tua parte. Questa società ha creduto di demolire ogni formalità e non si è accorta che non cancellava semplici decorazioni bensí la sacralità della vita…”. Ecco, appunto, la sacralità della vita!


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