La proprietà privata secondo la Chiesa? “Primaria”, non “secondaria”!


MA RISPETTO AL DIRITTO ASSOLUTO AL SOMMO BENE DELLA VITA ETERNA, TUTTI GLI ALTRI DIRITTI UMANI SONO RELATIVI, ANCHE QUELLI AI BENI NECESSARI ALLA VITA TERRENA…

Di Pietro Licciardi

A novembre, riportando stralci di un discorso di Papa Francesco, varie testate hanno titolato che secondo il Santo Padre la proprietà privata non è un diritto assoluto perché in “subordine” alla destinazione universale dei beni.

Vediamo su questo argomento cosa dice il Catechismo della Chiesa cattolica(CCC). Anzitutto il punto 2402 ricorda che «l’appropriazione dei beni è legittima al fine di garantire la libertà e la dignità delle persone, di aiutare ciascuno a soddisfare i propri bisogni fondamentali e i bisogni di coloro di cui ha la responsabilità». Al numero successivo (2403) si legge che «Il diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in giusto modo, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio».

Infine, «la proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti» (CCC, n. 2404), mentre «i beni di produzione – materiali o immateriali –, come terreni o stabilimenti, competenze o arti, esigono le cure di chi li possiede, perché la loro fecondità vada a vantaggio del maggior numero di persone».

Riguardo alla destinazione universale dei beni il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa(CDSC)al punto 176 chiarisce che «mediante il lavoro, l’uomo, usando la sua intelligenza, riesce a dominare la terra e a farne la sua degna dimora: In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l’origine della proprietà individuale. La proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei beni assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per l’autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un prolungamento della libertà umana».

Il punto 177 chiarisce che «Il principio della destinazione universale dei beni afferma sia la piena e perenne signoria di Dio su ogni realtà, sia l’esigenza che i beni del creato rimangano finalizzati e destinati allo sviluppo di tutto l’uomo e dell’intera umanità. Tale principio non si oppone al diritto di proprietà, ma indica la necessità di regolamentarlo. La proprietà privata, infatti, quali che siano le forme concrete dei regimi e delle norme giuridiche ad essa relative, è, nella sua essenza, solo uno strumento per il rispetto del principio della destinazione universale dei beni, e quindi, in ultima analisi, non un fine ma un mezzo».

Anche per questo motivo «la proprietà privata è elemento essenziale di una politica economica autenticamente sociale e democratica ed è garanzia di un retto ordine sociale. La dottrina sociale richiede che la proprietà dei beni sia equamente accessibile a tutti, così che tutti diventino, almeno in qualche misura, proprietari, ed esclude il ricorso a forme di “comune e promiscuo dominio”»(CDSC, n. 177).

Un equivoco può sorgere, come ha spiegato il prof. Guido Vignelli in un suo intervento sull’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, se il diritto alla proprietà è considerato un diritto non assoluto né primario né originario ma solo «un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati», il quale invece è «un diritto naturale, originario e prioritario, il primo principio dell’intero ordinamento etico-sociale».

Per Vignelli risulta evidente un conflitto tra il diritto (secondario) alla proprietà privata e quello (primario) all’uso comune dei beni, conflitto nel quale il primo deve sempre cedere al secondo. Tuttavia, a rigore, un conflitto è possibile non tra due diritti (per giunta naturali) ma quando un fattosi oppone a un diritto che dev’essere assolutamente rispettato. Ciò rivela che papa Francesco, pur trattando della proprietà come diritto, da una parte tende a considerarlo come una pretesa astratta che deve cedere all’esigenze concrete del genere umano, dall’altra tende a ridurlo a un mero fatto, la cui cattiva distribuzione sociale impedisce il diritto all’uso comune dei beni. Infatti, egli afferma che il possesso di beni rimane tutt’oggi un privilegio riservato ad alcuni. Il permanere dell’indigenza popolare sarebbe quindi dovuto alla mancata destinazione universale dei beni.

Propriamente parlando, l’uomo ha un solo diritto assoluto: quello di poter conoscere, onorare, amare e servire Dio al fine di salvarsi l’anima; parallelamente, le società hanno un solo diritto assoluto: quello di poter servire Dio come Creatore, Legislatore e Redentore dell’umanità, al fine di favorire la salvezza eterna dei loro componenti. Questo diritto è assoluto semplicemente perché deriva dal dovere supremo dell’uomo: quello di fare la gloria di Dio.

Rispetto a questo unico diritto assoluto al sommo bene della vita eterna, tutti gli altri diritti umani sono relativi, anche quelli ai beni necessari alla vita terrena. Non solo il diritto alla proprietà, ma anche quelli al nutrimento, alla salute, alla dimora, al lavoro… sono tutti diritti non assoluti ma relativi, perché sono solo mezzi utili per conseguire il fine supremo: fare la gloria di Dio salvandosi l’anima.

Che quello alla proprietà sia un diritto non primario ma solo secondario e derivato è falso. Anche diritti importanti come quelli alla sicurezza, al benessere, allo studio, alla solidarietà, sono tutti diritti secondari perché presuppongono quelli primari (come quelli alla vita e al culto), sono tutti subordinati all’esigenze del bene comune della società e dipendono tutti dalle condizioni oggettive che li rendono possibili. D’altronde, l’esperienza storica dimostra che l’uomo può vivere anche privo di quei diritti secondari. Tuttavia, quei diritti umani non sono tutti eguali. Ad esempio, vi sono diritti teoricamente secondari ma praticamente primari, perché risultano concretamente indispensabili all’uomo per vivere degnamente e non solo sopravvivere miseramente. Di conseguenza, il diritto di proprietà, per quanto sia teoricamente secondario, è un diritto concretamente primario, perché rende possibili quelle citate condizioni sociali (famiglia, comunità, Stato) che permettono l’esercizio degli altri diritti secondari e, più in generale, è un principio che tutela l’ordine naturale della società.

Dire che la proprietà è una funzione sociale, come spesso si afferma, è erroneo; se così fosse, non esisterebbe diritto proprietario ma solo diritto a ricevere dalla collettività i beni di sussistenza, come pretende l’ideologia socialista. In realtà, la proprietà non è ma ha una funzione sociale, ossia la compie di per sé, non per imposizione esterna o per composizione d’interessi; per questo, normalmente, individui, famiglie, professioni e comunità hanno diritto ad acquisire quella proprietà privata che, oltre a permettere l’esercizio dei loro ruoli, adempie a una utilità sociale.

Il magistero sociale della Chiesa ha sempre avvertito che la destinazione universale dei beni si realizza normalmente mediante il loro uso sociale e questo si realizza concretamente diffondendoli sotto forma di proprietà privata; all’uso comune dei beni terreni «corrisponde l’obbligo fondamentale di accordare una proprietà privata possibilmente a tutti» (Pio XII, discorso del Natale 1942).Per una destinazione universale dei beni dunque non è richiesta una dannosa rivoluzione che espropri e ridistribuisca i beni a tutti in modo egualitario, ma solo una prudente riforma delle forze produttive (lavoro, imprenditoria, finanza) in modo ch’esse possano ordinatamente assicurare il bene comune della società.

Se invece, col pretesto di assicurare un’astratta destinazione sociale dei beni, si scoraggia o s’impedisce la concreta proprietà privata, il risultato non sarà una migliore distribuzione dei beni e dei servizi, ma anzi una loro penuria e inefficienza che danneggerà la società e particolarmente le classi più bisognose.

In Il Corriere del Sud n. 8
anno XXIX/20, p. 3


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