La Polonia cattolica che non finisce di stupire

di Gianmaria Spagnoletti

ISTANTANEE DEL TRATTO DI COSTA BALTICA DOVE SORGONO GDYNIA, DANZICA E SOPOT (“TROJMIASTO”, LA TRIPLICE CITTÀ)

Quest’estate, volendo trascorrere delle vacanze un po’ “alternative”, ho scelto di recarmi in Polonia (LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO QUI).

Fin dal primo giorno, Gdynia mi ha colpito per la sua bellezza, al punto da poter fare concorrenza alle nostre città marittime. Presso il porto della città sono ormeggiate due navi-museo: l’incrociatore della Marina polacca ORP “Błyskawica” e la ex nave scuola “Dar Pomorza” (equivalente della nostra “Amerigo Vespucci”), che offrono un interessante spaccato della vita di bordo tra gli anni Trenta e Quaranta, degno di un romanzo di Joseph Conrad, il cui monumento troneggia, non a caso, sulla banchina del porto. Poco distante si trova anche un acquario che ospita numerose varietà di pesci oceanici dei mari tropicali, ma anche dei fiumi amazzonici, oltre ad altri animali come l’anaconda o la tartaruga alligatore.

Notevole è anche il museo che sorge in prossimità dello scalo merci di Gdynia, dedicato all’altro fenomeno storico che ha interessato la Polonia negli ultimi secoli: l’emigrazione. Quest’ultima è storicamente dovuta non solo alle condizioni di povertà che molte persone dovevano sopportare, ma anche all’instabilità politica e alla voglia di libertà degli intellettuali polacchi, diventata particolarmente forte in corrispondenza delle diverse spartizioni della madrepatria operate da Prussia, Impero Austro-Ungarico e Russia. Numerose sale raccontano diversi aspetti della migrazione: le condizioni di vita, le aspirazioni e l’adattamento alle nuove realtà di persone che hanno finito per disperdersi ai quattro angoli del mondo: specialmente verso Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna, ma in misura minore anche in altri Paesi come Francia e Italia.

Sopot è collegata alle altre due città attraverso una ferrovia interurbana, ed è nota come località turistica e balneare dotata di stabilimenti termali e hotel di lusso. Non per niente è la località preferita dai polacchi più facoltosi. Anche qui, molti edifici antichi sono stati danneggiati durante la Seconda guerra mondiale e poi ottimamente ricostruiti.

Danzica, città portuale sulla costa baltica della Polonia, oltre alla base militare di Westerplatte, ospita anche un grande Museo della Seconda guerra mondiale. Qui sono mostrati in modo molto esaustivo gli eventi che portarono allo scoppio della guerra nel 1939 e allo sviluppo del conflitto, con particolare riguardo ai danni subiti dalla città. In relazione al tema della Seconda guerra mondiale, quindi, non c’è solo Auschwitz, ma numerosi altri luoghi che aiutano a fare memoria di quei tragici sette anni. Del resto, 6 milioni di morti (di cui la metà erano ebrei) lasciano un segno duraturo e non vanno dimenticati.

L’abbondanza di materiali in esposizione, tra uniformi originali, oggetti vari, cartellonistica d’epoca e contenuti multimediali, lascia sbigottiti e crea una atmosfera altamente immersiva: non mancano nemmeno ricostruzioni a grandezza naturale di ambienti, o anche mezzi originali (ad esempio, un vagone merci e due carri armati di provenienza alleata e sovietica).

Degno di nota è anche lo storico ufficio postale nel centro storico, teatro di un’accanita resistenza dei polacchi, che impegnarono i tedeschi in uno scontro a fuoco di ben 15 ore, venendo poi tutti giustiziati dopo la resa.

