Il vittimismo come fase ultima dell’antifascismo


di Andrea Rossi

C’È CHI VEDE LA STORIA COME UNA RISSA CONTINUA, SENZA AVERE ALCUNA INTENZIONE DI DISCUTERE, SERIAMENTE, SU UNA TRAGEDIA NAZIONALE, QUELLA DELLE FOIBE, CHE È COSTATA VITA E BENI A MIGLIAIA DI ITALIANI

Di Eric Gobetti e del suo pamphlet E allora le foibe? (Editori Laterza, Bari-Roma 2021, pp. 117, € 13) c’eravamo occupati tempo addietro su inFormazione Cattolica, annotando come la storiografia militante di questo studioso avesse conquistato le pagine della stampa amica in base ad una scaltra operazione commerciale, nella quale Gobetti veniva dipinto come un alfiere dei valori antifascisti in continua lotta contro un oscuro complotto nazionalfascista volto a deformare la versione ufficiale della storia del nostro paese dal 1945 in avanti.

Evidentemente la nostra era una analisi riduttiva della strategia di marketing degli editori della collana “fact checking” (Controllo dei fatti), in quanto Gobetti ha fatto del professionismo antifascista (parafrasando la lucida definizione di Leonardo Sciascia dedicata ai “professionisti dell’antimafia”) una sorta di biglietto da visita per le sue apparizioni pubbliche, le quali sono diventate ormai dei veri e propri happening grazie a una trama collaudata (corroborata dall’involontaria e non sempre sapiente azione di alcuni amministratori pubblici).

A Cuneo come a Verona o a Reggio Emilia, l’autore è presentato sui media locali con espressioni di densa retorica partigiana da circoli legati a centri sociali, associazioni di area (ANPI o ARCI) o parti(tini) della sinistra radicale.

Normalmente qualche amministratore locale esprime qualche perplessità sull’iniziativa (che ricade sempre più spesso attorno alla commemorazione delle foibe e dell’esodo degli istriani) e immediatamente scatta il collaudato meccanismo vittimistico: “censura fascista”, “polemiche di stampo mussoliniano”, “revisionismo nazionalista”, “bavaglio alla verità storica” e mille altre definizioni simili che si trovano sui quotidiani e in rete.

Vengono chiamate a testimoniare la loro solidarietà le altre forze di sinistra (che, va detto, sempre meno volentieri si prestano ad uno show che ben poco aiuta in termini di consenso), dopodiché, come sempre accade, Gobetti può svolgere il suo rancoroso e spesso monotono monologo tra gli applausi dei fan.

Di più: a Verona, un paio di settimane fa, quando si era presentata la possibilità di poter affrontare in contraddittorio un esperto di Balcani colto, documentato e preparato come Fausto Biloslavo, l’autore semplicemente si è fatto di fumo, perché aveva oscuri presagi sulle possibili intemperanze del pubblico presente, o che ci potesse essere una strumentalizzazione delle sue parole.

La morale che l’autore di E allora le foibe? ha tratto da questa vicenda è facilmente intuibile per chiunque abbia compreso la non irresistibile ascesa di Gobetti e del gruppo di autori della sopra citata collana “fact checking”: meglio evitare i dibattiti, le discussioni, i confronti. Meglio stare alla larga da chi non vede la storiografia come militanza politica: come ha esplicitamente scritto sui social Gobetti “coi fascisti non si tratta”, aggiungendo di essere rimasto deluso dal “fuoco amico” (ossia tutta quella parte del mondo accademico che non si rivede nel furor ideologicus gobettiano).

Insomma, come era facilmente prevedibile, le prossime promozioni degli studi a senso unico di questo autore, avverranno solo di fronte a platee amiche e a battimani assicurati. Ci si augura che le istituzioni locali, sapendo che si tratta di provocazioni a fini pubblicitari, evitino di fare da grancassa a questi show fatti a beneficio di un pubblico di nostalgici di ideologie sconfitte, semplicemente ignorando chi platealmente intende la storia come rissa continua, senza avere alcuna intenzione di discutere, seriamente, su una tragedia nazionale, quella delle foibe, che è costata vita e beni a migliaia di italiani.


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