Dottrina Sociale della Chiesa e urbanistica: “non tutti in città” e “città a dimensione umana”


LA CASA, IL QUARTIERE E IL VILLAGGIO, NELLA STORIA DELLE CIVILTÀ, SONO SEMPRE STATE IL LUOGO IDELA DELL’EDUCAZIONE E DELL’INTEGRAZIONE SOCIALE, UNITÀ DI PRODUZIONE E CENTRO DI VITA SPIRITUALE INSIEME, OLTRE CHE SONODO DI SOLIDARIETÀ TRA LE GENERAZIONI (cfr. COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, N. 248). NEL VENTESIMO SECOLO, PERÒ, LA VITA DIVENUTA ANONIMA DELLA GRANDI CITTÀ, IL SOVRAFFOLAMENTO URBANO E LA CONSEGUENTE CARENZA DI ABITAZIONI ASSIEME ALLE TANTE SITUZION PRECARIE E DISAGIATE, HANNO DIFFUSO UN DEGRADO ED UNA BRUTTEZZA CON POCHI PRECEDENTI STORICI…

Di Giuseppe Brienza*

La “rivoluzione urbana” (XIX-XX secolo) ha condizionato fortemente la vita umana staccandola dai ritmi della natura e piegandola alle esigenze del controllo e del consumo. L’urbanesimo ha determinato conseguentemente un totale accantonamento delle esigenze vitali delle comunità e delle famiglie.

Il mondo occidentale, fra le altre cause, ha subito questo impoverimento principalmente a causa della “perdita metafisica” scontata a seguito della morte di Dio. L’ha profeticamente segnalato all’inizio degli anni Settanta, nel clima infuocato di contestazione ideologica che molti ricordano, San Paolo VI. Nel riprendere l’insegnamento sociale di Leone XIII,  Papa Montini presentò nella Lettera apostolica «Octogesima adveniens» (1971) il quadro finale della società post-industriale, con tutti i suoi gravi problemi, partendo dall’urbanizzazione per finire con i fenomeni degenerativi connessi sulla condizione giovanile, sulla situazione della donna, la disoccupazione, l’emigrazione, l’influsso dei mezzi di comunicazione sociale e il degrado dell’ambiente naturale.

La società urbana, come chiesto fin dall’inizio dalla Dottrina Sociale della Chiesa (si vedano dapprincipio i nn. che vanno dal 26 al 34  dell’enciclica «Rerum novarum» del 1891), necessiterebbe di un riequilibrio che, dal piano sociale ed urbanistico, sfociasse in quello demografico e viceversa, grazie a decisi interventi di politica economica e “infrastrutturale”.

La “qualità della vita” nelle zone periferiche e rurali, da diversi decenni ormai, richiederebbe una politica di riqualificazione dalla quale potrebbero scaturire risultati positivi per l’intera comunità. Tale politica dovrebbe anzitutto diversificare gli insediamenti urbani (“non tutti in città”) ma anche di riprogettare quelli già costruiti nei grandi agglomerati azzerando massificazione e abusivismo (“città a dimensione umana”). Bisognerebbe vivere tutti i giorni nelle grandi città per capire a fondo il problema del degrado, morale e sociale, che vi prospera. Qui, i “non-luoghi” che l’antropologo ed etnologo francese Marc Augè descrive nei suoi libri, sono diventati realtà. «I quartieri che mantengono un senso di radicato attaccamento alla loro origine, per esempio a Milano, si contano sulle dita di una mano. Sono quelli delle periferie maggiormente storiche, riparate dalla massicciata ferroviaria, da un fiumiciattolo, da rimasugli di prati pieni di rovi, gli ultimi segni di confini altrimenti demoliti dall’espansione edilizia, dalle superstrade e dall’alta velocità. La cosa peggiore, e parlo per vissuto, è vivere in un “isolato” a metà strada fra il centro e le nuove propaggini urbane. Stare fra l’aeroporto e il nucleo metropolitano, vedere solo il passaggio della gente, che si sposta a razzo e non guarda niente, è frustrante. […] La città metropolitana sta diventando oggi di fatto un informe bubbone di cemento, mura e strade, priva di una geometria logica. Non dico che tutti i nuclei abitativi debbano ricordare Lucca, ma nemmeno un tumore maligno in estensione. Ed è logico allora chiedersi in un contesto del genere come possa vivere una Famiglia, il nucleo vitale che dà senso al mondo. Le culle rimangono vuote e abbandonate davanti a dinamiche sociali dilaniate da stress, confusione, inquinamento e promiscuità» (ANDREA FRATINI, “U” come “urbanistica” ma, soprattutto, come uomo, La Croce quotidiano, 16 maggio 2017, p. 2).

Ecco perché l’urbanistica non andrebbe più riduttivisticamente intesa solo quale disciplina dell’uso del suolo ai fini dell’ordinata ed efficace edificazione degli spazi urbani. Essa dovrebbe di nuovo essere concepita quale vera e propria scienza sociale, integrando quelle opportunità di carattere più squisitamente educativo e architettonico che incontrano enormi difficoltà a svolgersi in contesti abitativi degradati. Le sfide che attendono l’urbanistica dovrebbero quindi essere parallele a quelle lanciate dalla digitalizzazione della società, che sta determinando dal canto suo analoghe e progressive perdite di identità e di ordine nella destinazione degli orizzonti spazio-temporali individuali e collettivi.

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* Vedi qui il canale YouTube curato dall’autore di questo articolo: Temi di Dottrina sociale della Chiesa.


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