Ma non si può andare a Danzica senza passare dai cantieri navali dove nacque “Solidarnosc”, il sindacato operaio fondato da Lech Walesa che sfidò il regime comunista e che, nel giro di 9 anni (1980-1989) riuscì a portare il Paese alle prime libere elezioni, nonostante il capo di Stato Gen. Wojcjech Jaruzelski avesse tentato di controbattere imponendo la legge marziale, in cui si registrarono anche delle vittime, fra cui padre Jerzy Popiełuszko (1947-1984), oggi Beato, fu tra di esse.Trovarmi davanti ai cancelli dei cantieri navali dove sono ancora apposte le effigi della Madonna di Czestochowa e di papa Giovanni Paolo II insieme allo striscione del sindacato mi ha dato una fortissima emozione; e ancora più bello è stato visitare il vicino museo, dove ho potuto vedere come Solidarnosc sia nato dal basso, cioè dalle rivendicazioni degli operai che chiedevano migliori condizioni di vita e di lavoro, riuscendo poi a coinvolgere tutti gli ambiti della vita culturale e artistica del Paese (non solo cinema, letteratura e teatro contribuirono a dare voce al dissenso, ma persino i graffitari e il tanto vituperato rock ‘n’ roll, scevro dalla sua componente “negativa” che di solito gli si attribuisce, a ragione o a torto).

Il segreto del successo di Solidarnosc non fu solo il suo allargamento a 360°, ma l’appoggio compatto di tutta la chiesa polacca, in primis del Primate Stefan Wyszyński (1901-1981), e poi di Karol Wojtyla, ai tempi appena eletto papa Giovanni Paolo II. Ciò che mi ha lasciato l’immersione nell’atmosfera di Solidarnosc è quella del dovere di trarne una lezione: se si vuole ricostruire l’Italia a partire dai fondamentali è necessario ispirarsi all’esperienza del sindacato polacco e in generale della dissidenza d’Oltrecortina, che mi sembra ancora validissima benché siano passati 42 anni. Per questo consiglierei a qualsiasi politico “alternativo”, sia esordiente che di lungo corso, di prendere quanta più “ispirazione” possibile da questo museo.

Accennavo al fatto della barriera linguistica: infatti io non parlo una parola di polacco. In effetti ciò non è un problema finché le didascalie dei musei sono anche in inglese. Ma la cosa si prospettava più problematica per partecipare alla Santa Messa. Tuttavia, fortunatamente, ho potuto assistervi la domenica in quella di lingua inglese celebrata presso la chiesa di N.S. del Perpetuo Soccorso nella zona del porto, evidentemente pensata per i turisti stranieri. In occasione della solennità dell’Assunta, invece, mi sono dovuto recare presso la chiesa del Sacro Cuore a Gdynia, dove la Messa era celebrata in polacco (e tuttavia, 30 anni di assiduità al rito in italiano mi permettevano di seguire con meno difficoltà).

Fra l’altro, in occasione dell’Assunta i fedeli acquistano un mazzetto di fiori che viene poi asperso dal sacerdote con l’acqua benedetta e che poi si porta a casa: un’usanza che non conoscevo e che ho trovato molto bella. Altre cose che ho piacevolmente notato partecipando alle funzioni è che l’acqua benedetta era ben presente nelle acquasantiere e inoltre, pur essendo la Messa celebrata con il Novus Ordo, la Comunione veniva data sempre sulla lingua e in ginocchio.

In sintesi, ho avuto un’ottima impressione della Polonia, sia dal punto di vista storico e culturale che paesaggistico, sentendomi quasi subito “a casa” nonostante non conoscessi praticamente la lingua. Un po’ carente è stata la mia esperienza del cibo locale, essendomi fatto tentare dalle pizzerie della zona; comunque sia, potendo ripartire, lo farei anche subito. Per questo consiglio vivamente, a chiunque abbia la curiosità, di prendersi il tempo di visitare questo Paese. In effetti, se qualcuno mi chiedesse: “Com’era la Polonia?” gli risponderei “Come dovrebbe essere l’Italia”.

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