La dimensione “soggettiva” e “oggettiva” del lavoro secondo la Dottrina sociale della Chiesa


IL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, NELLA SECONDA PARTE, APPROFONDISCE LE VARIE REALTÀ SOCIALI CON LE QUALI L’UOMO ENTRA IN CONTATTO E, DOPO AVER PARLATO A LUNGO DELL’IMPORTANZA DELLA FAMIGLIA, PRESENTA NEL CAPITOLO SESTO IL RILIEVO DEL LAVORO UMANO PER L’EDIFICAZIONE DEL BENE COMUNE E PER L’OPERA DI SANTIFICAZIONE PERSONALE (CFR. NN. 255-322)

Di Don Gian Maria Comolli*

Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa spiega cosa s’intenda per lavoro in “senso oggettivo” e “soggettivo”. Il primo significato s’identifica con «l’aspetto contingente dell’attività dell’uomo, che varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche», il secondo, invece, con «la sua dimensione stabile, perché non dipende da quel che l’uomo realizza concretamente né dal genere di attività che esercita, ma solo ed esclusivamente dalla sua dignità di essere personale. La distinzione è decisiva sia per comprendere qual è il fondamento ultimo del valore e della dignità del lavoro, sia in ordine al problema di un’organizzazione dei sistemi economici e sociali rispettosa dei diritti dell’uomo» (Compendio DSC, n. 270). Ebbene, l’uomo è sempre il soggetto del lavoro, essendo questa attività un’espressione essenziale della persona, cioè un “actus personaeanche se le tecniche operative possono modificarsi.

Ovviamente, la dimensione “soggettiva” deve prevalere su quella “oggettiva”. «Se manca questa consapevolezza – prosegue il Compendio oppure non si vuole riconoscere questa verità, il lavoro perde il suo significato più vero e profondo: in questo caso, purtroppo frequente e diffuso, l’attività lavorativa e le stesse tecniche utilizzate diventano più importanti dell’uomo stesso e, da alleate, si trasformano in nemiche della sua dignità» (n. 271).

Il lavoro, in definitiva, non può essere recepito come semplice merce di scambio, considerando quindi l’uomo unicamente come uno strumento di produzione. Così lo si ridurrebbe ad un tassello di una catena di montaggio, con la conseguente alienazione totale della sua personalità.

All’uomo non basta lavorare per realizzarsi, dal momento che la persona umana necessita sempre di esprimere sé stessa, i suoi talenti, le sue passioni. Oltretutto ha la necessità innata, anche nell’esercizio delle mansioni più umili, di sentirsi coinvolta in qualcosa che contribuisce a realizzarla. Inoltre, ogni lavoratore, produce con migliori risultati se appassionato, allettato e stimolato.

Ogni uomo possiede un “potenziale inespresso” che consiste nella differenza fra “quello che fa” e “quello che è in grado di fare”, ma non fa perché non sa di poterlo fare, forse perché nessuno gli ha forse offerto l’opportunità. Oppure perché svolge compiti riduttivi nei confronti della sua preparazione, o magari è condizionato dalla pigrizia e mortificato dalla routine. Qui si apre la tematica della valorizzazione delle persone (o delle “risorse umane”) che richiede l’attenzione ai talenti, alle idee e alle competenze, affinché tutti svolgano “qualcosa di più e meglio”. Si ritiene infatti che ogni lavoratore produca maggiormente se ha la consapevolezza di essere protagonista. Spesso invece ci si scontra con la cultura “non del merito ma del privilegio” e della produttività anonima che cancella la creatività e mortifica la preparazione professionale e le doti personali.

Il lavoro possiede inoltre una vocazione e una propensione sociale intrecciandosi con quello di altri uomini, soprattutto con la cosiddetta “globalizzazione” degli anni 1990 e seguenti. Il valore sociale del lavoro è confermato anche all’articolo 1 della Costituzione Italiana, laddove si riconosce che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Ciò significa che una società è vivibile, cresce e migliora perché i suoi membri si impegnano al suo funzionamento mediante il loro lavoro. Ciò manifesta da una parte l’impegno dello Stato a garantire il lavoro e dall’altra la responsabilità del cittadino a realizzare totalmente la propria parte.

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*Don Gian Maria Comolli, ordinato sacerdote nel 1986, da trent’anni è cappellano ospedaliero. Dopo aver conseguito un dottorato in Teologia, una laurea in Sociologia ed aver frequentato diversi master e corsi di perfezionamento universitari, attualmente collabora con l’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano ed è segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia.

Testo pubblicato per gentile concessione dell’autore (tratto dal blog: www.gianmariacomolli.it).


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