Il diritto al lavoro, lo Stato e la famiglia


IL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, NELLA SECONDA PARTE, APPROFONDISCE LE VARIE REALTÀ SOCIALI CON LE QUALI L’UOMO ENTRA IN CONTATTO E, DOPO AVER PARLATO A LUNGO DELL’IMPORTANZA DELLA FAMIGLIA, PRESENTA NEL CAPITOLO SESTO IL RILIEVO DEL LAVORO UMANO PER L’EDIFICAZIONE DEL BENE COMUNE E PER L’OPERA DI SANTIFICAZIONE PERSONALE (CFR. NN. 255-322)

Di Don Gian Maria Comolli*

«Il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo: un bene utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la dignità umana».

«La capacità progettuale di una società orientata verso il bene comune e proiettata verso il futuro si misura anche e soprattutto sulla base delle prospettive di lavoro che essa è in grado di offrire».

Da questi due punti (nn. 287 e 289) del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa sgorgano alcune conseguenze.

Per quanto riguarda l’ordinamento nazionale, afferma l’art. 1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Di conseguenza lo Stato italiano dovrebbe promuovere tutte le condizioni per attualizzare questo diritto. Il Compendio, però, pone al riguardo una precisazione importante: «Il dovere dello Stato non consiste tanto nell’assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i cittadini, irreggimentando l’intera vita economica e mortificando la libera iniziativa dei singoli, quanto piuttosto nell’assecondare l’attività delle imprese, creando condizioni che assicurino occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi» (n. 291).

In questo contesto, inoltre, c’è da aggiungere che ruoli determinanti, soprattutto oggi, sono assunti da quei lavoratori che hanno l’opportunità di essere ammessi alla formazione che, se qualificata e ben finalizzata, può determinare importanti risultati tanto per la progressione professionale quanto per la produttività generale (cfr. n. 292).

Il Compendio della DSC, al n. 294, mette in risalto la profonda interdipendenza che esiste tra la famiglia e il lavoro. Quest’ultimo, infatti, da un lato assicura alla famiglia le risorse economiche per la sua sussistenza, dall’altro può penalizzarla riducendo il tempo da dedicargli. Si pensi ad esempio a quei lavoratori che sono soggetti al lungo-pendolarismo o sono costretti al doppio lavoro o, infine, che esercitino lavori usuranti che richiedono un ampio e consistente impegno fisico o psicologico. Da ultimo si rammenta che la disoccupazione ha ripercussioni materiali, affettive e spirituali sulla famiglia, provocando spesso inquietudini, turbamenti e tensioni.

La donna, dal canto suo, ha il totale diritto di essere coinvolta nella vita ecclesiale, sociale, economica e politica, non tralasciando però il suo ruolo essenziale di moglie e di madre. Il Compendio precisa in proposito: «Il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale, perciò va garantita la presenza delle donne anche in ambito lavorativo» (n. 295). È doveroso quindi operare, affinché l’organizzazione societaria e dei servizi, acconsenta la sua presenza e la sua partecipazione nei vari settori. Una presenza, però, fondata sul merito, sulle doti e sulla preparazione, non su “canali preferenziali”. Per questo loro “genio”, se il criterio prediletto fosse la meritocrazia, alle donne si aprirebbero molteplici porte e la loro presenza sarebbe massiccia. Altri problemi da non sottovalutare sono quelli retributivi, assicurativi e previdenziali.

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*Don Gian Maria Comolli, ordinato sacerdote nel 1986, da trent’anni è cappellano ospedaliero. Dopo aver conseguito un dottorato in Teologia, una laurea in Sociologia ed aver frequentato diversi master e corsi di perfezionamento universitari, attualmente collabora con l’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano ed è segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia.

Testo pubblicato per gentile concessione dell’autore (tratto dal blog: www.gianmariacomolli.it).


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